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Le notizie della settimana

dal 06 al 12 dicembre 2021

Rassegna stampa. Lo sciopero del 10 dicembre, il dramma delle scuole francesi, il Papa sferza la civiltà europea

10 dicembre: lo sciopero della scuola. Le ragioni dello sciopero, indetto da FLC CGIL, UIL, Gilda e Snals, con la confluenza di Anief e Cobas, sono state sostenute e rivendicate dal segretario generale della FLC CGIL Francesco Sinopoli nel corso di due interviste, a Roberto Ciccarelli, sul Manifesto del 25 novembre, e a Donatella Coccoli, sul settimanale Left del 3 dicembre. Allo sciopero non ha aderito la CISL, mentre si prevede una forte partecipazione degli studenti. A proposito delle ragioni dello sciopero, Sinopoli afferma al Manifesto: “Il governo Draghi ha fatto una scelta molto precisa: al di là delle dichiarazioni roboanti e dei patti sottoscritti con i sindacati, disinveste sulla scuola pubblica, confermando la tendenza che va avanti da almeno 15 anni, ma che adesso suona ancora più insopportabile, sbagliata e ingiusta dopo due anni di pandemia. Con una legge di bilancio da 33 miliardi è previsto un fondo di 210 milioni di euro. Servirebbero 350 euro al mese per adeguarsi alla media europea, ma da questo fondo vengono tutt’al più appena 87 euro più 12 euro per premiare una non meglio definita dedizione professionale”. Sinopoli rilancia la teoria della scuola come “secchio bucato nella considerazione dei decisori politici. E la spiega così: “Ho l’impressione che siamo fermi all’idea della scuola come secchio bucato nel quale non bisogna mettere risorse perché, loro pensano, sono sprecate. Avevamo avuto le avvisaglie di questo approccio all’indomani della firma sul patto dell’istruzione purtroppo inattuato. Credo che in questo governo ci sia un’anima conservatrice, la stessa che ha caratterizzato la stagione dei tagli e del neoliberalismo all’italiana”. Ed ecco la posizione critica nei confronti del governo: “la scuola è un problema da trattare con i criteri del management attento all’efficienza gestionale e alle gerarchie, senza affrontare il lavoro e la valorizzazione delle professionalità. Mi chiedo chi pensi queste politiche. L’impressione è che non siano pensate al ministero dell’istruzione, ma tra il Tesoro e Palazzo Chigi. Questo è un problema democratico”. C’è dunque, al centro delle ragioni dello sciopero del prossimo 10 dicembre, non solo una enorme questione salariale, se si pensa sia al gap tra le funzioni della pubblica amministrazione che nei confronti dei salari medi europei, ma soprattutto una gravissima questione democratica. Infatti, aggiunge Sinopoli: “Credo che in questo momento il ministro sia in difficoltà, non è un giudizio è un fatto oggettivo. Fa specie che rispetto agli altri settori pubblici la scuola è trattata peggio. Non ci sono più alibi, è una scelta deliberata. Insomma stanno facendo l’opposto di quello che andrebbe fatto. La legge di bilancio è la conferma di questo approccio ed è un segnale molto negativo”. Al settimanale Left, Sinopoli aggiunge un’ulteriore riflessione: “il punto è quanto vale questo lavoro, al di là delle discussioni su come si fa e su quanto si è capaci di cambiare metodo di insegnamento… per questo governo vale 10 euro in più, e non per tutti”. È evidente, dunque, che se la funzione sociale dell’insegnamento non viene riconosciuta adeguatamente, se la professionalità del personale scolastico tutto viene considerata un peso e non un valore, e se la riduzione progressiva dell’investimento in conoscenza sviluppa sempre più idee neoliberiste di vantaggi ai privilegiati e di costruzione di nuove disuguaglianze, lo sciopero ha fondate ragioni, non solo rivendicative ma soprattutto generali, che risiedono nell’allarme per una deriva anti democratica del governo Draghi. E non è affatto un caso che il primo grande sciopero contro il governo Draghi provenga proprio dal mondo della scuola e della conoscenza, architrave della Costituzione e della democrazia.

