Articolo33 e Pepeverde
Scegli l'abbonamento adatto a te
Scopri di più

Le notizie della settimana

dal 08 al 14 novembre 2021

La settimana dell’Istruzione sulla stampa

È stata la prima settimana degli incontri a Glasgow di Cop26, il summit dell’Onu per fronteggiare l’emergenza climatica. La conferenza si è trasformata in un racconto su due livelli sulla stampa. Il primo è quello istituzionale, con la parata di ministri, tecnici, invitati illustri (da Bill Gates a Barack Obama), ma dove ha pesato enormemente il forfait di Russia e Cina. Il secondo livello è quello delle contestazioni del movimento dei Fridays For Future guidato da Greta Thunberg, che ha portato oltre centomila ragazze e ragazzi da tutto il mondo nel cuore di Glasgow. Tra le istituzioni erano presenti anche i ministri italiani Bianchi, Istruzione, e Cingolani, Transizione ecologia, mentre nutrita era la delegazione italiana dei giovani di FFF. Ecco il racconto all’agenzia Ansa di Martina Comparelli, una delle portavoci del movimento. "Siamo arrivati anche noi a Glasgow dall'Italia per dire ai leader che devono trattare l'emergenza climatica come un'emergenza, devono smettere di tergiversare, di usare le nostre parole e poi non prendere decisioni. Basta dare priorità agli interessi delle aziende delle fonti fossili. Bisogna mettere al centro la salute dell'ambiente e dei cittadini, prendere impegni e metterli in atto. Ma subito, non nel 2050. Ai leader diciamo 'agite subito, altrimenti ci prendete in giro'" ha detto Martina Comparelli all'ANSA. L'attivista racconta di essere arrivata a Glasgow in treno da Bruxelles, dove lavora, evitando di prendere l'aereo perché produce troppi gas serra. "La maggior parte di noi è venuta qui in treno - spiega -. Lo facciamo perché ci sentiamo di vivere secondo i nostri principi". Comparelli racconta che gli italiani di Fridays for Future a Glasgow hanno trovato ospitalità presso altri attivisti (gli alberghi nei giorni della Cop26 costano dai 500 euro al giorno in su). "Io e un mio collega ci siamo sistemati in casa di una coppia di anziani - spiega -, trovata sul sito HumanHotel, dove persone si offrono di ospitare gratuitamente. I due anziani ci hanno detto che questo è il loro contributo alla lotta per il clima".

Il discorso del ministro Bianchi. L'evento che invece ha visto protagonista il ministro Bianchi è stato pensato per richiamare tutti i ministri partecipanti alla Cop26 all'impegno a promuovere maggiormente l'Educazione climatica e allo sviluppo sostenibile, nella convinzione che l'istruzione sia una chiave determinante nella lotta al cambiamento climatico. È stato anche un'occasione per rafforzare il dialogo politico, migliorare la collaborazione intersettoriale e intergovernativa e dare voce ai giovani, proseguendo il confronto avviato in occasione della Youth4Climate di Milano e della Conferenza Mock Cop26. "Per dare una risposta adeguata ai cambiamenti climatici tutti i governi devono costruire interventi di sistema, comuni, non azioni isolate. Abbiamo bisogno di un'alleanza, a livello istituzionale e con tutti i partner coinvolti", ha detto il ministro Bianchi che, nel corso del suo intervento, ha ribadito gli impegni del governo italiano, nel settore dell'educazione, in tal senso: il potenziamento dell'Educazione climatica e allo sviluppo sostenibile nell'ambito dell'Educazione civica, in tutti i livelli e gradi dell'istruzione; il Piano "RiGenerazione Scuola", la cui prima settimana nazionale è in corso e sta coinvolgendo migliaia di studenti, che si propone di promuovere i valori e la cultura dello sviluppo sostenibile e della cittadinanza attiva in ogni istituto scolastico; gli interventi previsti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza; le attività e gli impegni condivisi a livello internazionale durante la Presidenza italiana del G20, con il motto "People, Planet, Prosperity".

