In esordio, si vorrebbe porre un tema di carattere “civile”, ancor prima che di carattere “istituzionale”, formulando una domanda. In considerazione di quel che oggi sta avvenendo nell’ambito di atteggiamenti mentali collettivi, ma altresì in considerazione di quanto è pure avvenuto negli ultimi anni a causa di taluni orientamenti, non solo ministeriali, riguardanti la formazione delle giovani generazioni, è ancora attrattivo, nel corso delle esperienze scolastiche, conoscere il passato e, specificamente, coltivare la conoscenza storica? Come ignorare, per esempio, alcuni Illuministi meridionali, i quali si sono mostrati intellettuali veramente “nuovi”, ove solo si pensi che, nel corso del Settecento, essi agivano in un Regno di Napoli diviso tra le sedi di un’alta cultura, ma attardata ed elitaria, e una inimmaginabile “selvatichezza” delle masse popolari? Essi operavano in un Regno segnato infatti da drammatiche diseguaglianze, tra esibizioni di grandi ricchezze e lo spettacolo di una indicibile miseria, nella Capitale come nelle campagne. Verrebbe fatto di pensare che l’attuale società meridionale, tanto nelle periferie delle grandi città quanto nei borghi interni abbandonati, potrebbe paradossalmente specchiarsi nei volti della società regnicola del Settecento. E la metafora dello specchio potrebbe essere utile a rilevare che gli Illuministi meridionali, a partire dal loro maestro, Antonio Genovesi, si posero con decisione un insieme di temi che s’impongono egualmente oggi all’attenzione delle classi dirigenti del nostro Paese: come il tema delle forme e delle procedure di un “buon governo”; quello delle tendenze da imprimere a una economia che voglia essere propulsiva; il tema di una istruzione veramente pubblica, quello di una corretta amministrazione della giustizia; in definitiva la questione delle inaccettabili diseguaglianze sociali.
Ebbene, tutte quelle vicende intellettuali varrebbero a far conoscere, per esempio nelle esperienze degli studenti delle Medie Inferiori o Superiori, la vicenda storica di intellettuali i quali seppero elaborare una denuncia ostinata dei paurosi vuoti della società meridionale. Tra i vuoti persiste oggi il progressivo spopolamento di molte aree interne. Già il maestro degli Illuministi meridionali, Antonio Genovesi, si era messo a riflettere con ansia di pensiero su tale questione e, dietro la maschera apparentemente serena del buon senso, rilevava invece in chiave drammatica:
«A me pare che ogni paese a lungo andare dee spopolarsi se il vivervi vi divenga difficile e penoso. (…) Niun’altra cagione sospinge gli uomini a stare, o a partire, a faticare più tosto che no, se non il bisogno e le punture, ch’esso ci dà. (…) Dove si stenta più tosto che si vive, dove si fatica per non ricogliere, è troppo malagevole che la gente vi si moltiplichi o, se vi è molta, che non vada a diminuirvisi».
Sono i luoghi nei quali si registrano fenomeni di “resistenza” di un’antica sapienza popolare, ma altresì l’estendersi di fenomeni di semi-analfabetismo: e verrebbe pure fatto di pensare alle inaccettabili diseguaglianze territoriali che inducono abbandoni scolastici, da un lato, o consentono opposti livelli di alta formazione, di cui possono fruire solo i figli delle fasce sociali più abbienti.
