Ricordare i torti che abbiamo subito:
ma la memoria e la storia mostrano
tutta la loro carica etica quando
ricordiamo i torti che abbiamo inflitto.
(Paolo Jedlowski)
Premessa
La caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica del 1991 hanno posto fine alla guerra fredda: eventi che hanno modificato profondamente il panorama geopolitico internazionale. Il nuovo ordine unipolare, con al vertice gli Stati Uniti, ha facilitato il fenomeno della globalizzazione favorita da un crescente intreccio economico e culturale spinto dall'evoluzione tecnologica e dalle innovazioni nelle comunicazioni. Le molteplici crisi successive, incluse quelle finanziarie e sociali, hanno messo in evidenza i limiti di questo modello soprattutto dopo l’attacco alle Torri Gemelle del 2001. Quel drammatico evento ha segnato una profonda cesura alla mondializzazione: l’incertezza ha preso il sopravvento e ha mutato le dinamiche di sicurezza e cooperazione internazionale avviando nuovi scenari all’insegna di relazioni sociali, economiche, politiche e culturali instabili e fluide dando vita alla società liquida teorizzata da Zygmunt Bauman. Insicurezza e individualismo hanno messo in crisi le istituzioni stabili e i loro valori duraturi e costitutivi. Le relazioni, i legami sociali, le appartenenze culturali, le identità, le istituzioni della società solida sono diventate cangianti, instabili, malleabili, attraversati da un diffuso senso di precarietà con rischi di isolamento, ansia e fragilità sociale. Nella transizione tra modernità e postmodernità tutto si è trasformato in forme di esistenza transitoria, mobile e reversibile coinvolgendo la stessa politica diventata fluida dove troneggia la logica del più forte. Così le democrazie sconfinano in democrature, le oligarchie si trasformano in autocrazie mentre le dittature assumono il volto della tirannide. Si è venuto così a determinare un modello in controtendenza alla globalizzazione favorendo lo sviluppo dell’ideologia sovranista e nazionalista e promuovendo la preservazione/riacquisizione della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in contrapposizione alle politiche internazionali e sovranazionali. Si sono innescati processi di ridefinizione delle memorie collettive nazionali provocando vere e proprie guerre di memoria. Una tendenza che in Italia ha visto l’esplosione di conflitti tra posizioni contrapposte con reiterati tentativi di ridefinizione dell’identità nazionale per costruire presunte memorie condivise, alimentati da un intenso uso politico del passato.
Storia e memoria nel dibattito culturale/politico in Italia
In un periodo in cui i populismi e i nazionalismi mostrano nuovamente il loro volto minaccioso, il richiamo alla memoria e all’attenzione costante verso i principi costituzionali diventano ancora più pregnanti e necessari per preservare la democrazia. La Costituzione italiana, nata dalla Resistenza e dalla lotta contro la tirannide fascista, ricorda a tutti i cittadini l’importanza di salvaguardare e valorizzare i principi di giustizia e libertà quali pilastri irrinunciabili della convivenza civile e della tranquillità pubblica.
«La sofferenza, - ha affermato il presidente Mattarella in occasione della commemorazione del Giorno della Memoria del 2025 - di coloro che hanno vissuto gli abissi del dominio nazifascista e la perdita dei loro cari ha forgiato lo spirito e la struttura della nostra Costituzione» sottolineando che non ci troviamo solo di fronte ad un insieme di articoli e norme, ma a un vero e proprio manifesto di rinascita democratica e di impegno collettivo per il riconoscimento della dignità umana e della libertà individuale. Parole cariche di significato etico, storico e attuali che rimarcano la natura della nostra Carta in risposta agli orrori e alle atrocità commesse da una ideologia totalitaria e disumana che ha insanguinato il suolo europeo e mondiale prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. Ricorda a tutti l’importanza di salvaguardare e valorizzare i principi di giustizia, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà intesi come cardine della democratica. È compito di ogni cittadino mantenere vivo il ricordo di quelle nefandezze anche per rafforzare l’impegno attivo nella costruzione di una società civile che respinga definitivamente gli oscurantismi del passato. In questo modo la memoria subisce una sua metamorfosi: dall’insieme di ricordi individuali diventa patrimonio collettivo, un bene inestimabile da difendere con vigore per garantire un futuro di pace e di rispetto per i diritti umani universalmente riconosciuti. È l’imperativo categorico per non far rivivere le tragedie del passato.
