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L'Opinione

09 agosto 2021

I filosofi italiani e il Green Pass. Una guerra teoretica nascosta che dura ormai da quasi 40 anni

In questa fase della pandemia i quotidiani italiani hanno riportato con molta enfasi, e molti articoli, il dibattito attorno al Green Pass che ha visto protagonisti alcuni dei filosofi italiani più noti al pubblico. Descrivere il dibattito filosofico come una sorta di atteggiamento da tifosi sugli spalti, per il Green Pass sì, o per il Green Pass no, è un errore. È solo una concessione “giornalistica”. In realtà, si tratta di una guerra sotterranea, teoretica, che è nata e si è sviluppata in Italia 40 anni fa e che si trascina, abbastanza stancamente in questi giorni, e che ha come centro la riflessione sulla scienza e i suoi limiti, o, se volete, sul dominio della tecnica come strumento di controllo e di sorveglianza. È l’annosa disputa tra i filosofi che fanno riferimento alla riflessione della triade Nietzsche-Heidegger-Foucault, e quelli che, come nella tradizione dei fenomenologi o dei marxisti, continuano a credere nelle riflessioni di Husserl (e Paci in Italia) e di Morin sulla necessità di costruire le forme del giudizio critico sulla scienza, soprattutto nel suo rapporto con la democrazia e la tecnica. Dunque, è un errore sottovalutare il dibattito filosofico di queste settimane, ed è un errore pensare che esso faccia riferimento, quasi esclusivo, alla battaglia pro o contro il documento verde. Cerchiamo di mettere ordine in questo dibattito, che può essere assai proficuo.

Lo scorso 4 agosto, il filosofo Giorgio Agamben espone su La Stampa la sua ennesima pro-vocazione al dibattito. "Si parla spesso, per giustificare i decreti emessi dal governo sul green pass, ma anche tutto il modo in cui la pandemia è stata politicamente governata, delle ragioni scientifiche su cui questi decreti si fondano", scrive Giorgio Agamben a proposito della riflessione sul nesso fra scienza e politica e proponendo un paragone: "Quando Mussolini decise di introdurre le leggi razziali in Italia si preoccupò innanzitutto di dare ad esse una legittimazione e un fondamento scientifico". Ciò fa dire al filosofo che "per una mente minimamente attenta e responsabile questo dovrebbe dar luogo a due ordini di considerazioni: la prima è che pretendere di fondare su ragioni scientifiche decisioni che per loro natura implicano conseguenze politiche è estremamente rischioso; la seconda è che competenza scientifica e coscienza etica non vanno necessariamente d'accordo e che anzi, se si ricorda che scienziati all'epoca considerati importanti non hanno esitato a usare i deportati dei lager come cavie umane per i loro esperimenti, sembrano molto spesso divergere". Per Agamben "non si tratta qui, lo ricordiamo ancora una volta, di equiparare fenomeni storici diversi, ma di far riflettere gli scienziati, che sembrano poco sensibili alla storia delle loro stesse discipline, sulle possibili implicazioni di un nesso acriticamente assunto fra scienza e politica. Così come il diritto e la vita non devono essere confusi e il legislatore, come la Costituzione ricorda, deve essere particolarmente cauto quando tocca la vita e la dignità della persona, così è bene che anche diritto e medicina non pretendano di coincidere", conclude il filosofo. Come si evince, si tratta di una tesi assai controversa, sia sul piano storiografico che filosofico. Alle tesi di Agamben si associano anche Massimo Cacciari e Gianni Vattimo. In particolare, Cacciari scrive, ancora su La Stampa: "Nessuno nasce libero - un solo essere (per quanto si sa), l'uomo, nasce con la possibilità di diventarlo", è la tesi. Ed è, questo, "un lavoro difficile e faticoso" perché "occorre combattere pregiudizi, ignoranze, abitudini e costumi che ci sembrano 'naturali'" e perché "significa liberarsi dalle passioni e dalle paure che ci imprigionano". Osserva Cacciari: "Sono vent'anni che rispondiamo alle paure che la 'grande trasformazione' produce promettendo soluzioni e ingigantendole, rassicurando e terrorizzando a un tempo", tanto che "un velleitario regime di sorveglianza universale si è andato formando all'interno delle maglie delle nostre democrazie" mentre "le forze politiche sembrano cercare sempre più la propria legittimazione nel dimostrare di averne in testa il modello migliore". Così "il modello è dilagato", tanto che "ogni forza politica si va specializzando in un ramo particolare del complesso paura-rassicurazione, in cui la rassicurazione è tanto più efficace quanto più cresce la paura, come per San Paolo si tengono peccato e legge". E qui, conclude Cacciari, “davvero è evidente tutta la 'miseria' in cui ci troviamo: risolvere le questioni con norme e pene, all'inseguimento della situazione, incapaci di prevedere e governare". Il rifiuto dell’obbligo del vaccino è sostenuto anche da Gianni Vattimo, sempre su La Stampa, in due articoli, del 20 luglio e del 2 agosto. In quest’ultimo Vattimo parla della “condizione comune della nostra epoca, epoca di cui condivido i vantaggi accettandone i rischi”. Vattimo conclude poi, sentendo la necessità di mettersi al riparo da critiche con questa proposta: “se vogliamo la libertà è necessario che essa venga accompagnata da qualche pubblica e democratica discussione non limitata a qualche élite”. Queste, in sintesi, le posizioni di Agamben, Cacciari e Vattimo, senza dimenticare Ermanno Bencivenga che ha sostanzialmente divulgato una tesi nichilista contraria ai vaccini e alle vaccinazioni di massa.