Scuola. Esame di Stato con o senza scritti? La polemica. Dopo la raccolta di decine di migliaia di firme su una petizione che chiedeva di abolire le prove scritte dall’esame di maturità, petizione contro la quale si è schierata, giustamente anche la FLC CGIL, sulla stampa si è registrato un vero e proprio coro di docenti, studenti, intellettuali del tutto favorevoli alle prove scritte. Il Corriere della sera ha pubblicato integralmente, il 4 dicembre, la lettera aperta indirizzata al ministro Bianchi con le ragioni per “evitare un esame burletta”. La lettera è firmata da numerosi e noti intellettuali, da Roberta De Monticelli a Gustavo Zagrebelsky a Paolo Crepet, per citarne solo alcuni. Ecco il testo della lettera aperta: “a quanto abbiamo letto, Lei sarebbe orientato a riproporre un esame di maturità senza gli scritti come lo scorso anno, quando molti degli stessi studenti, interpellati dai giornali, l’hanno giudicato più o meno una burletta. Nonostante i problemi causati dalla pandemia, per far svolgere gli scritti in sicurezza a fine anno molte aule sono libere per ospitare piccoli gruppi di candidati. E che l’esame debba essere una verifica seria e impegnativa è nell’interesse di tutti. In quello dei ragazzi – per cui deve costituire anche una porta di ingresso nell’età adulta – perché li spinge a esercitarsi e a studiare, anche affrontando quel tanto di ansia che conferma l’importanza di questo passaggio. Solo così potranno uscirne con soddisfazione. È nell’interesse della collettività, alla quale è doveroso garantire che alla promozione corrisponda una reale preparazione. Infine la scuola, che delle promozioni si assume la responsabilità, riacquisterebbe un po’ di quella credibilità che ha perso proprio scegliendo la via dell’indulgenza a compenso della sua frequente inadeguatezza nel formare culturalmente e umanamente le nuove generazioni. Non si tratta quindi solo della reintroduzione delle prove scritte, per molte ragioni indispensabile (insieme alla garanzia che non si copi e non si faccia copiare, come accade massicciamente ogni anno); ma di trasmettere agli studenti il messaggio di serietà e di autorevolezza che in fondo si aspettano da parte degli adulti”.

Le scuole francesi in pieno dramma covid. Forse anticipata la chiusura per le vacanze di Natale. Dinanzi alla quinta ondata di covid anche in Francia vi sarà bisogno, come in Belgio di anticipare le vacanze natalizie? Secondo i dati forniti dal ministero dell’Istruzione francese si è passati in appena quindici giorni alla chiusura di 8890 classi, dalle 4578. Gli alunni contagiati sarebbero questa settimana 33550. I dati tuttavia sono stati contestati dall’istituto Geodes, che ha conteggiato 16849 alunni positivi nella sola giornata del 29 novembre. Il fatto è che – scrive Liberation – il protocollo modificato lo scorso 25 novembre non ha fermato l’espansione dell’epidemia, il cui unico scopo sembra essere quello di proteggere le famiglie dal contagio. Di fatto, denuncia Liberation, autorizzando il rientro in classe degli alunni negativi il giorno in cui viene conclamato un caso positivo, non tiene conto del tempo di incubazione della malattia. E così, una parte dei negativi diviene positiva. E dunque il tasso di incidenza appare molto più elevato nelle scuole della media, ed ecco perché il covid si diffonde nella società. Che farà allora il governo francese? Il Belgio ha trovato una soluzione nell’anticipare le vacanze natalizie di almeno una settimana, senza far uso della didattica a distanza. Ma il suo costo economico è rilevante, pensano nel governo francese, dal momento che almeno uno dei genitori deve obbligatoriamente restare a casa. Si pensa ad un nuovo livello di protocollo, anche se le proposte elaborate finora, scrive ancora Liberation, non pare servano a ridurre il tasso di incidenza nelle scuole. Ci vorrebbe dunque l’applicazione del cosiddetto livello 4, ovvero la chiusura di tutte le scuole, dell’infanzia e primarie, e anche dei colleges, le scuole medie francesi. Qualunque sia la decisione, occorrerà considerare che l’epidemia è durevole e gli istituti hanno bisogno di ventilazione meccanica filtrata, di purificatori, e di un presidio sanitario. “Governare è prevedere”, scrive Le Monde in un articolo assai duro verso il governo e il ministro dell’Istruzione Blanqueur, accusato di pensare alla soluzione dei tempi brevi e non nel lungo periodo.