A partire dalla Seconda Repubblica il dibattito sulla memoria intesa come processo di costruzione sociale del passato è stato al centro di complesse dinamiche politiche che lo hanno connotato producendo numerose incrinature. Soggetti istituzionali e gruppi politici hanno provato a più riprese a riscrivere narrazioni storiche tese a rafforzare la propria autorità e a costruire identità collettive per ampliare il proprio consenso. L’esperienza della Seconda Guerra Mondiale, l’occupazione tedesca e la lotta partigiana contro la Repubblica sociale, hanno inciso sulle memorie individuali e collettive: «…è esistita – afferma Filippo Focardi - anche una memoria pubblica della guerra, basata su una narrazione di fondo condivisa dalle singole componenti del fronte antifascista e impostasi come narrazione dominante. Una memoria pubblica della guerra e della Resistenza che è stata in grado di attivare nel paese processi di identificazione profondi, tali da conferirle i tratti di una memoria collettiva[1]».
Un’identità condivisa, però, solo parzialmente dagli attori di quel tragico periodo, criticata fin dall’immediato dopoguerra e che, con andamento carsico, riaccende il dibattito su alcuni temi nevralgici quali «la resa dei conti con i fascisti dopo il 25 aprile, la riconciliazione fra “ragazzi di Salò” e partigiani, la giornata della memoria in ricordo della Shoah, le foibe, Cefalonia[2]».
Sicuramente le politiche della memoria hanno avuto un impatto rilevante sugli storici divulgativi ossia su coloro che si occupano della gestione, conservazione, comunicazione e interpretazione del patrimonio storico materiale e immateriale tanto da vedere ampliato il loro raggio d’azione coinvolgendo le scuole e la stessa cittadinanza. In ogni caso nel proporre una narrazione univoca e ufficiale limitano la ricerca di quegli storici intenti a guardare oltre le narrazioni strumentali e fare luce sui molteplici usi, spesso controversi, a cui la memoria viene sottoposta. Su questa direttrice sono sorte iniziative organizzate da gruppi di cittadini volte a dare voce a memorie marginalizzate (ad es. il passato coloniale) per contrastare interpretazioni egemoni. Rivendicazioni memoriali che di frequente si saldano con istanze sociali tese a favorire una conoscenza storica demistificata e attivare forme di partecipazione del pubblico. Le politiche della memoria sono, dunque, diventate un terreno di confronto/scontro sempre più rilevante per l’egemonia culturale oltre che memoriale. In tale contesto il riesame critico del passato alla luce di nuove documentazioni mette in discussione e corregge tesi consolidate. È un fenomeno complesso, definito con l’espressione revisionismo storiografico. Spesso, sono gli stessi storici a rimettere mano a ricostruzioni e interpretazioni dei fatti basandosi su nuovi materiali o approcci di studio diversi. Se in ambito accademico ci troviamo di fronte ad una prassi normale, assumono connotazioni negative quegli eventi passati che vengono ricostruiti e manipolati per altri fini (identitari, politici o ideologici) che nulla hanno a che fare con il lavoro dello storico perché veicolano una lettura distorta dei fatti e dei fenomeni. Da questi sguardi così diversi nasce il mai esaurito conflitto tra la storia e la memoria, ossia tra ciò che è passato e ciò che di esso sopravvive nel presente sotto forma di valori e identità, richiamati di frequente nel discorso politico.