Ora vediamo come hanno replicato altri filosofi, e come si è sostanziata la vera e propria guerra teoretica.

Molte le obiezioni, articolate e ben esposte, alle tesi di Agamben e Cacciari. La fenomenologa Roberta De Monticelli, in un articolo su Domani del 31 luglio, smonta letteralmente l’assunto teorico-storico da cui essi partono, descrivendo una sorta di deriva “sofistica” del filosofo, che preferisce evitare “i vincoli riconoscibili alla nostra ragione… i vincoli della logica e dell’etica”, ovvero “la scoperta dell’inscindibile vincolo di logica ed etica che segna la nascita del pensiero filosofico, con l’impegno a cercare ragioni per il proprio giudizio”. Con estrema attenzione e onestà intellettuale, De Monticelli coglie la vera posta in gioco nel dibattito teoretico innescato da Agamben e Cacciari: cosa vogliamo fare del pensiero filosofico, della sua tradizione e della ragione? C’è dunque una battaglia in corso tra il filosofo e il sofista, e non è detto che la vinca il primo. Su questa linea estremamente aspra e critica aperta da De Monticelli, si muove anche il filosofo teoretico Giuseppe Cacciatore in un articolo sul Roma del 2 agosto. Per quest’ultimo, “meraviglia la prosopopea con la quale si sostengono tesi che di filosofico (e naturalmente di scientifico e anche di pratico) non hanno nulla”. E contro Agamben e Cacciari si esprime su L’Espresso Donatella Di Cesare, che dopo aver accusato i due di aver ceduto a teorie complottiste, scrive: “compito dei filosofi sarebbe quello di richiamare alla complessità promuovendo un dibattito aperto sui grandi temi che coinvolgono quotidianamente tutti, dalla libertà alla responsabilità a diritti, evitando invece vuoti allarmi e rovinose confusioni… Si può e si deve criticare la scienza, ma sono deleterie le due derive opposte… quella del complottista… e quella dello scientista saccente e altezzoso…”. Come non apprezzare in queste riflessioni il rilancio della tradizione fenomenologica, il cui tentativo è proprio quello di restituire senso alla scienza, liberandola dai vincoli ideologici dell’antiscientificità e da quelli iperscientisti? Non si tratta del giusto mezzo, ma di riprendere il filo di un ragionamento su senso e limiti della scienza (e della tecnica) nella società democratica, o se si vuole, nel capitalismo avanzato.

Ed è proprio sul tema della democrazia che insiste Maurizio Ferraris nel suo articolo critico, sempre su La Stampa, del 7 agosto. Ferraris smonta le teorie di Agamben e Cacciari con la risposta a questa domanda: “quando facciamo leggere il biglietto in treno, stiamo sottoponendoci a un controllo biopolitico o stiamo esercitando un diritto? Direi la seconda: ho pagato il biglietto e ho diritto d viaggiare in treno… i documenti sono prima di tutto la manifestazione di un diritto, che naturalmente comporta la nascita di un dovere, ma il gioco vale candela”. Pertanto, scrive Ferraris replicando alle tesi di Agamben, “mentre la tirannide mira a ridurre i documenti, la democrazia si esercita attraverso la crescita dei documenti, che comportano una crescita dei diritti”. Pertanto, “la carta di identità, la tessera sanitaria, la patente, la carta di credito e il certificato elettorale, e oggi il Green Pass, sono prima di tutto strumenti abilitanti”. Da un’altra angolazione, Umberto Curi perviene alle stesse conclusioni di Ferraris: “ciò che più realisticamente emerge è infinitamente più preoccupante” di un presunto Stato di controllo biopolitico delle esistenze umane, “è la drammatica inadeguatezza della forma democratica ad affrontare situazioni di emergenza, tenendo fermi i principi fondamentali dell’assetto democratico. Amarissima, ma realistica constatazione”, conclude Curi.

Ultima, ma in fine, Nadia Urbinati, che sul senso della democrazia contemporanea riflette da sempre. Urbinati, con molta maestria, nell’articolo pubblicato su Domani del 31 luglio restituisce senso alle parole della democrazia. L’articolo è complesso e illuminante. Cito qui solo alcuni passaggi che puntano a chiarire la sfera della democrazia, della libertà, dei diritti. Urbinati scrive a proposito di Costituzione: “gli altri sono l’orizzonte nel quale la Costituzione situa la libertà individuale, che si accompagna necessariamente alla limitazione… La democrazia costituzionale si è rivelata una buona regìa, tiene conto della complessità di questi limiti normativi e fattuali, delinea un ordine istituzionale incentrato sulla divisione dei poteri e comanda il rispetto dei diritti fondamentali”. Ed ecco la conclusione cui perviene Nadia Urbinati a proposito della legittimazione democratica del Green Pass: “il diritto si cura di dirci se e quando le nostre scelte sono dannose agli altri, e legittima lo Stato a intervenire. Il Green Pass è questo intervento. Non discrimina, ma indica una condizione grazie alla quale possiamo scegliere di fare o non fare qualcosa. Il suo principio di riferimento è quello del danno che, secondo la Costituzione, ammette l’interferenza con le scelte individuali se queste sono comprovatamente dannose agli altri”. Si tratta di un dibattito che necessariamente avrà un seguito in autunno quando riapriranno scuole e università. E come si evince dalle posizioni, qui non è in gioco solo la legittimazione del Green Pass o degli interventi sanitari, ma se siamo, noi tutti, ancora in grado di farci aiutare dalla filosofia e dai filosofi a capire la complessità del reale, della democrazia, della libertà.

Pino Salerno