A 100 anni dalla sua morte non è facile tracciare un profilo esaustivo sulla vita e sulla personalità di Erik Satie, uno dei compositori più originali e stravaganti della musica del Novecento classico. Erik Alfred Leslie Satie (1866-1925) nasce a Honfleur, un piccolo paese di pescatori in Normandia. Una vita travagliata, dolorosa ma intensa per la produzione operistica che abbraccia trent’anni della sua carriera. Si muove in una Francia di fine Ottocento che volge lo sguardo verso il fiorire della “Belle Époque”. Appartengono a questo periodo le sue prime pagine d’album in cui emerge già una scrittura singolare, un gusto nuovo e moderno, in completa rottura con il passato (si ascoltino in proposito le composizioni “Valse Ballet” (1885) e “Je te veux” (1879).
Siamo nel tempo dell’impressionismo, con i suoi toni grigi e malinconici di quell’arte pittorica che segnerà indelebilmente l’estetica dei decenni a seguire. Sono gli anni di Claude Debussy, Maurice Ravel, Alexander Scriabin e Gabriel Fauré, un periodo in cui si intravede l’imminente svolta culturale decisiva che muove dall’ombra del grande e consolidato romanticismo ottocentesco […]. Egli (F. Chopin ndr) può così arrivare a sovrapporre una sinuosa melodia in note tutte di uguale valore e un accompagnamento di andamento impassibile, meccanico[1], e potrà arrivare all’estenuata dolcezza della Berceuse op. 57 (1843-44) nella quale il basso acquista un valore più timbrico che armonico con una soluzione a cui si legherà direttamente, quarant’anni più tardi, Erik Satie[2]. Ammira Debussy ma non mostra alcuna simpatia per Ravel, anche se proprio a Ravel dobbiamo riconoscere il merito di essersi impegnato più di chiunque altro per far conoscere la sua musica al grande pubblico. Satie, come afferma il musicologo Giordano Montecchi, «è un personaggio complesso, ignorato da tutti e ancora oggi un autore di nicchia[3]».
Nel 1879 Satie entrò nel Conservatorio di Parigi. Egli ricorda questo breve periodo come un’esperienza decisamente sgradevole, e in seguito alla bocciatura si dedicò all’attività di pianista da cabaret, lasciò Parigi per trasferirsi ad Arcueil, in un sobborgo malfamato dove visse sempre in miseria, senza luce né acqua, girovagando a piedi ogni giorno col suo inseparabile ombrello e la sua bombetta. L’intera opera pianistica ruota intorno a miniature semplici ed essenziali, con l’impegno di dare nuova vita all’eredità lasciata dal Romanticismo. Con Satie e il “Gruppo dei Sei” (circolo musicale sorto a Parigi attorno al 1920 e composto da D. Milhaud, A. Honegger, F. Poulenc, G. Tailleferre, G. Auric e L. Durey) nasceva un nuovo stile francese in totale antitesi al pensiero wagneriano. Massimo Mila lo definisce “il Socrate musicale, il limite tra il bluff e la serietà dell’impegno artistico”[4]. Una somiglianza che andava oltre l’aspetto fisico, poiché anche «Socrate camminava sempre a piedi, portava lo stesso abito d’estate e d’inverno e conservava nella sua personalità qualcosa di infantile pur essendo indiscutibilmente un erudito, un conservatore pieno di spirito, un amatore di paradossi, un libero pensatore e un mago[5]».
Un carattere fuori dal comune, reazionario e irriverente, non si curò mai del giudizio degli altri; sovversivo a tal punto da non accettare mai regole e schemi, si tenne sempre alla larga dal mondo accademico, puntando la sua produzione pianistica in particolare su melodie semplici e astratte, uno stile minimale tanto da essere spesso considerato banale e inconsistente. Un ritorno al passato in un concetto di modernità svuotato dagli ornamenti del Settecento e centrato sulla essenzialità del suono e della forma circolare e ripetitiva, facilmente riconoscibile per l’immobilità della struttura e l’andamento perpetuo. Le tracce di questo percorso stilistico che poi lo hanno reso famoso al grande pubblico furono le raccolte Trois Gymnopedies completate nel 1888 e pubblicato tra l’88 e il ‘95 e sei Gnossienne composte fra la fine degli anni Ottanta e la fine del secolo.