Storia e memoria sono due modalità distinte intrecciate di relazioni con il vissuto collettivo. La storia è l’analisi critica, oggettiva, universale, imparziale e scientifica; la memoria dal canto suo è soggettiva ed è legata all’identità collettiva, individuale e di gruppo, muta nel tempo ed è influenzata dalla politica, dai media e dalle narrazioni dominanti. Nel suo dipanarsi privilegia gli eventi ritenuti importanti per il gruppo e lascia in ombra tutti gli altri. Ciononostante, è complementare alla storia in quanto considerata come materia prima essenziale per la trasmissione del sapere e la formazione della consapevolezza storica. Veicolata come narrazione storica contribuisce a plasmare la memoria collettiva instaurando un rapporto tra le generazioni più anziane e quelle più giovani. «Si assiste così – nota Filippo Focardi - all’istituzione di nuove date del calendario civile, come la Giornata della Memoria per le vittime della Shoah e il Giorno del Ricordo per quelle delle foibe; al confronto fra revisionismo e anti-revisionismo su fascismo e Resistenza; a un dibattito sui crimini di guerra italiani nelle colonie e nei territori occupati durante il secondo conflitto mondiale; e all’impegno in prima persona dei presidenti della Repubblica (Ciampi, Napolitano, Mattarella) nel costruire una memoria pubblica nazionale lungo l’asse Risorgimento, Grande guerra, Resistenza, Unione Europea[3]».
Noi italiani dobbiamo imparare a fare i conti con il nostro passato e con le nostre responsabilità storiche. Solo così potremmo raggiungere una memoria storica condivisa perché tutti avremo saputo assimilare e riconoscere queste colpe, smettendo di considerarci solo “brava gente” o facendo celebrare le vittime delle tragedie storiche (le “foibe”) proprio da chi le ha causate. Un vero Giorno del ricordo dovrebbe essere dedicato anche a raccontare le atrocità nei confronti di quelle popolazioni compiute dalle forze armate italiane e dalla milizia fascista e repubblichina. La memoria del passato è la perfetta visione di ciò che siamo ma anche di ciò che eravamo, il modo in cui l’uomo interagisce con il suo presente per conoscere il suo passato. Per il lavoro dello storico l’interesse generale per le cose del passato e il piacere di scoprire in esse fatti nuovi riguardanti l’umanità è fondamentale per via del legame stretto fra presente e passato e che bene si adatta alla ricerca sulle cose e ai fatti a noi vicini evidenziando anche un suo valore didattico ai fini della formazione non solo di persone istruite ma anche di cittadini coscienti.
“L’armadio della vergogna” e i suoi scheletri: la svolta
Un contributo notevole alla verità storica lo ha fornito il ritrovamento dell’Armadio della vergogna. Era il 1994 quando in un locale del Palazzo Cesi-Gaddi a Roma venne rinvenuta quella documentazione che conteneva fascicoli d'inchiesta riguardanti il periodo della Seconda guerra mondiale. L’artefice del ritrovamento fu il procuratore militare Antonino Intelisano che allora ricopriva il ruolo di pubblica accusa nel processo a Erich Priebke. Si trattava di 695 dossier e di un Registro Generale riportante 2.274 notizie di reato, raccolte dalla Procura generale del Tribunale supremo militare, relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante la campagna d'Italia (1943-1945) dalle truppe nazifasciste. Dopo quel ritrovamento i giornalisti Franco Giustolesi e Alessandro De Feo denunciarono l’insabbiamento dei relativi fascicoli processuali con una serie di inchieste pubblicando l’articolo L’armadio della vergogna espressione successivamente utilizzata per la vicenda dell’occultamento per ragioni di stato. Quei documenti nascosti per oltre mezzo secolo non erano stati affatto dimenticati, ma deliberatamente occultati perché dopo la guerra, l’Italia decise di non processare i criminali nazisti per non incrinare i rapporti con la Germania Ovest, alleata nella Guerra Fredda. Un archivio che avrebbe dovuto dare avvio a centinaia di procedimenti giudiziari contro ufficiali e soldati sia tedeschi che italiani responsabili di stragi e atrocità ai danni della popolazione civile. E invece fu chiuso a chiave, ignorato, sepolto per decenni adottando il congelamento provvisorio, ossia un procedimento giuridico inesistente, che permise di bloccare centinaia di indagini senza mai chiuderle. A titolo esemplificativo ricordiamo che tra le stragi all’interno dei fascicoli c’è quella di Sant’Anna di Stazzema, dove il 12 agosto 1944 le SS e i fascisti massacrarono 560 civili, tra cui donne, anziani e bambini.
