La rivista

n. 2febbraio 2026

Viviamo un tempo che sembra aver perso fiducia nella profondità. Velocità, polarizzazione, messaggi superficiali, pensieri e gesti vuoti. Eppure, le pagine di questo numero raccontano una storia diversa: quella di chi ha scelto di pensare controcorrente.

Nel Settecento, nel cuore del Regno di Napoli, Gaetano Filangieri collegava le leggi criminali all’educazione pubblica, intuendo che la giustizia non nasce dalla punizione ma dalla formazione. Prima ancora delle carceri, viene la scuola. Prima del controllo, la coscienza.

Due secoli dopo, Louis de Broglie rompeva la rigidità della fisica classica mostrando che la realtà non è fatta di blocchi immobili, ma di onde. Oscillazione, possibilità, relazione. Non stabilità, ma movimento.

Paulo Freire, il cui centenario della nascita abbiamo celebrato solo pochi anni fa, considerava l’educazione non come un semplice trasferimento di nozioni, ma come una pratica che libera, che aiuta le persone a diventare consapevoli di sé, del mondo e delle relazioni di potere che li circondano, stimola cioè in loro la coscienza critica.

Che cosa tiene insieme questi percorsi? La fiducia nella formazione. Nell’idea che educare significhi generare libertà. Che la conoscenza non sia un ornamento, ma una forza trasformativa.

In un’epoca che chiede certezze immediate, questi autori ci ricordano che le vere rivoluzioni nascono nel tempo lungo: nella scuola, nella ricerca, nella parola pubblica. Forse il compito culturale più urgente oggi non è semplificare il mondo, ma restituirgli profondità.

Alla fine di marzo saremo chiamati a fare una scelta. Il referendum non è solo un gesto formale, un segno sulla scheda. È un’occasione per mettere in pratica la libertà di pensiero e la responsabilità civica che l’educazione dovrebbe insegnarci fin da bambini. In un’epoca di semplificazioni mediatiche, slogan e opinioni facili, quello che vogliamo suggerire è chiaro: non subire il mondo, ma capire, interrogare e intervenire. Qualche giorno fa Corrado Augias ha paragonato le campagne attuali a quelle del passato in cui sostanzialmente gli elettori vengono trattati come incapaci di comprendere i contenuti, e la propaganda sostituisce il confronto reale, non spiegando di fatto nulla. Ma, anche se spesso fa comodo pensare il contrario, gli elettori non sono affatto incapaci e invece nel caso particolare di questo referendum sulla “giustizia” sono stati messi nelle condizioni di essere incapaci di trovare informazioni corrette e soprattutto neutre sul quesito cui saranno chiamati ad esprimersi. E non è un caso: è una scelta. A marzo non saremo chiamati a un semplice giudizio tecnico su una proposta costituzionale: saremo chiamati a interrogarci sul senso stesso del patto democratico che regola la convivenza e l’equilibrio dei poteri. Per lo stesso motivo non basta votare, bisogna farlo in modo informato e responsabile, come un esercizio concreto di libertà. Così il referendum diventa un luogo di confronto civile, un laboratorio dove si costruisce democrazia vera.

Come sempre, noi speriamo di essere di ispirazione per tutti voi. E vi auguriamo buona lettura.

La foto in copertina è di Giovanni Carbone.

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