Gli anni di vagabondaggio musicale allo Chat Noir, celebre locale parigino dall’anima bohémienne, furono l’occasione per entrare in contatto con poeti, pittori, musicisti del tempo e per sviluppare nuove idee compositive. Fu in questa atmosfera dadaista che Satie diede vita a nuove soluzioni musicali, introducendo quei ritmi sincopati che venivano dall’esperienza della “musica nera” americana. « […] il ritmo è vario, e questo giova a una scrittura sincopata caratteristica e uniforme Che si ritrova soprattutto nella prima e nella terza aria[6]». Sperimentò il ragtime e studiò a fondo le possibilità timbriche del pianoforte, strumento centrale della produzione operistica francese. Nella cassa armonica aggiunse pezzi di ferro, legno, carta e oggetti più svariati dando vita a quello che fu poi definito il “pianoforte preparato” che, grazie a John Cage (1912-1992), riscosse un successo incredibile dalla seconda metà del Novecento in poi. Fu lo stesso Cage a portare per la prima volta in scena la controversa e infinita Vexation (1893), opera scritta nel tempo in cui Satie visse la sua unica passione amorosa con la pittrice Suzanne Valandon, passata alla storia per essere stata la prima donna a dipingere un nudo maschile. Una sequenza di 152 note ripetute 840 volte, una vera e propria opera di resistenza che lo stesso annoverava tra le “Arie per far fuggire”, una ripetizione ossessiva della durata di circa 20 ore! “Un vecchietto malvagio” ebbe a dire di lui Igor Stravinsky (RSI Cultura). I critici lo attaccarono e lui non perse occasione per lanciare sfide e provocazioni, dando risposte con uno stile sempre più determinato. A chi lo accusò di scrivere senza aderire ad una forma prestabilita lui rilanciò componendo la raccolta Trois Morceaux en forme de Poire (1903). «Aveva un viso da satiro-giocoso, mente lucida e battuta pronta» dichiarò Max Jacob (RSI Cultura).
Fu un personaggio che non smise mai di stupire per l’originalità delle sue composizioni e per il suo stile di vita. Percorreva a piedi per ore la stessa strada ogni giorno, da Parigi a Arcueil, si fermava nei soliti caffè e collezionava un numero incredibile di ombrelli che teneva chiusi perché non si bagnassero. Collezionava abiti tutti uguali e scriveva ogni genere di pensiero o idea gli passasse per la mente. Spediva lettere a sé stesso e auto-inviti a eventi. Alla sua morte furono ritrovati in casa sua più di 4000 bigliettini sparsi ovunque e carichi di ironici nonsense.
Tornando alla sua musica, fu egli stesso a definirla “musica da tappezzeria”, in risposta alla pessima abitudine di sostituire con della cattiva musica il dolce e eccellente silenzio. «Sai, bisognerebbe creare della musica d’arredamento, cioè una musica che facesse parte dei rumori dell’ambiente in cui viene diffusa, che ne tenesse conto. Dovrebbe essere melodiosa, in modo da coprire il suono metallico dei coltelli e delle forchette senza però cancellarlo completamente, senza imporsi troppo. Riempierebbe i silenzi, a volte imbarazzanti, dei commensali. Risparmierebbe il solito scambio di banalità. Inoltre, neutralizzerebbe i rumori della strada che penetrano indiscretamente dall’esterno[7]». Ma in Rossini, come in Satie, non c’è soltanto lo spirito ironico spinto fino all’autoironia e non soltanto una musica che non si cura dell’ascoltatore; c’è anche una concezione della musica che corre sullo sfondo, una “musiche d’ameublement”, musica d’arredamento, ancor prima che Satie ne inventi il termine[8].
La sua musica è scoperta, “nuda”[9], spoglia da tutti gli orpelli, la scrittura è essenziale quanto la metrica, e si sviluppa attraverso arpeggi lenti, ampi e sussurrati. L’armonia si muove libera, ormai affrancata da quegli elementi strutturali tipici del Classicismo-Romanticismo. È una nuova era per la musica e il suono: nasce lo studio della fonometria.
Del resto a me piace più misurare un suono che ascoltarlo. Così, fonometro alla mano, opero allegramente e senza indugi. C’è qualcosa che non abbia pesato e misurato? Tutto Beethoven, tutto Verdi eccetera. La prima volta che feci uso di un fonoscopio, osservai un si bemolle di…media grandezza. Non ho mai visto, vi assicuro, nulla di più ripugnante. Chiamai il mio cameriere per farglielo vedere. Sulla fonobilancia, un fa diesis qualsiasi, del tipo più comune, toccò i 93 chili, era stato emesso da un tenore molto grasso che pesai ugualmente».
Fu dalla collaborazione con Pablo Picasso che ne disegnò i costumi e Jean Cocteau che scrisse il soggetto che ebbe la luce Parade (teatro Chatelet, Parigi 1917), l’ultima delle opere di Satie: un balletto dai toni surrealisti, in cui sfilano una serie di personaggi come clown e trampolieri che si alternano in un’atmosfera circense tra ballerine e giocolieri. Otto anni dopo, nell’estate del 1925, il primo luglio, Erik Alfred Leslie Satie morì presso l’ospedale Saint-Joseph di Parigi lasciando un’eredità estetica che, a distanza di un secolo, ancora risuona nelle sale da concerto di tutto il mondo.
[1] Studio n. 1 dei 3 studi per il Metodo di Fétis e Moscheles, 1839.
[2] Piero Rattalino, Storia del pianoforte, Il Saggiatore, 1982 pag. 169.
[3] Estratto da un intervento per RAI Radio3 novembre 2025.
[4] M. Mila, Breve storia della musica, Einaudi 1977 pag. 360
[5] A. E. Taylor da Quaderni di un mammifero di E. Satie Adelfi 2010 pag. 231.
[6] Pièce Froides ndr Guida all’ascolto della musica per pianoforte Rusconi pag. 287.
[7] E. Satie, Quaderni di un mammifero, Adelphi 2010.
[8] Piero Rattalino, Storia del pianoforte, Il Saggiatore, 1982 pag.232.
[9] Jean Cocteau, Guida all’ascolto del pianoforte, Rusconi, 1995 pag. 285.