A seguito delle forti pressioni dell’opinione pubblica, della società civile e della politica venne istituita, con legge 15 maggio 2003, n. 107, una Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti. La Commissione, presieduta dall’ on.le Flavio Tanzilli dell’UDC, operò dall'ottobre 2003 fino alla primavera del 2006 raccogliendo una mole ragguardevole di documenti, circa 80.000, e interrogando più di trenta militari, giornalisti e politici. La Commissione si concentrò su tre temi:
Il lavoro della Commissione purtroppo non sfociò in una relazione unitaria e condivisa come ricorda Alessandro Borri[4]. Emersero due orientamenti profondamente differenti. Da parte della maggioranza, a firma di Enzo Raisi di Alleanza Nazionale, venne sottolineata la mancanza del documento probante l'ingerenza politica e/o dei servizi segreti sulla magistratura militare; mentre nella relazione di minoranza, a firma dell’on.le Carlo Carli del Partito Socialista, «si è posta in linea di continuità rispetto alle indagini precedenti del Consiglio della magistratura militare e della Commissione Giustizia della Camera, cercando di precisare in che modo la “ragion di stato” e il contesto internazionale abbiano influenzato l'azione penale contro i criminali tedeschi».
Solo nel 2016 l’allora presidente della Camera Laura Boldrini ha dichiarato desecretata la documentazione reperita dalla Commissione Parlamentare d'inchiesta (2003-2006) e pubblicata sul sito della Camera dei deputati «Via il segreto di Stato – ha dichiarato la Boldrini – su tredicimila pagine che raccontano i crimini commessi dai nazifascisti durante la seconda guerra mondiale. È questo il nuovo e importante capitolo nel percorso di trasparenza avviato a Montecitorio di cui sono contenta perché un Paese veramente democratico non deve avere paura del proprio passato. Da oggi – prosegue – sono online, sul sito dell'Archivio storico della Camera dei deputati, i documenti relativi ai 695 fascicoli del cosiddetto "Armadio della Vergogna", contenente denunce archiviate provvisoriamente e poi occultate. Quelle pagine ingiallite, a volte con il timbro secret stampigliato in copertina, riguardano – osserva Boldrini – episodi importanti della nostra storia: ci parlano di 15mila persone, di stragi come Sant'Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine, Marzabotto, Monchio e Cervarolo, Coriza, Lero, Scarpanto, degli eccidi dell'alto Reno. Sull'anomala scomparsa di questo materiale ha lavorato una specifica Commissione d'inchiesta. Adesso, oltre ai resoconti pubblici delle sue sedute, ogni cittadino interessato potrà accedere da http://archivio.camera.it/ anche ai documenti desecretati». Accanto e a seguito del processo di desecretazione si è sviluppata una consistente ricerca storica sui crimini commessi dagli italiani non solo nella seconda guerra mondiale ma a partire dalle guerre coloniali, tanto da far dire ad Angelo Del Boca «Italiani brava gente? Un mito duro a morire[5]».
