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dal 20 al 26 dicembre 2021

Rassegna stampa. Lo sciopero generale del 16 dicembre di CGIL e UIL e i media: un silenzio fragoroso rotto dal grido sofferente delle persone reali

Giovedì 16 dicembre, primo sciopero generale nell’era covid indetto da Cgil e Uil: cinque grandi piazze piene, con decine di migliaia di persone a manifestare “insieme per la giustizia” (titolo che traduce in modo perfetto l’etimologia del termine sindacato, dal greco syn e dike), dopo assemblee nei luoghi di lavoro, volantinaggi e mobilitazioni ovunque in Italia, e dopo una sofferta rinuncia della Cisl. E con una partecipazione elevata. Eppure, al di là delle poche e scarne notizie di cronaca, sui media più importanti si è preferito scansare il pensiero critico suscitato da Cgil e Uil a proposito di legge di Bilancio espansiva e di crescita economica, si è preferito evitare lo scoglio duro degli interrogativi posti dallo sciopero generale, si è fornita all’opinione pubblica la sola chiave di lettura di coloro che vi si opponevano (Confindustria) o che si dicevano stupiti (il segretario del Pd) o che addirittura hanno parlato di farsa (il leader della Lega, Matteo Salvini). Eppure, le ragioni dello sciopero generale erano ormai chiare, ragionevoli e fondate perfino quando i grandi quotidiani avevano ospitato interviste ai due segretari generali di Cgil e Uil, Landini e Bombardieri. Ma no, sui grandi mezzi di informazione lo sciopero generale non doveva conquistare le prime pagine (la notizia era la quinta o la sesta nei principali tg, con servizi da un minuto), e neppure meritava la benché minima notizia (che ritroviamo solo nella cronaca del quotidiano dei vescovi Avvenire) l’estremo rispetto delle regole e della legalità in fatto di controlli antipandemici. Lo sciopero generale, e le sue arcinote e fondatissime ragioni, doveva passare quasi inosservato.

Dal ragionamento di Loris Caruso sul Manifesto del 17 dicembre se ne ricava qualche utile riflessione. Scrive Caruso: “L’atteggiamento tenuto dalla quasi totalità del sistema mediatico e politico nei confronti dello sciopero generale di ieri, un silenzio che ha sconfinato in una censura rotta solo da qualche critica sprezzante di giornalisti, politici e imprenditori vestiti da ‘haters’, con toni innervati di razzismo di classe, ha impresso al dibattito pubblico italiano i toni del fondamentalismo di mercato. In un sistema di questo tipo si può parlare di quasi tutto, si possono praticare o (più spesso) simulare conflitti su quasi tutti i temi, teatralizzare polarizzazioni in fondo funzionali all’omogeneizzazione delle posizioni politiche, ma si deve escludere in ogni modo il lavoro dal perimetro della politica e del dibattito pubblico. Si possono riempire giornali e talk show di contrapposizioni apparentemente ‘totali’ tra pass e no pass, vax e no vax, scientisti e antiscientisti, sovranisti ed europeisti, ‘fascisti’ e democratici, ma va evitato in ogni modo che il lavoro acquisisca visibilità e che i suoi interessi vengano politicizzati. Ci si definisce democratici, ma solo finché la democrazia non entra nei luoghi di lavoro e nei rapporti tra lavoro e capitale. Ai sindacati si chiede di svolgere la sola funzione di sostenere l’impresa facendo accettare ai lavoratori ogni tipo di condizione. Le forze politiche che si pongono come guardiane della democrazia contro il pericolo delle destre radicali (con cui magari nel frattempo governano), hanno definitivamente acquisito questo schema, che è lo schema (corporativista) che le relazioni industriali assumono nei regimi autoritari. Ci si definisce democratici, ma solo finché la democrazia non entra nei luoghi di lavoro e nei rapporti tra lavoro e capitale. In questo contesto, la prova di forza offerta ieri dai sindacati in termini di presenza nelle piazze e adesioni allo sciopero è un fatto rilevantissimo. Cgil e Uil hanno rischiato molto. Niente indebolisce un’organizzazione sindacale più del fallimento di una mobilitazione importante. Era impaziente, la voce unanime di media e politici di governo, di parlare di flop dello sciopero, declino dei sindacati, tramonto definitivo dei conflitti di lavoro. Non potranno farlo”.

