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06 luglio 2022

L’Index di Nature ridisegna la geopolitica della ricerca scientifica

Ogni anno la rivista scientifica Nature pubblica il suo indicatore della geopolitica della ricerca scientifica. La pubblicazione ha avuto scarsissima eco sui media italiani, a dimostrazione che di questi temi meno si parla meglio è (almeno qui da noi). E tuttavia, il quadro che emerge dalle rilevazioni di Nature del 2022 può far sudare Joe Biden, e qualche paese europeo.

Mostra che l'ambizione strategica della Cina, ovvero pareggiare i conti nella ricerca scientifica con gli Stati Uniti d'America, è alla fine del suo sforzo spettacolare. L'Index di Nature si basa sulla misurazione delle pubblicazioni scientifiche in 82 riviste cosiddette «primarie», dove i ricercatori pubblicano i loro risultati per diffonderli e confrontarli con la critica dei loro pari (escluse le scienze umane e sociali). Questa cifra può sembrare piccola rispetto alle migliaia di riviste scientifiche, ma è la più quotata nei laboratori di ricerca di tutto il mondo. Si tratta delle riviste il cui accesso significa, in generale - ci sono ovviamente delle eccezioni -, che i risultati esposti sono considerati importanti o importanti dai «revisori», gli scienziati che danno un parere favorevole o sfavorevole alla pubblicazione.

La classifica dei paesi principali mostra che la Cina tallona gli Stati Uniti nel mondo degli happy few della scienza mondiale. Un conteggio raffinato, che prende in considerazione l’origine geografica degli autori di una pubblicazione per attribuire punti ai Paesi, permette di affrancarsi dal fenomeno crescente delle co-pubblicazioni, che domina sempre più la ricerca mondiale. Questa classifica mostra che la Cina ha accelerato la sua rincorsa al suo rivale strategico, osservano gli autori dell’articolo su Nature, soprattutto durante il periodo di pandemia da covid-19. La rincorsa è dovuta proprio alla pandemia? In effetti, gli Stati Uniti mostrano un curioso arretramento nella produzione scientifica mondiale misurata nel 2021 in rapporto al 2020, un arretramento che li porta sotto la soglia simbolica del 20%. Ora, la classifica del 2021 riflette proprio la produzione del 2020 – e spesso il risultato di molti anni di sforzi e di investimenti – e la classifica del 2020 la produzione scientifica del 2019. Come se le restrizioni alle attività durante l’anno 2020 avessero rallentato i laboratori statunitensi, mentre i laboratori cinesi continuavano la loro marcia a velocità sostenuta. La ricerca di Nature mostra una stagnazione o un arretramento da parte dei maggiori Paesi della ricerca scientifica. Solo la Cina esibisce una evoluzione marcata che le fa superare, e di parecchio, la soglia simbolica del 15%.

Ormai è divenuta un’abitudine ritrovare l’Accademia delle scienze cinese al primo posto, effetto del gran numero di ricercatori e ricercatrici cinesi che la dichiarano come luogo di lavoro nelle loro pubblicazioni. È lo stesso effetto che permette alla Max Planck Society tedesca e al Cnrs francese di figurare tra i primi quattro posti della classifica. Ma davvero il dato che più colpisce nella ricerca di Nature è il seguente: ben 9 università cinesi (e in più l’Accademia delle scienze) sono tra le prime 25 istituzioni scientifiche mondiali. Si trova certo la prestigiosa Yale University, ma solo al venticinquesimo posto. Inoltre, Nature osserva che sulle 50 istituzioni che hanno risalito la classifica più velocemente nello scorso anno, ben 31 sono cinesi.

Come è stato possibile per la Cina ottenere un successo di tali proporzioni e così rapido? La risposta di Nature è semplice ma non banale: a causa delle risorse economiche, dei soldi. È vero che l’investimento della Cina in ricerca scientifica e tecnologica, tra fondi pubblici e privati, ha conosciuto un’evoluzione senza precedenti per la sua rapidità e la sua ampiezza. La rivista pubblica un grafico proveniente dalla Banca Mondiale per il periodo 1996-2018 secondo il quale la parte di Pil consacrato dalla Cina a questo sforzo è salita dallo 0,6% al 2,14%, ed è oggi del 2,4%, una delle percentuali più alte al mondo, in un Pil in rapida crescita. Ciò significa che in Cina ricercatori e tecnologi sono sempre di più e dispongono di maggiori risorse, infrastrutturali ed economiche.

Il punto è che questa ambizione cinese prosegue con lo stesso passo veloce anche oggi, poiché coloro che dirigono i centri di ricerca non sono ancora del tutto soddisfatti. Essi vogliono aumentare ancora di più i loro sforzi in modo da assicurare al loro Paese la base scientifica e tecnologica che mancava quando Giappone e Stati Uniti avevano attentato alla sua sovranità alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX. Una lezione che Pechino non ha mai dimenticato. L’obiettivo è chiaro: ottenere la parità strategica con gli Stati Uniti in questo dominio, chiave di una posizione geopolitica all’altezza della demografia cinese.

Infine, piccola postilla sulla realtà della ricerca scientifica italiana, secondo i paradigmi di riferimento utilizzati da Nature. Le prime cinque istituzioni che risalgono positivamente nella classifica sono rispettivamente: l’Istituto nazionale di Fisica nucleare, il Cnr, la struttura sanitaria degli IRCSS, le università di Padova e Roma La Sapienza (tutte istituzioni pubbliche, a testimonianza del valore straordinario di chi ci lavora, magari a tempo determinato e con contratti precari). Perdono vistosamente posizioni l’IIT (nonostante i cospicui finanziamenti pubblici) e purtroppo l’università di Firenze, mentre compiono un encomiabile e straordinario passo in avanti le università della Calabria (più 82.4%) e la Federico II di Napoli (più 23.3%). Insomma, Nature dimostra che in Italia conquistano posizioni importanti istituzioni e università che hanno sede a Roma e nel Mezzogiorno. C’era forse da meravigliarsi?

L'autore

Pino Salerno