Il mito del bravo italiano
Nel dopoguerra si è fatta strada una narrazione istituzionale edulcorata sia dei crimini commessi nelle colonie che di quelli compiuti durante l’ultimo conflitto mondiale in Italia e nelle zone occupate dalle truppe italiane, paragonabili a quelli nazisti nel nostro Paese. Una dimenticanza che ha favorito il mito degli Italiani brava gente, stereotipo diffuso in territorio nazionale e all’estero secondo cui il popolo italiano sarebbe noto per una sua intrinseca benevolenza. Alcuni identificano le origini del motto nel colonialismo, per sottolineare presunte differenze nel trattamento delle popolazioni conquistate rispetto ad altre potenze; altri vedono delle radici nel secondo dopoguerra, per identificare una sorta di “differenza morale” tra gli italiani e altri popoli che hanno perpetrato violenze durante le lotte. L’italiano, per natura, non sarebbe in grado di compiere atti crudeli ma si dimostrerebbe buono nei confronti del nemico. La storia documenta l’esatto contrario: gli italiani si sono macchiati di innumerevoli crimini di guerra. Anziché rimuovere una memoria storica problematica si è utilizzato un disinvolto escamotage autoassolutorio per sbarazzarsi di un passato decisamente imbarazzante. Storici come Angelo Del Boca, Carlo Spartaco Capogreco, Eric Gobetti, Raul Pupo, Valeria Deplano, Alessandro Pes e Filippo Focardi per citarne solo alcuni con la loro ricerca tenace, dalle fonti inoppugnabili, hanno messo in crisi il mito dell’italiano buono consegnando all’opinione pubblica un profilo diverso e antitetico. Hanno comprovato le atrocità commesse dagli italiani non riconducibili al solo periodo dell’espansione coloniale ma anche nell’incarcerare ebrei e militanti antifascisti finiti poi nei campi di concentramento e di internamento presenti nel nostro territorio, nelle colonie e nella penisola balcanica o ancora nel trattamento riservato ai prigionieri di guerra nel primo e nel secondo conflitto ampiamente documentato da Carlo Spartaco Capogreco ne I Campi del Duce.
Nonostante ciò, nell’immaginario collettivo una parte dell’opinione pubblica continua a credere al mito del buon soldato italiano, valoroso protagonista, suffragato da una bugiarda narrazione che poco ha a che vedere con la creazione di una coscienza storica e identitaria condivisa.
Nella storia d’Italia a cominciare dagli anni immediatamente successivi all’Unità fino al secondo dopoguerra sono sparite una sequela di vicende sanguinose perpetrate dalle forze armate rege e dai fascisti. Sono così svaniti per lungo tempo dalla nostra storia i quasi 10.000 “briganti” fucilati dai Piemontesi negli anni immediatamente successivi all’Unità; i campi di concentramento nella sciagurata impresa di Eritrea; i cinesi passati sommariamente per le armi da marinai e bersaglieri del Corpo di Spedizione Italiano in Cina durante la Rivolta dei Boxer; le impiccagioni dei libici durante e dopo la Guerra Italo-Turca; i 100.000 libici della Marmarica deportati negli anni ’30 (con oltre 40.000 morti); la guerra chimica in Etiopia nel ’35; la pulizia etnica di 5.000 Sloveni (col tristemente famoso fonogramma Si ammazza troppo poco del Generale Robotti) e il campo il di sterminio di Arbe, in Croazia, nel 41-42; la Guerra di Liberazione 1943-45 con 45.000 partigiani uccisi in combattimento o giustiziati e la successiva vendetta partigiana tra il 25 aprile del ’45 ed il dicembre ’47, con un numero imprecisato (variabile tra i 1.500 ed i 5.000) di ex fascisti passati per le armi, a volte dopo un pur sommario processo, altre sbrigativamente, con figli e parenti al seguito. L’occupazione delle colonie e la costruzione dell’impero hanno agevolato la diffusione di quel mito conquistando l’immaginario e la cultura di un popolo influenzandone l’agire. La propaganda del regime, l’educazione scolastica, il violento contributo di una scienza asservita alla bugia dell’invenzione delle razze, l’assurda gerarchia tra uomini segnata dal sangue e dalla nascita, lo hanno mitizzato. Come gli italiani abbiano potuto credere a tutto ciò, non è forse più un mistero così fitto. Va messo in evidenza come i caratteri della mentalità coloniale siano penetrati in profondità nelle coscienze e vi permangano nonostante la fine del colonialismo.
