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Nati Digitali

23 giugno 2021

E per ultimi vennero i bambini

La denuncia non si è esaurita, l’irritazione neppure.

Un anno dopo - nell’Italia ancora dentro il contagio, più o meno in libertà vigilata e infebbrile attesa di vaccinarsi - Daniele Novara non si stanca di levare la voce dalla parte di bambini e ragazzi, per i quali le misure di contenimento della pandemia, il distanziamento sociale, l’isolamento e la chiusura delle scuole sono stati un grave vulnus.

Non smette il pedagogista che da una vita insegna a gestire i conflitti, di perorare la causa dei più piccoli che lo ha guidato in quarant’anni di carriera. I bambini, soggetti meno aggrediti dal virus eppure i più colpiti da altre ferite che non si cancelleranno in fretta. «Parliamo di regressioni emotive - spiega - di chiusure e di ansie, di depressione e di varie manifestazioni di aggressività scatenate da isolamento, da grave e prolungata privazione della socialità, da mancanza di movimento, dall’assenza di compagni e di gioco libero e collettivo. In situazioni come queste, quando il mondo va in stand by non si può chiedere ai bambini di fare altrettanto perché così la creatività si spegne e i desideri si offuscano. Per i più piccoli l’isolamento è stato un drammatico inceppamento della crescita. Un sacrificio non giustificato e dalle gravi conseguenze. Dai tre ai sei anni, la condivisione del tempo nel gruppo è una necessità primaria, una tappa fondamentale per la competenza sociale che non si può azzerare senza mettere in campo altre misure e soprattutto senza valutarne i contraccolpi. Invece fin dall’inizio chiusi in casa, allontanati da scuola, dai cortili, dai parchi, dai nonni e dai compagni, privati persino del diritto alla passeggiata, che era stata concessa in prima battuta ai cani e ai loro padroni adulti, i bambini sono stati ignorati e mortificati nella loro voglia di crescere. Indicati persino e senza evidenze scientifiche come untori nella diffusione del virus. I diritti degli adulti hanno prevalso su quelli dei bambini».

Nonostante ricerche più che accreditate abbiano stabilito che le scuole siano trai luoghi più sicuri, si è preferito chiuderee aprire a singhiozzo, o chiudere in toto, rinunciando alla didattica in presenza e facendo affidamento alla cosiddetta Dad, ma soltanto perché sono rimasti insoluti altri e più gravi problemi. Eppure per giorni durante il primo lockdown ma anche in seguito, chiuse le scuole, le istituzioni non si sono occupate della presenza sociale dei minori.

Del resto nel comitato tecnico scientifico tra i consulenti di alto livello per affrontare l’emergenza, sono stati del tutto assenti pedagogisti ed esperti di infanzia e adolescenza. La seconda ondata del covid-19 non è andata meglio.

Bambini e ragazzi hanno un estremo bisogno di crescere nella normalità scolastica. Perché per loro - spiega il pedagogista - la scuola è una piattaforma di apprendimento ma anche di interazione sociale e crescita emotiva, un’occasione per sviluppare le proprie risorse e vivere la propria età. Tutto questo non si può fare via Dad. Ormai è assodato che si impara più dai compagni che dall’insegnante e che imparare è un’esperienza cooperativa e collettiva di condivisione e reciprocità. La presenza fisica in classe è fondamentale: le neuroscienze ci forniscono nozioni sul funzionamento del cervello, sul potere dell’esperienza sociale dell’apprendimento e sui processi di imitazione, co-noscenze che ci aiutano a fare le mosse giuste al momento giusto. E che seppelliscono l’idea della lezione frontale, l’unica che si fa a distanza, come unico strumento didattico». Ma non è tutto, perché alla chiusura delle scuole si è aggiunta quella delle palestre e dei centri sportivi. La solitudine dei ragazzi e delle famiglie, l’indifferenza della politica e il cinismo del mercato sono stati e sono un mix preoccupante. “Crescerà ulteriormente la disparità sociale tra i ragazzi ben seguiti dai genitori e quelli che da soli sostano per ore sui social o sui videogiochi, intrattenimenti che annebbiano il processo di applicazione dell’intelligenza alla realtà. Molti finiranno per disamorarsi allo studio e lasciare poi la scuola.

L’Italia è già il Paese nell’area Ocse con il più alto numero di Neet, giovani fra i 16 e i 24 anni (dal 20 e 25%) che non lavorano, non studiano e non cercano un lavoro. È una grave rinuncia ad affrontare la vita e non va trascurata». Ma quel che non va sottovalutato è la generale disaffezione nei confronti dell’infanzia, cresciuta in modo strisciante negli ultimi anni. Una vera e propria sparizione dell’infanzia e dell’adolescenza dall’immaginario collettivo e dall’orizzonte culturale e sociale del nostro Paese che Daniele Novara ha denunciato nel suo ultimo saggio I bambini sono sempre gli ultimi (Bur-Rizzoli, pa-gine 208; 16 euro), maturato proprio nei giorni del lockdown. Quando è emerso con chiarezza che «in nome della sicurezza venivano spazzate via tutte le pratiche che definiscono la vita dei bambini e la loro cultura. Tutte quelle esperienze che nella storia dell’umanità definiscono che l’infanzia è l’infanzia». Da oltre vent’anni abbiamo smesso di considerare i bambini una priorità, salvo che dal punto di vista dei consumi. Per il resto ce ne siamo dimenticati, come se fossero diventati invisibili, un problema e non un risorsa.

«I bambini sono spariti in quanto tali. Le nascite in picchiata, le adozioni non sostenute e drammaticamente calate, le scuole dell’infanzia inadeguate numericamente. Abbiamo amministrazioni locali che investono nelle rotonde ma non hanno soldi per i nidi. Le educatrici prendono stipendi da fame, ma intanto lo Stato conta sull’attivismo dei nonni.

Nel Paese che ha dato i natali centocinquant’anni fa a quel genio che è stata Maria Montessori, la pedagogia è scom-parsa dalle università e ancora non si è pensato di rendere obbligatoria la scuola dell’infanzia». Sull’istruzione d’altra parte più che gli investimenti si sono accaniti i tagli di tutti i governi. «Nelle scuole non esistono presidi pedagogici, l’educazione è stata medicalizzata, siamo passati – chiarisce Novara – dal bambino che disturba al bambino con diagnosi di disturbo, mentre insegnanti e genitori sono stati lasciati soli, spesso in preda all’ansia e senza sostegni al loro ruolo educativo».

Da pedagogista però Daniele Novara non può essere pessimista. Pur presentando dati di realtà preoccupanti, non può non esprimere uno slancio di speranza, una spinta a un’assunzione di responsabilità collettiva e a un cambio di rotta attraverso idee che possono suggellare una nuova alleanza tra le generazioni basata sull’ascolto e sulle proposte di aiuto ai genitori. Significa presìdi pedagogici nelle scuole, sostegni economici alle famiglie, nidi e scuole dell’infanzia gratuiti, spazi cittadini per bambini e ragazzi... «Una società che non sa ascoltare e valorizzare la diversità infantile – conclude Novara – si appiattisce, schiacciata sull’incombenza. Non c’è futuro se non lo proiettiamo come sogno e desiderio sui bambini». Come sosteneva Danilo Dolci, si cresce solo se sognati.

L'intervista è stata pubblicata sull'ultimo numero del Pepeverde.

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L'autore

Rossana Sisti