La stessa indignazione ritroviamo nelle parole di un membro del governo, la sottosegretaria al Mef Maria Cecilia Guerra di Leu, in un’intervista al Fatto. “Lo sciopero è un segnale forte che il governo deve ascoltare. Non capisco lo stupore né il fastidio verso un atto fisiologico di conflitto sociale. I sindacati rappresentano larghi strati della popolazione, chiedono attenzione su temi importanti e intercettano un malessere diffuso – precarietà, delocalizzazioni, disuguaglianze – che non nasce con la pandemia e sta crescendo”. Inoltre aggiunge Guerra, a dimostrazione di quanto le tesi di Cgil e Uil fossero fondate, “personalmente non avrei ridotto l’Irap, avrei concentrato lo sforzo nel ridurre il cuneo fiscale con uno sgravio contributivo, come chiedevano i sindacati. Bisognava puntare all’equità del prelievo, invece ridurre gli scaglioni porta al rischio che il taglio si concentri sulle fasce medio-alte. Così non c’è un effetto redistributivo, ottenuto solo con la decontribuzione sotto i 35mila euro che però è temporanea. Cgil e Uil hanno ragione sul tema dell’evasione fiscale. Una vera riforma deve allargare la base imponibile e far pagare tutti allo stesso modo a parità di reddito. Qui risposte non sono state date”. E infine: “È inaccettabile rifiutarsi di ascoltarli e accusarli di irresponsabilità. I soggetti intermedi sono fondamentali, i rapporti nel mondo del lavoro sono squilibrati a sfavore dei lavoratori, lo vediamo su salari e tutele sociali. Il conflitto che si esprime in una grande manifestazione sindacale è salutare, non c’è da averne paura”. Insomma, una voce importante e indignata da sinistra dall’interno del governo riconosce le legittime ragioni di Cgil e Uil, ne condivide le analisi, avrebbe voluto essere in una delle piazze, e tuttavia manifesta e non nasconde tutta l’impotenza e l’imbarazzo che proprio il governo Draghi pone alle forze governative di sinistra. Un dibattito analogo è venuto costruendosi anche tra gli intellettuali, che certo non hanno utilizzato le ragioni del mercato e del consumo per delegittimare e ammazzare lo sciopero generale (come ad esempio ha fatto l’Huffington Post), ma hanno posto interrogativi di peso sui quali Cgil e Uil (ma anche la Cisl) dovrebbero riflettere.    

La politologa Nadia Urbinati, ad esempio, scrive sul quotidiano Domani del 17 dicembre che “lo sciopero di Cgil e Uil è un segno di contro-potere da un lato ed è un campanello d’allarme di scontento reale dall’altro. Lo stupore di Enrico Letta e altri per lo sciopero contro la legge di Bilancio è segno di non comprensione, indicativo dell’assenza del partito dalla società, e di una distanza di linguaggi e di opinioni. Lo sciopero è una richiesta di dialogo in un tempo cruciale, nel quale chi non ha che il numero a proprio vantaggio deve usarlo per poter far sentire la propria voce. Questo dicono i sindacati”. Sulla stessa scia l’analisi di Fausto Bertinotti sul Riformista del 16 dicembre: “La verità è che la curvatura neo-autoritaria non proviene dalla difesa della salute pubblica, bensì dalla difesa del profitto privato. Del resto, questa curvatura neo-autoritaria che esautora il Parlamento, che si fonda sulla scomparsa del protagonismo dei partiti, sulla cooptazione nell’area di governo dei corpi intermedi, ha sempre avuto alla base dell’intera costruzione la demonizzazione del conflitto sociale, ridotto nella cultura dominante a patologia del sociale. Non sono le libertà individuali ad essere sistematicamente aggredite. Esse, anche quando per le necessità connesse a un’emergenza sanitaria, vengono nella realtà temporaneamente limitate, contemporaneamente vengono assunte culturalmente a linfa vitale della società contemporanea. Semmai il discorso critico in questo campo deve investire la nuova generazione dei diritti della persona e di tutti i soggetti della diversità, ma anche questi investono non l’emergenza, bensì la conformazione culturale di fondo del modello capitalistico patriarcale. In ogni caso, a fare da fondamenta alla costruzione della società del turbo-capitalismo sono state la riduzione del lavoro e dei bisogni sociali a pura variabile dipendente del nuovo tipo di accumulazione, e la messa in mora del conflitto”.

Nei confronti di questa assai stimolante analisi, un altro filosofo, Biagio De Giovanni, pone e ci pone interrogativi poderosi, che investono il senso del fare sindacato nel XXI secolo. Si può essere o non essere d’accordo con Bertinotti, con Urbinati o con De Giovanni, ma non si può dire che essi non abbiano rispettato Cgil e Uil e il loro popolo con analisi rigorose e interrogativi ben argomentati. Scrive dunque Biagio De Giovanni sul Riformista del 19 dicembre: “Come dice, con passione vera e rispettabile, Fausto Bertinotti, finalmente è giunto in piazza il conflitto sociale. Ma è così? Possiamo chiamare con quel nome ciò che è avvenuto il 16 dicembre? Un assemblaggio confuso di tutto messo insieme contro? Il conflitto sociale è stato momento di lotta per l’egemonia nei momenti alti, e lotta su obbiettivi di volta in volta precisati e organizzati, proprio l’opposto di ciò che è avvenuto il 16, tutto mescolato contro. I due sindacati, unendosi al terzo che saggiamente non ha aderito, si riuniscano e lavorino in modo determinato e ragionevole su tempi e modalità. Il contro tutti (meno contro Meloni che è all’opposizione) non aiuta per niente la lotta contro le diseguaglianze. Il tema è grande, inutile creare illusioni suonando i tamburi. È il momento dell’unità, che non significa accettazione acritica di tutto, ma nemmeno confuso sventolio di bandiere nelle città dove ancora si sente il morso dell’emergenza”.

Pino Salerno