Dunque, Italiani brava gente? Un mito duro a morire, come dice Angelo del Boca, che ancora oggi prevale sminuendo le nostre responsabilità storiche. Va sottolineato altresì che a sostenere quel luogo comune è stata la stessa propaganda degli alleati che dopo l’8 settembre in una logica strumentale riteneva i tedeschi cattivi insieme al regime fascista in quanto oppressori dello stesso popolo italiano succube della loro tirannide dando così luogo ad un altro stereotipo: il cattivo tedesco e il bravo italiano[6]. Del resto, ulteriore vigore a quella narrazione è stata la stessa Hannah Arendt: nella seconda parte del suo La banalità del male del 1963 tra i variegati atteggiamenti dei popoli europei di fronte alla Shoah esprimeva giudizi lusinghieri sugli italiani perché avevano protetto gli ebrei (cosa, peraltro, non vera!) che vivevano in Italia per via della «generale, spontanea umanità di un popolo di antica civiltà». Una umanità molto profonda che «resisté inoltre alla prova del terrore che si abbatté sulla nazione nell’ultimo anno e mezzo di guerra». Va detto però che la filosofa tedesca non era una storica e non era in possesso di documenti e statistiche diverse da quel 10% di ebrei italiani morti nei campi di sterminio. Al contrario le statistiche più aggiornate ci dicono che la cifra dei morti fu per lo meno il doppio, come nota Luciano Allegra, Italiani brava gente? Ebrei, fonti inquisitoriali e senso comune, in Quaderni storici 142, a.XLVIII, n.1, aprile 2013.
Cosicché la favola de l’italiano brava gente ha rappresentato una sorta di sogno catartico in cui il popolo si auto-rappresenta al di sopra delle altre nazioni per umanità, per accoglienza, per tolleranza e per bontà. Un’autocelebrazione e un’autoassoluzione che racchiude un’immagine addolcita dei nostri soldati capaci di umanità nei confronti dei civili durante le guerre di occupazione. Un vero e proprio mito nazionale sconfessato dalla storia. Mistificazioni, che riproducono un cliché elaborato a fine Ottocento e ripreso e sistematizzato nell’Italia fascista, quando venivano celebrate le imprese coloniali italiane, una narrazione del colonialismo virtuoso, che molto ha dato a quelle popolazioni con la creazione di infrastrutture avanzate quali ponti, strade, case, scuole e così via. Si è creato quindi un taglia e cuci finalizzato solo a fini propagandistici facendo cadere nell’oblio i crimini, i massacri, la segregazione razziale e il depauperamento, oltre alle vessazioni inflitte in maniera sistematica nei confronti delle popolazioni locali. Senza contare poi tutto ciò che è stato fatto in terra italica durante il ventennio e non solo. Una memoria collettiva falsificata che ha trovato terreno fertile soprattutto nell’Italia post-fascista impegnata in una riappacificazione nazionale improbabile, difficile e complicata che non arrivò mai.
Alcune riflessioni
Non tutti gli italiani sono stati “brava gente”. A migliaia – in Libia, in Etiopia, in Grecia, in Jugoslavia – si sono macchiati di atrocità e crimini di guerra orribili. I protagonisti non furono solo singoli uomini che hanno ordinato, condotto ed eseguito quelle violenze ma anche giovani e meno giovani, fascisti e non fascisti, graduati e soldati semplici che hanno preso parte fattivamente alle barbarie. Un argomento troppo a lungo e intenzionalmente rimosso dalle istituzioni e dalla coscienza pubblica del Paese ma anche dagli stessi storici che ne hanno sminuito la portata. Lo stesso De Felice nella sua monumentale storia su Mussolini e sul fascismo ne ha dato un modesto risalto. Il suo perdurare è imputabile ad una serie di ragioni.