A Lesbo, papa Francesco sferza la civiltà europea per i muri e torna sulla “globalizzazione dell’indifferenza”.

Dall’isola di Lesbo, in Grecia, dove ha visitato un campo profughi, papa Francesco torna a condannare il vecchio continente per le sue politiche sui migranti. “Eppure – ha affermato il papa a Lesbo – il rispetto delle persone e dei diritti umani, specialmente nel continente che non manca di promuoverli nel mondo, dovrebbe essere sempre salvaguardato, e la dignità di ciascuno dovrebbe essere anteposta a tutto. È triste sentir proporre, come soluzioni, l’impiego di fondi comuni per costruire muri, per costruire fili spinati. Siamo nell’epoca dei muri e dei fili spinati. Certo, si comprendono timori e insicurezze, difficoltà e pericoli. Si avvertono stanchezza e frustrazione, acuite dalle crisi economica e pandemica, ma non è alzando barriere che si risolvono i problemi e si migliora la convivenza. È invece unendo le forze per prendersi cura degli altri secondo le reali possibilità di ciascuno e nel rispetto della legalità, sempre mettendo al primo posto il valore insopprimibile della vita di ogni uomo, di ogni donna, di ogni persona”. A Lesbo Francesco ha ascoltato le testimonianze di alcuni rifugiati e volontari e ha sottolineato che “la migrazione non è un problema del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, dell’Europa e della Grecia. È un problema del mondo. Sì, è un problema del mondo, una crisi umanitaria che riguarda tutti. La pandemia ci ha colpiti globalmente, ci ha fatti sentire tutti sulla stessa barca, ci ha fatto provare che cosa significa avere le stesse paure. Abbiamo capito che le grandi questioni vanno affrontate insieme, perché al mondo d’oggi le soluzioni frammentate sono inadeguate. Ma mentre si stanno faticosamente portando avanti le vaccinazioni a livello planetario e qualcosa, pur tra molti ritardi e incertezze, sembra muoversi nella lotta ai cambiamenti climatici, tutto sembra latitare terribilmente per quanto riguarda le migrazioni. Eppure ci sono in gioco persone, vite umane! C’è in gioco il futuro di tutti, che sarà sereno solo se sarà integrato. Solo se riconciliato con i più deboli l’avvenire sarà prospero. Perché quando i poveri vengono respinti si respinge la pace. Chiusure e nazionalismi, la storia lo insegna, portano a conseguenze disastrose”. Per Bergoglio, infatti, “è un’illusione pensare che basti salvaguardare sé stessi, difendendosi dai più deboli che bussano alla porta. Il futuro ci metterà ancora più a contatto gli uni con gli altri. Per volgerlo al bene non servono azioni unilaterali, ma politiche di ampio respiro. La storia, ripeto, lo insegna, ma non lo abbiamo ancora imparato. Non si voltino le spalle alla realtà, finisca il continuo rimbalzo di responsabilità, non si deleghi sempre ad altri la questione migratoria, come se a nessuno importasse e fosse solo un inutile peso che qualcuno è costretto a sobbarcarsi”. E ha concluso: “Superiamo la paralisi della paura, l’indifferenza che uccide, il cinico disinteresse che con guanti di velluto condanna a morte chi sta ai margini! Contrastiamo alla radice il pensiero dominante, quello che ruota attorno al proprio io, ai propri egoismi personali e nazionali, che diventano misura e criterio di ogni cosa”. Meglio di così non si poteva proprio dire. Grazie papa Francesco.

Pino Salerno