Cingolani contro il “bla bla” di Greta e i Fridays for Future. "Oggi sui giornali italiani troviamo due pagine sul corteo di ieri a Glasgow, e molto meno su quello che succede dentro la Cop26. La protesta serve a tenere gli animi vivi, senza non ci sarebbe interesse per questi temi. Ma poi i paesi cercano di conciliare la sostenibilità ambientale con quella sociale. Chi protesta deve capire che il cambiamento non si fa in 24 ore, e chi fa il cambiamento deve capire che non può più aspettare" ha detto il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, intervistato da Lucia Annunziata a In Mezz'ora su Rai3. "Io posso anche riempire l'Europa di auto elettriche, ma se non ho l'energia da fonti rinnovabili, non serve a nulla -, ha proseguito Cingolani -. E poi non ho neppure il litio per fare le batterie. Se non facciamo una transizione ecologica dove la domanda e l'offerta crescono insieme, rischiamo di essere velleitari". "Il grande risultato del G20 - ha concluso il ministro - è stato il riconoscimento da parte di grandi emettitori come Cina, India e Russia che bisogna accelerare sulla transizione, che non basta neppure restare sotto i 2 gradi. Il negoziato ora deve trovare l'anno in cui siamo tutti d'accordo a fare i cambiamenti. È molto complicato".  "La protesta serve a tenere gli animi vivi, e probabilmente senza quella protesta non ci sarebbe neanche stata tanta attenzione al cambiamento climatico". Tuttavia "rifiuto questa ottica del bla bla bla, la protesta ci deve spingere a fare di più, ma deve diventare proposta, altrimenti diventa un problema. Tutti stanno lavorando sulla transizione ecologica, ma ci sono delle regole, la democrazia stabilisce chi sono i rappresentanti. Trovo quasi eversivo dire che le persone che stanno lavorando su queste cose non rappresentano nessuno, rappresentano dei Paesi e sono stati eletti".

Scuola e occupazione, a rischio 30mila dipendenti Ata, secondo il Fatto. “Ai primi di gennaio trentamila Ata verranno sostanzialmente licenziati”, scrive Alex Corlazzoli sul Fatto del 9 novembre, ed “è l’ennesimo pasticcio del governo Draghi sulla scuola”. “Furente” il segretario della Flc Cgil, Francesco Sinopoli: “siamo di fronte ad una decisione non solo vergognosa ma stupida. Già a settembre le risorse covid erano state ridotte rispetto all’anno precedente nonostante avessimo chiesto di mantenerle tali ma ora arriviamo ad un ulteriore limite che metterà in ginocchio l’organizzazione dei plessi. L’emergenza sanitaria non è finita eppure il governo taglia i collaboratori scolastici. Chiedano ai presidi se sono d’accordo, prima di fare queste scelte”. L’articolo di Corlazzoli si chiude con la previsione cautamente ottimistica della segretaria generale della Cisl scuola Gissi, secondo la quale “un ripensamento è in corso. Potrebbero esserci a breve delle sorprese, ma non abbiamo ancora alcuna certezza”. Insomma, par di capire che l’unica certezza possibile è che nella legge di Bilancio 2022 vengano trovate e confermate le risorse per i contratti del personale Ata almeno fino a giugno.