In primo luogo, perché non c’è mai stata in Italia una Norimberga che avrebbe fatto chiarezza su alcuni episodi e sulle colpe di quei fascisti e collaborazionisti che le hanno compiute.
In secondo perché è prevalso un giudizio assolutorio sul fascismo stesso tanta da far dire che le Leggi Razziali sono state imposte dalla Germania, affermazione falsa e infondata. Quelle leggi furono elaborate ed emanate dal fascismo e volute direttamente da Mussolini.
In terzo perché tutti quegli italiani che hanno collaborato a vario titolo alle deportazioni degli ebrei sono rimasti impuniti e hanno continuato tranquillamente a vivere e lavorare sul nostro territorio. In quarto perché gli alti funzionari e i gerarchi fascisti che si sono macchiati di crimini non sono stati mai estradati e quindi non sono stati giudicati. Basti pensare a Badoglio, Roatta, Graziani e compagnia cantando. In quinto perché solo i nazifascisti della Repubblica di Salò sono stati accusati mentre il fascismo monarchico del Ventennio non è stato perseguito.
In sesto perché i vari processi di epurazione non hanno prodotto alcun risultato. Coloro che da funzionari e impiegati dell’apparato burocratico hanno avuto collusioni con il regime sono rimasti al loro posto. Così è stato anche nel campo economico e nella scuola. In settimo perché la stessa amnistia Togliatti del 1946, nel tentativo di riconciliazione, permise la scarcerazione di migliaia di fascisti (circa 10.000) già condannati o in attesa del processo che si trovavano in carcere a scontare pene per reati comuni, politici e militari condannati a un massimo di 5 anni. Anche se nelle intenzioni del legislatore reati gravi e gravissimi non erano inclusi nel provvedimento, a questi venne comunque estesa un’amnistia in maniera indiscriminata, decisa dalla stessa magistratura italiana che a sua volta non fu sottoposta all’ epurazione di quadri e burocrati fascisti presenti al suo interno. Così paradossalmente l’Italia si scopre senza fascisti solamente dopo un anno o due dalla fine della guerra. In ottavo perché la colpa di quanto accaduto, compresa la guerra, venne affibbiata a Mussolini e al suo regime allorquando l’entrata in guerra dell’Italia che, con la nascita dell’impero nel 1936 vede l’apice del consenso, fu accolta con tripudio da molti italiani. In nono perché l’enfasi sulla Resistenza dal ’45 in poi ha favorito il processo di formazione dello stereotipo del cattivo tedesco e del bravo italiano: gli italiani si sarebbero ribellati e avrebbero vinto da soli il fascismo e il tedesco invasore. Da qui la leggenda specchio di tanti problemi irrisolti nella storia del nostro paese.
Per completezza va detto infine che nel dopoguerra si è fatta breccia in modo prevalente l’interpretazione di Benedetto Croce del fascismo, considerato una malattia morale introdotta da un corpo estraneo e temporaneo alla storia dello stato italiano liberale, per poi riprendere la strada interrotta dai barbari venuti da fuori. Se fosse stata invece efficacemente rielaborata l’interpretazione di Piero Gobetti il “Fascismo come autobiografia della nazione” causato dall’ incancrenirsi dei mali tradizionali della società italiana, oppure quella di Antonio Gramsci - il fascismo come espressione dell’arretratezza italiana e della “rivoluzione passiva” del Risorgimento - avremmo avuto almeno qualche elemento di riflessione in più. Invece prevalse Croce! E con lui il tema dell’estraneità del popolo italiano buono e laborioso nonostante la presenza del fascismo e dei suoi misfatti.
