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L'Opinione

23 settembre 2021

Massimo Cacciari: I paradossi della libertà: "Libertà vo' cercando tra Dante e l'illusione di essere liberi"

“Or ti piaccia gradir la sua venuta/libertà va cercando, ch'è sì cara/come sa chi per lei vita rifiuta” (La Divina Commedia, Purgatorio, canto I, perorazione di Virgilio a Catone l’Uticense in favore di Dante).

Come facciamo a essere liberi, e se non si nasce liberi, come si può diventare liberi? Da questi interrogativi prende avvio la lectio di Massimo Cacciari al Festival Filosofia di Modena, dedicando a Dante Alighieri, nel 700simo anniversario della morte, la sua riflessione sul tema della libertà.

“Siamo enti condizionati, alla nostra specie è data questa possibilità di liberarsi?”, si chiede Cacciari. “La croce della filosofia è l’idea stessa della libertà, e la risposta di Dante è chiara, possiamo liberarci, passare da servi a liberi” (“Tu m’hai di servo tratto a libertate/per tutte quelle vie, per tutt’i modi/che di ciò fare avei la potestate”, dice Dante a Beatrice nel XXXI Canto del Paradiso) solo se ci sono Virgilio, Beatrice, Lucia. Dunque solo se acconsentiamo di liberarci. “Se c’è qualcosa di naturale nell’uomo è la servitù”, riflette Cacciari, “esattamente l’opposto del movimento di Dante, che è accompagnato, e molto bene. Chi non è accompagnato, come Dante, potrà volare fino all’Empireo?”. Il punto è che, secondo Cacciari, “il pensiero del secondo Novecento si è ubriacato sulla naturale predisposizione alla libertà. Ma la libertà coincide con il cercarla, con lo spezzare le catene di ogni servitù, dagli affetti, dalle passioni”. L’incipit della lezione di Cacciari non poteva che essere una rilettura del mito della caverna, narrato da Platone nel settimo libro della Repubblica. Platone, dopo aver descritto la condizione umana dei prigionieri legati dalla testa ai piedi e costretti a guardare esclusivamente davanti a loro la caverna, immagina: “qualora un prigioniero venisse liberato e costretto d'un tratto ad alzarsi, volgere il collo, camminare e guardare verso la luce, e nel fare tutto ciò soffrisse e per l'abbaglio fosse incapace di scorgere quelle cose di cui prima vedeva le ombre, come credi che reagirebbe se uno gli dicesse che prima vedeva vane apparenze, mentre ora vede qualcosa di più vicino alla realtà e di più vero, perché il suo sguardo è rivolto a oggetti più reali, e inoltre, mostrandogli ciascuno degli oggetti che passano, lo costringesse con alcune domande a rispondere che cos'è? Non credi che si troverebbe in difficoltà e riterrebbe le cose viste prima più vere di quelle che gli vengono mostrate adesso?”. Il viaggio del prigioniero platonico è anche l’incipit della lezione di Massimo Cacciari, che diventa una sorta di viaggio nel viaggio di Dante.

“Dante in mezzo alla selva si trova smarrito, si trova incatenato, cerca di procedere ma le belve gli impediscono di andare. Riesce ad andare solo quando Virgilio lo accompagna per un’altra via, perché per la via diritta non si va. Doveva fare quella lunga esperienza lungo l’inferno, il purgatorio e il paradiso. Dante è bloccato, fissato, inchiodato in mezzo alla selva e ha bisogno di quella guida per attraversare un viaggio faticosissimo, da affrontare non solo con la mente e l’intelligenza ma anche col corpo, con i piedi, con i muscoli”, afferma Cacciari. In fondo, prosegue il filosofo, “nasciamo in una situazione di incatenamento, come dice Dante nel canto XVI del Purgatorio, il canto di Marco Lombardo, uomo politico noto per la sua prudenza e sapienza, il canto centrale di tutta la Divina Commedia. In quel canto ci dice che l’anima esce dal suo fattore pargoleggiando, semplicetta, che sa nulla, poi soltanto immediate a Deo gli viene donata la possibilità del liberarsi, la potenza del liberarsi” (Cacciari fa riferimento a questi versi del XVI Canto del Purgatorio: Esce di mano a lui che la vagheggia/prima che sia, a guisa di fanciulla/che piangendo e ridendo pargoleggia,/l'anima semplicetta che sa nulla,/salvo che, mossa da lieto fattore, volontier torna a ciò che la trastulla).  

La lettura dantesca di Cacciari entra nel vivo. “Non viene donata la libertà, ma la volontà della libertà, la possibilità di essere libero come dono. Ed esattamente così appare nella allegoria della caverna di Platone. E come si spiega quel dono a quella persona? Platone è chiaro: la nostra libertà è in potenza, in atto può essere solo a compimento di una fatica. Senza questa esperienza non c’è libertà. Viene donata la potenza della libertà, perché connessa alla nostra umanità è l’esperienza della liberazione. Come diceva Kierkegaard la libertà è la croce dei filosofi, perché nessuno riesce a spiegarsela. Chi crede lo spiegherà come Dante, come possibilità conferita da Dio. E anche chi non crede comunque la pensa come possibilità, altrimenti la nostra condizione ordinaria è quella designata da Platone, stare seduti a guardare le ombre. Perché nasciamo come semplicetti senza capire nulla. Il nesso è col linguaggio. Siamo liberi in potenza. L’analogia è con quell’altro dono supremo di Dio, il linguaggio. Ciò che ci differenzia, e Dante lo dice on radicalità. Colui che parla è solo l’uomo, e nel De vulgari eloquentia lo spiega, assumendo che egli lo fa per primo e per la prima volta: questa cosa non l’ha mai tentata nessuno, dice Dante e io sono il primo ad affrontare la questione del linguaggio in questo modo”.

Ed ecco la conclusione cui giunge Cacciari nel viaggio dantesco. “Solo la nostra specie è in grado di parlare, gli altri esseri viventi non possiedono il linguaggio, che è il grande dono divino concesso agli umani. Si intende per linguaggio umano la forma locutionis, ovvero, nel nostro animo è innata la possibilità del parlare, del linguaggio. Il dono divino non è quello o questo linguaggio, questo o quell’idioma, ma la capacità di parlare qualsiasi idioma. I due doni divini sono inseparabili. Il dono divino della forma locutionis e il dono divino della potenza di libertà. Quindi il linguaggio è il segno primo del nostro essere liberi, perché esso è il segno in noi del nostro non essere determinati in tutto e per tutto. Gli animali sono determinati dall’istinto. Noi comunichiamo attraverso il linguaggio la ragione di ciascuno, e dunque, per questo, ciascuno è libero. Il linguaggio è quella dimensione in cui siamo con gli altri, in comune, e nello stesso tempo siamo ognuno con la propria ragione, e quindi liberi. Ma non liberi nel senso di astratti e separati da ciò che è comune. Il linguaggio è la dimora della nostra libertà. Dio dona la possibilità dell’essere libero e contestualmente la forma locutionis con la quale possiamo parlare qualsiasi idioma la matrice ci comunichi, così come abbiamo la potenza di liberarci. In questo senso, la libertà è immanente al linguaggio. Queste sono le condizioni teoriche e filosofiche con cui affrontare il problema. È indisgiungibile il problema della libertà da quello del linguaggio. Poi però dobbiamo precedere liberandoci, e per Dante il viaggio coincide con la necessità di parlare bene, con l’eloquio come elemento essenziale della sapienza”.

Pino Salerno

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