Andrea Gavosto, Fondazione Agnelli colpisce ancora. In un lungo articolo sul Sole24ore del 9 novembre, il direttore della Fondazione Agnelli si sostituisce al ministro Bianchi e detta l’agenda della nuova scuola. Dopo aver nuovamente trovato lo scudo nei dati Invalsi di luglio sulla “perdita di apprendimenti” durante la pandemia e dopo aver nuovamente bocciato la scuola media inferiore, Gavosto sostiene che è “evidente a tutti un cronico fallimento del nostro sistema di istruzione, che da decenni penalizza soprattutto gli studenti delle regioni meridionali e chi proviene da ambienti sociali svantaggiati”. Ma di chi è la colpa, secondo Gavosto? Ovvio, di insegnanti e docenti impreparati, e stabilizzati per ovvie convenienze sindacali. Gavosto scrive: “Sappiamo che gli attuali meccanismi di formazione iniziale e di assunzione producono, anno dopo anno, grandi criticità, come la mancata copertura stabile delle cattedre di molte materie in molti luoghi, con il conseguente enorme numero di precari. Soprattutto, non preparano i docenti all’insegnamento. Le procedure di selezione privilegiano la conoscenza delle discipline (che è fondamentale, ci mancherebbe), tralasciando di verificare la preparazione alle metodologie didattiche e alla pratica in aula, necessarie a fare un buon insegnante. Del resto come mai potrebbero le procedure di abilitazione e assunzione verificare la qualità di competenze didattiche che negli anni precedenti non sono state apprese, non venendo offerte nei percorsi universitari, se si escludono i 24 striminziti crediti in materie antropo-psico-pedagogiche?”. Dunque, la logica del discorso di Gavosto è sempre e di nuovo la medesima: come essere un buon insegnante, te lo dico io. Il punto è che Gavosto non cita mai a quale schema pedagogico o didattico faccia riferimento, a quali autori, a quali sperimentazioni, a quali libri leggere. No, la questione per Gavosto è esclusivamente procedurale e riguarda le modalità con cui si elaborano e gestiscono i concorsi e le stabilizzazioni. Traducendo: prima riconosce i limiti didattici di chi insegna, poi però si fa prendere la mano ed ecco che svicola verso le procedure, senza appunto dire quale sarebbe la migliore formazione, se non fare riferimento alla Finlandia come terra promessa e modello da seguire. Tuttavia, prosegue Gavosto, “la procedura semplificata con la prova a risposte chiuse non migliora, anzi forse peggiora l’attuale sistema: l’iter sembra nel complesso inadatto a capire se il giovane laureato ha le caratteristiche professionali e attitudinali per diventare un buon insegnante. Tanto meno convince la centralità data alla verifica dopo l’anno di prova: questa – come l’esperienza dimostra – rischia sempre di essere un esercizio largamente formale, quasi impossibile da fallire. Idealmente, la strada da percorrere è opposta a quella esplicitata nel Pnrr: una grande attenzione preliminare alla formazione didattica e una selezione all’ingresso molto dura, grazie alla quale scegliere i candidati più competenti, motivati e portati all’insegnamento. Questo avviene in Paesi come la Finlandia che dispongono di sistemi educativi all’avanguardia. Ovviamente, le condizioni retributive e di carriera andrebbero modificate per attrarre nella scuola i migliori laureati, oggi spinti ad altre professioni soprattutto in campo scientifico e tecnico, così da incoraggiarli ad affrontare la dura selezione iniziale. E anche questa è una condizione affinché il Pnrr consegni al Paese una scuola migliore di quella attuale”. Come volevasi dimostrare: nella lingua neo-neoliberista adoperata da Gavosto la questione salariale e della professionalità docente giunge alla fine del ragionamento, come una sorta di appendice di poco conto e di scarso valore. Certo, non saremo noi a sottolineare come nell’articolo di Gavosto manchi il benché minimo accenno ai contratti collettivi nazionali per tutto il personale scolastico da aggiornare per il nuovo triennio. Certo, non saremo noi a ricordare a Gavosto come in Francia, in Gran Bretagna e perfino in Germania (Paesi più vicini alla realtà italiana rispetto alla mitizzata Finlandia) la questione salariale del personale scolastico alimenta con forza il dibattito politico. E non saremo noi a rammentare a Gavosto non le cifre Invalsi ma quelle dell’Ocse relative appunto agli squilibri internazionali in fatto di salari e diritti. Noi ci limitiamo a citare l’articolo…

Pino Salerno