Conclusioni
Ovviamente non tutti gli italiani furono coinvolti con il regime: da una parte ci sono stati coloro che hanno davvero sofferto il fascismo e i governi precedenti. Contadini poveri (la grande maggioranza) e operai dovettero convivere con un regime che attuò a livello economico una smaccata politica favorevole agli interessi di industriali, banchieri, proprietari terrieri; per non parlare dei tanti antifascisti che pagarono con l’esilio, il carcere, il confino, le condanne a morte la loro opposizione al regime. Al contrario ci fu chi fece affari con il fascismo e in particolare la borghesia in tutte le sue articolazioni. La distinzione è d’obbligo perché ci furono italiani e italiani! Nonostante decenni di studi storici abbiano dimostrato che il nostro Paese nel secondo conflitto mondiale combatté una guerra di aggressione e di occupazione, a fianco dei nazisti, nell’immaginario collettivo è sempre prevalsa quell’immagine del buon soldato italiano, protagonista valoroso soprattutto nelle disfatte (vedi la ritirata di Russia e l’onorevole sconfitta di El Alamein). A riflettere su questi concetti Eric Gobetti, ne I carnefici del Duce[7], si concentra sull’occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943) e analizza il modo in cui questo aspetto cruciale dell’impegno bellico, che assorbì la maggior parte delle forze armate (circa trecentomila soldati necessari a controllare il territorio e a contrastare la guerra di liberazione delle popolazioni nei territori occupati), sia stato a lungo trascurato nelle opere storiografiche di segno diverso. Durante la guerra nei Balcani, gli italiani non diedero il meglio, tranne negare ogni responsabilità già dall’immediato dopoguerra, soprattutto attraverso i memoriali di ufficiali, come il generale Mario Roatta, autore della crudele circolare 3C contro la popolazione civile slovena. Ci sono voluti più di vent’anni per leggere gli studi più obiettivi di Mario Pacor, Enzo Collotti e Teodoro Sala. E si è dovuto attendere il crollo del comunismo e il nuovo conflitto in Jugoslavia, a partire dal 1991, per assistere a un rinnovato interesse sui Balcani. Tuttavia, il mito del bravo italiano non è mai tramontato. Dopo decenni di negazione di un’altra tragedia rimossa, quella delle foibe, il sacrosanto racconto del sacrificio di italiani vittime della vendetta jugoslava ha messo in secondo piano ancora una volta le responsabilità dei fascisti durante il lungo periodo di occupazione. Se tuttavia da un lato appare di basso profilo il tentativo di promuovere la formazione di una coscienza nazionale di un popolo attraverso la somministrazione di nozioni storiche falsate, è dall’altro ugualmente inammissibile che il senso di appartenenza a una nazione possa essere minato dalla consapevolezza degli errori commessi durante la sua storia passata, quasi si trattasse di un peccato originale da cui nessuno può essere mondato. Andrebbe invece promossa una loro approfondita conoscenza, non solo per ristabilire la doverosa verità storica, ma anche al fine di promuovere e consolidare nella nazione una sensibilità storica, politica e sociale tale che eventi simili non possano mai più ripetersi o riproporsi sotto altre forme, più subdole, ma non per questo meno pericolose.
N.d.R. Sulla vicenda coloniale italiana segnaliamo due volumi pubblicati da Edizioni Conoscenza di Maria Laura Cornelli e Daniela Rosa
https://www.edizioniconoscenza.it/prodotto/quando-litalia-aveva-le-colonie/
https://www.edizioniconoscenza.it/prodotto/quando-litalia-aveva-le-colonie-2/
[1] F. Focardi, La guerra della memoria, Laterza 2020
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] A. Borri, Visioni contrapposte. L'istituzione e i lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, Istituto Storico della Resistenza di Pistoia, 2010.
[5] A. Del Boca, Italiani brava gente? Un mito duro a morire, Beat 2020.
[6] F.Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano, Laterza 2016
[7] E. Gobetti, I carnefici del duce, Laterza 2025.