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dal 15 al 21 novembre 2021

Rassegna stampa. Cop26. Gli scienziati incatenati a Glasgow di Scientist Rebellion. L’amara conclusione di Cingolani. La nuova fase del CNR annunciata dalla presidente Carrozza

Glasgow, Cop26: alcuni scienziati si incatenano ma vengono arrestati  

La foto più emblematica e probabilmente più inquietante del summit di Glasgow Cop26 organizzato dall’Onu, con il coinvolgimento di oltre cento Paesi del mondo, è stata pubblicata da Nature. Cinque scienziati in camice bianco si sono incatenati proprio davanti al palazzo che ospitava il summit. La foto ritrae cinque esponenti di Scientist Rebellion, tra i quali Kyle Topfer (il secondo da sinistra) e Charlie Gardner (ultimo a destra) incatenati assieme sul ponte dedicato a re Giorgio Quinto. Lo scorso 6 novembre gli attivisti di Scientist Rebellion hanno bloccato il ponte, una delle arterie più trafficate di Glasgow, che collega il centro alla zona meridionale della città. L’esito, di cui nessun organo di stampa ha parlato in Italia, ha visto 21 persone arrestate, tra le quali 15 scienziati.

“Crediamo che si tratti del primo arresto di massa di scienziati che protestano sulla crisi climatica”, ha detto Charlie Gardner, biologo della conservazione all’Università del Kent a Canterbury, che era tra gli arrestati. Da quasi sei anni Gardner insegna in un corso dedicato al cambiamento climatico, “che mi ha fatto pensare quanto sia grave e impattante la crisi climatica per la biodiversità”. Da quel momento, Gardner ha dato inizio a forme di disobbedienza civile, culminate nell’arresto di Glasgow. Il fatto è che “esistono interessi potentissimi che non vogliono l’uscita dalla decarbonizzazione, cosa che limiterebbe i loro profitti”, afferma Gardner, il quale un esito flop del vertice Onu di Glasgow se lo attendeva. Qual è il vero centro della protesta degli scienziati di Rebellion Scientist? Essi sostengono che molti nelle accademie temono per il loro lavoro dal momento che istituzioni e università possono non vedere di buon occhio l’attivismo civile degli scienziati. Non solo. Gardner rincara la dose: molti scienziati di primo piano non si uniscono alle proteste sul clima perché “sono davvero troppo occupati, così pressati dalla necessità di pubblicare e di assicurarsi finanziamenti”. E quelli agli inizi o a metà carriera non lo fanno perché devono concentrarsi sulle loro ricerche e sulle pubblicazioni. “A loro dico che non esistono professori su un pianeta morto”, afferma Gardner. E prosegue: “tutte le nostre speranze sul futuro sono in pericolo adesso, a meno che non agiamo con tempestività per i prossimi anni”. E sebbene non vi siano molti scienziati a protestare nelle piazze, Gardner osserva un aumento delle discussioni, soprattutto online, sul ruolo degli accademici nell’oltrepassare l’insegnamento e la ricerca per impegnarsi in forme di attivismo e protagonismo civile. “Il cambiamento climatico non è solo una battaglia di informazione, ma di potere e di influenza”, afferma Gardner. “Scrivere papers scientifici non influenza il pubblico o i governi, mentre l’attivismo potrebbe farlo”. Nonostante il suo arresto, il professor Gardner non molla l’impegno con Scientist Rebellion e si augura di persuadere tanti ricercatori ad unirsi nella lotta. “Metterci la faccia e fare da esempio è uno dei modi più potenti per influenzare gli altri”, egli dice.

