Politiche educative

04 luglio 2023

Addio a Francesco De Bartolomeis

Il 29 giugno scorso si è spento a Torino, all’età di 105 anni, Francesco De Bartolomeis, il decano dei pedagogisti italiani e insieme uno degli studiosi del settore più fertili, geniali e apprezzati. Era originario del Sud, nativo di Pellezzano in provincia di Salerno. Trasferitosi a Firenze per studiare, fu allievo di Ernesto Codignola alla Facoltà di Magistero, dove si laureò, entrando poi a far parte del gruppo presto formatosi intorno alla casa editrice La Nuova Italia, della famiglia Codignola.

Non risulta che durante la guerra avesse aderito a forme o movimenti resistenziali, ma fin dall’immediato dopoguerra egli manifestò un forte spirito antifascista, laico e progressista e, oltre a diventare organico all’ambiente terzoforzista fiorentino, prese a frequentare il Villaggio italo-svizzero di Rimini, fondato e guidato da Margherita Zoebeli. Acuto e versatile, pubblicò la sua prima opera nel ‘44, dietro incoraggiamento di Croce, Idealismo ed esistenzialismo, e prese a scrivere articoli su Il Ponte, la rivista di Piero Calamandrei. Fu presto notato e avvicinato da Adriano Olivetti che lo volle come collaboratore alla rivista Comunità, aprendosi fra di loro una lunga e fertile stagione di scambi per oltre quindici anni. Dopo una breve parentesi di insegnamento a Firenze, si trasferì nel 1956 a Torino, in qualità di vincitore di una cattedra di Pedagogia nella locale università. Aveva nel frattempo pubblicato numerose opere, innovative e controcorrente, come ad esempio La pedagogia come scienza (1953). Fortemente interessato alla pedagogia attivistica, egli tuttavia non volse il proprio sguardo oltreoceano, come avveniva di regola, ma verso quella europea, approfondendo la realtà inglese, a partire da Locke, poi quella belga con Decroly, quella francese con Freinet, traducendo e introducendone anche gli scritti. Studiò pure il pensiero e le realizzazioni di Maria Montessori su cui scrisse un’altra breve opera, una delle poche in Italia nel dopoguerra. De Bartolomeis si orientò presto verso un approccio epistemologico e metodologico precorritore, di tipo scientifico-sperimentale. Ed è sempre in questa ottica pratico-operativa che frequenterà assiduamente CEMEA e MCE, di cui apprezzava in particolare lo scambio fra i docenti dei diversi gradi scolastici ed universitari.

Quattro o cinque, fra gli oltre settanta libri che ha scritto, sono quelli che lo hanno reso popolare fra gli insegnanti ed anche nei circuiti accademici prima e dopo la Contestazione. Innanzitutto, Il bambino dai tre ai sei anni e la nuova scuola infantile, comparso nel 1968 con i tipi de La Nuova Italia, in occasione del varo della scuola materna statale, per la cui elaborazione soggiornò per oltre un mese nel Villaggio italo-svizzero di Rimini. Un secondo libro, vero e proprio best-seller, edito nel 1969 con Feltrinelli, con ben 70 mila copie vendute, è stato La ricerca come antipedagogia con cui auspicava un ruolo attivo degli studenti nella didattica universitaria tramite appunto la ricerca, in sostituzione delle lezioni cattedratiche. Un terzo, grande successo lo ha riscosso un altro suo volumetto, La scuola a tempo pieno, edito nel 1972 sempre con Feltrinelli, teso ad attenuare le resistenze nei confronti di un modello di scuola nuovo, più faticoso di quello tradizionale, ma portatore di un valore aggiunto sul piano culturale e educativo. Nel 1976 pubblicava poi La professionalità sociale dell’insegnante in cui spronava la categoria a sentirsi non estranea ma parte della realtà circostante per combatterne le contraddizioni. Due anni dopo, nel 1978, diede alle stampe Il sistema dei laboratori dove, criticata la lezione frontale e la immobilità fisica e mentale degli studenti, si auspicava un modello didattico-organizzativo volto a stimolare la creatività attraverso la progettazione e la realizzazione laboratoriale. Si tratta di un libro importante in sé ma anche perché rappresenta una sorta di spartiacque: De Bartolomeis, nel corso degli anni Ottanta, sembrò infatti prendere un po’ le distanze dal mondo pedagogico, deluso dal disimpegno della politica e dall’inerzia della scuola stessa. All’origine del forte interesse che, a partire dagli anni Ottanta, prese a manifestare per l’arte e per le mostre di pittura da lui stesso organizzate, c’era proprio questa cocente delusione. Ma De Bartolomeis non era fatto per stare in panchina, cosicché, pur interessandosi con vivo compiacimento di arte, non ha smesso di occuparsi di pedagogia e di scuola. In breve, non ha tardato a coniugare la pedagogia e la didattica con l’universo artistico e il valore creativo in esso insito, di cui ha dato testimonianza nelle sue più recenti pubblicazioni. Pugnace e irriverente, mai ha sostanzialmente interrotto la sua battaglia per la crescita democratica della scuola e della società. Ci mancherà molto il suo pensiero visionario, come ci mancheranno le sue sferzanti interviste. Recentemente, in una intervista rilasciata al quotidiano Domani, non si è peritato di criticare l’operato e le dichiarazioni dell’attuale ministro del Merito.

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L'autore

Carmen Betti