Miseria e nobiltà di censo sembrerebbero innervare le nuove realtà economiche e sociali del Mezzogiorno pure nell’ambito della formazione scolastica. È una situazione che farebbe pensare al singolare carattere e al non meno singolare destino di uno dei più cospicui Illuministi meridionali, Gaetano Filangieri: questi, discendente da una delle più illustri famiglie aristocratiche del Mezzogiorno, si poneva con decisione e ampio respiro intellettuale precisamente il problema degli esclusi, degli emarginati dai livelli di una dignitosa istruzione. A partire dal 1780, cominciava a pubblicare l’opera della vita, La Scienza della legislazione, il cui piano ragionato prevedeva la redazione di più Libri, riguardanti tra l’altro le leggi politiche ed economiche, le leggi criminali e, per l’appunto, le leggi riguardanti l’educazione e l’istruzione. In vita l’autore avrebbe visto la stampa solo dei primi quattro Libri: postumo usciva il quinto Libro sulla religione. Ben presto La Scienza della legislazione sarebbe stata tradotta nelle maggiori lingue europee, a conferma dell’alta reputazione di cui godeva l’autore: il quale, del resto, dialogava per lettera con Benjamin Franklin intorno ai principi inscritti nella nuova Costituzione americana, imputando tuttavia alle classi dirigenti della giovane nazione d’Oltreoceano la pratica della schiavitù, la più inaccettabile delle diseguaglianze sociali.
Intanto, è da rilevare che il Libro quarto della Scienza della legislazione, intitolato Delle leggi che riguardano l’educazione, i costumi e l’istruzione pubblica, seguiva il Libro terzo, dedicato all’esame delle leggi criminali. Era dichiarato dall’autore un deciso contrasto tra i due Libri. Scriveva infatti Filangieri in chiave metaforica, riferendosi al mondo carcerario che si stava lasciando alle spalle:
«Un ignoto spazio percorre un viaggiatore ardito. Boschi orribili, maremme perigliose, antri spaventevoli […].
Un silenzio spaventevole non viene internato che da’ sibili de’ serpenti, da’ ruggiti delle fiere e dalle inutili grida dell’atterrito peregrino[1]».
Osservava poi Filangieri che «L’eccesso dello spavento raddoppia le forze del viaggiatore, e la sua costanza viene finalmente premiata. Un nuovo cielo, una nuova terra, si presenta tutto a un tratto a’ suoi occhi».
Un nuovo cielo, una nuova terra indicavano per Filangieri il mondo dei moderni saperi. La sua poetica era l’esito di una nuova sensibilità, della decisa percezione di un contrasto tra il mondo tetro delle carceri, con la spaventevole pratica delle leggi criminali nella società di Antico Regime, per un verso, e la speranza ariosa di dominare le tenebre del crimine e della ignoranza in virtù dei Lumi e delle nuove conoscenze, per altro verso.
Ora, nell’incipit del Libro terzo de La Scienza della legislazione, quei mostri e quelle fiere spaventevoli alludevano, veri e propri incubi della ragione, allo spazio angosciante delle carceri e alla pratica della tortura. Le posizioni di Filangieri derivavano in gran parte da Beccaria, e dal suo trattato Dei delitti e delle pene.
Ma originalmente l’illuminista meridionale istituiva un forte nesso tra l’ambito delle leggi criminali e l’ambito delle leggi riguardanti l’istruzione.
Erano parole, le sue, che annunciavano che il Libro quarto, dedicato all’educazione e all’istruzione, avrebbe manifestato orientamenti libertari in corrispondenza simmetrica con la concezione equilibrata delle pene che aveva occupato il Libro terzo della Scienza della legislazione.
Orientamenti libertari. Scriveva infatti Filangieri che «Due passioni, […] l’una perniciosa, l’altra utile; l’una incompatibile colla grandezza dell’animo, e l’altra a questa costantemente associata, procedono entrambe dall’istessa origine. La verità e l’amor della gloria sono queste due passioni, ed il desiderio di distinguersi n’è la madre comune».
Del resto, Filangieri derivava il concetto relativo al «desiderio di distinguersi» proprio da Rousseau: dal momento che il filosofo ginevrino aveva rinviato «ad una visione netta delle passioni come forze dominanti dell’Io, dal potere alienante e distruttivo dell’identità psicologica ed etica».
