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L'Opinione

20 giugno 2021

Novellara, dove?

Nella vicenda che nelle settimane a cavallo tra maggio e giugno ha coinvolto il destino di Saman, una giovane di origine pachistana scomparsa (probabilmente “eliminata” dalla famiglia…) sono possibili molteplici riflessioni e commenti. Per chi i problemi di integrazione raziale (giovani vs anziani, diversità culturali, rapporti famigliari, rapporto tra tradizioni e valori…) li ha visti, prima, al cinema qualche decina di anni fa, da Stephen Frears col suo My Beautiful Laundrette a Tevfik Baser con 40 mq di Germania o a Fatih Akin con La sposa turca e, poi, sempre di più nelle cronache dei quotidiani e dei telegiornali nazionali e locali, la vicenda non stupisce. Alla più che corretta reazione e alla necessità di combattere quel senso di impotenza che colpisce chi si chiede perché una maggiore libertà e apertura venga negata con gli strumenti più brutali fino alla negazione della vita, vorrei proporre una diversa chiave di lettura. Giusto per rifletterci sopra, come direbbe lo Zaia/Crozza televisivo.

Il dato che più mi ha colpito dando un’occhiata alle cronache è il luogo in cui questo è avvenuto. Novellara, un paese in provincia di Reggio Emilia, la “bassa emiliana”, che a quelli della mia generazione, ma anche di quelle che l’hanno seguita, è noto soprattutto per essere il luogo di nascita e di avvio al successo di un complesso (i Nomadi) ma anche dei due più carismatici suoi componenti, Augusto Daolio e Beppe Carletti, il primo purtroppo scomparso troppo presto e il secondo tuttora anima e immagine del complesso. I Nomadi sono diventati una leggenda in quanto portatori di un messaggio (di pace, speranza e fratellanza) a cavallo tra più culture, attenti al nuovo ma con radici ben solide che ne hanno fatto un unicum e, come tale, riconosciuto, rispettato e seguito.

Come è potuto succedere che questo messaggio si sia “interrotto” proprio nello stesso luogo che lo aveva generato? Come la “conoscenza” e il “rispetto” (degli altri e di conseguenza di se stessi) non siano riusciti ad arrivare a permeare, contaminandole, comunità che oggi, nell’Italia rinsecchita, invecchiata e chiusa su se stessa del terzo millennio, costituiscono sia l’ossatura che la sponda e la speranza di un diverso futuro.

E per una volta non possiamo dare la colpa all’incapacità di chi amministra nel saper cogliere i segnali e nell’intervenire. Elena, la giovane Sindaca, peraltro figlia di Beppe, ha una storia personale, un track-record si direbbe oggi, che la tutela da critiche ed attacchi, a cui ha associato comportamenti concreti, anche nella vicenda in esame.

Rimane l’interrogativo: cosa possiamo/dobbiamo fare noi? Il momento della formazione diviene centrale e l’anno abbondante di pandemia, con le conseguenze di marginalizzazione fisica e compressione dei rapporti sociali ha amplificato condizioni che erano già critiche in partenza.

Si parla, anche a sproposito, di ripresa e resilienza. Alle grandi opere e agli interventi top down vanno però associate una miriade di iniziative di ricucitura dal basso del tessuto sociale, una ricucitura che non sia solo assistenziale (nel senso di risposta ai bisogni) ma che sappia cogliere le criticità ed offrire delle prospettive. Il sindacato in varie epoche storiche, per la sua natura e la sua capillarità, ha svolto egregiamente questo ruolo ma aveva due grandi ancore a cui aggrapparsi: la “fabbrica” e la rappresentatività per tutelare gli interessi.

Un sindacato che ha al centro del suo mandato la “conoscenza” è già potenzialmente sintonizzato sulla nuova lunghezza d’onda, sperando di essere in grado, dopo aver intercettato la frequenza, di trasmettere i programmi giusti in grado di catalizzare l’ascolto…

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