Cop26, Cingolani: impossibile fare più, India si svincolava 

"Sono abili negoziatori: se avessimo optato per il muro contro muro, gli indiani si sarebbero svincolati da ogni impegno e avrebbero prodotto tutta la CO2 possibile, rendendo irreversibile il cambiamento e inutili gli sforzi di tutto il resto del mondo. È impensabile fare una rivoluzione epocale con una Cop. Ma quest'anno è stato fatto un passo avanti" dice in un'intervista a La Repubblica, lunedì 15 novembre, il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani. Tanti in ogni caso i nodi rimasti irrisolti alla Cop26 di Glasgow: "A cominciare - spiega Cingolani - dall'assenza di una data certa per l'abbandono del carbone. Non abbiamo raggiunto i 100 miliardi l'anno dovuti ai Paesi vulnerabili, promessi nel 2015, e si devono trovare accordi operativi per aumentare le risorse destinate ai danni e alle perdite causate dagli eventi estremi nei Paesi più deboli. Più in generale, ai piccoli Paesi vulnerabili o alle isole che rischiano in pochi decenni di essere inghiottite dai mari non possiamo solo rispondere con regole, processi, linguaggi tecnocratici e promesse. Occorre che la solidarietà sia tangibile e in tempi molto brevi". Il ministro vede però anche passi in avanti: "Tutti gli Stati hanno convenuto sulla necessità di accelerare il raggiungimento degli obiettivi dell'Accordo di Parigi, mantenendo il riscaldamento globale a circa 1,5 gradi (invece di 2) nella seconda metà del secolo". Inoltre, "sono state concordate regole precise per le finanze, per la trasparenza e la verifica di quanto dichiarato dagli Stati. Sono stati concordati processi e metodi uguali per tutti, che a partire dalla prossima Cop consentiranno di gestire meglio gli aiuti e gli sforzi. Può sembrare poco, ma non è così. Certo, per ottenere questi accordi è stato necessario scendere a patti con Paesi che fanno uso intensivo di carbone". Per quanto riguarda l'Italia, "abbiamo quasi triplicato il budget per questi aiuti raggiungendo circa 1,4 miliardi di dollari all'anno per i prossimi cinque anni. È uno sforzo importante, perché per anni la cifra dedicata era rimasta invariata attorno ai 500 milioni. Però ricordiamoci che per la dimensione dell'economia italiana la cifra che dovremmo versare dovrebbe essere in proporzione maggiore. Quindi resta molto da fare", conclude.

CNR, Carrozza e la sostenibilità dell’ente di ricerca

"Dal Cnr e di questo mi assumo la responsabilità proviene una richiesta di aiuto per garantire la sostenibilità nel lungo termine del più grande ente di ricerca in Italia" dice in un'intervista al Corriere della Sera Maria Chiara Carrozza, presidente del Cnr da soli 6 mesi, che spiega anche che è proprio in relazione a questa richiesta che “il governo mi ha comunicato di avere introdotto un articolo ad hoc nella finanziaria per disporre un rifinanziamento del Cnr che parte da 60 milioni nel 2022 e può diventare 80 milioni. Il Pnrr può fare del Cnr un ente moderno e il mio obiettivo è garantire ai ricercatori la libertà che oggi non è garantita". Per la presidente Carrozza non sarà però un commissariamento: i fondi saranno disponibili "a fronte di un piano di riorganizzazione e rilancio che deve essere presentato dal Cnr per il mio tramite ma che sarà sottoposto a una valutazione di un supervisory board. Lo dovrà valutare. Tutto dipende dalla composizione del board e da chi saranno i cinque esperti". Il Consiglio nazionale delle Ricerche, prosegue, "è un patrimonio per il Paese, anzi non si parla abbastanza del bello del Cnr e della bravura dei suoi ricercatori. Il Cnr che sogno è un ente che mette a disposizione i dati che raccoglie con un'agenda digitale, in un'ottica di scienza aperta. Ma va portato nel XXI secolo con il passaggio a un bilancio patrimoniale e l'uso del digitale per misurare le performance e valutare la gestione dei costi in maniera più trasparente. L'impostazione amministrativa risale a molti decenni fa", conclude Carrozza.

Pino Salerno