Senonché, essendo l’educazione quasi interamente fondata sull’imitazione, il legislatore non avrebbe dovuto far altro che ben dirigere i modelli per formar le copie. Il valore dell’esempio, dunque, appariva incommensurabile, con il rifiuto di ogni ingiustizia. Nel Libro IV della Scienza Filangieri scriveva:
«Trascurando la lingua de’ segni [gesti, cenni] che parla all’immaginazione, si è trascurato il più energico de’ linguaggi. Sembra che noi abbiamo dimenticato ciò che gli antichi conobbero; pare che ignoriamo che l’impressione della parola è per lo più debole; che si parla al cuore per mezzo degli occhi molto meglio che per mezzo delle orecchie, e che l’oratore ha ordinariamente detto più quanto ha meno parlato».
Filangieri giungeva poi al paragone con l’eloquenza moderna, che avrebbe dovuto, a suo avviso, prendere una direzione simile a quella antica. Dentro questa prospettiva, assumeva per Filangieri grande rilievo il rito del giuramento a testimonianza di una relazione tra il gesto dell’istante e i valori del passato: a tal proposito, verrebbe solo da chiedersi se i Ministri che giurano fedeltà alla Costituzione siano fino in fondo consapevoli di tale rapporto tra il presente e il passato. Filangieri usava una singolare parola, deposito, a indicare precisamente l’eredità dinamica di taluni valori rivenienti dal passato.
A ben considerare, nel Libro quarto della Scienza della legislazione Filangieri procurava di indicare modalità e programmi di educazione ed istruzione confrontandosi, talvolta anche polemicamente, con i testi di pedagogia elaborati da Locke, da Rousseau e da altri grandi filosofi dei secoli XVII e XVIII. Il filo rosso che cuciva e rendeva omogenei i programmi specifici di tutti gli allievi era l’insegnamento comune «di luminosi principi della morale universale»: e agli insegnanti, elevati al rango di «un ordine di magistratura tra i più rispettabili dello stato», spettava il compito di ricordare agli allievi la funzione straordinaria che la comunità politica attribuiva all’educazione pubblica.
Una risposta a Rousseau, pure da lui assai apprezzato, era in un passaggio testuale de La scienza della legislazione, lì dove Filangieri dichiarava, con il suo stile eloquente e sentenzioso:
«Per formare un uomo io preferisco la domestica educazione; per formare un popolo io preferisco la pubblica. L’allievo del magistrato e della legge non sarà mai un Émile; ma senza l’educazione del magistrato e della legge vi sarà forse un Emilio, non vi sarà una città, non vi saran cittadini».
Il confronto tra l’uomo civilizzato e il selvaggio era confronto topico in tanta parte della cultura dell’Illuminismo europeo. Il problema, a giudizio del Filangieri, non era la produzione delle ricchezze, quanto la sua iniqua distribuzione: sarebbe sempre quest’ultima a corrompere i costumi. E a proposito di costumi, nella visione innovatrice di Filangieri aveva un ruolo decisivo la formazione dell’opinione pubblica.
Nella direzione di una comunicazione moderna era per Filangieri decisivo orientare l’opinione pubblica secondo principi di verità: era qui un ultimo, intenso progetto educativo illuministico. Svelare ai cittadini la verità intorno ai meccanismi del potere, smascherare i nemici della giustizia, affermare principi di equità sociale, indicare - per il tramite del teatro, dei giornali, degli opuscoli - i caratteri di un mondo che stava mutando a segno che si poteva cominciare a «sperare in un secolo nel quale lo spirito di lettura non è incompatibile collo spirito di sovranità». Non v’è dubbio: il mondo attuale sembra andare in una direzione opposta ai valori dichiarati dall’Illuminismo; l’imperativo è quello di resistere ai tempi bui.
[1] Per il testo de La Scienza della legislazione si dovrà fare riferimento all’edizione critica diretta da V. Ferrone e pubblicata dal Centro di studi sull’Illuminismo europeo Giovanni Stiffoni di Venezia, Mariano del Friuli, Edizioni della Laguna, 2004. Una edizione integrale dell’opera con introduzione di Elio Palombi, riproduzione dell’ed. Parigi, Stabilimento tipografi co di Carlo Derriey, è presso Napoli, Grimaldi & C., 2003.
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