Cultura

02 febbraio 2026

Il racconto di sé stessi e la costruzione delle identità

Lavinia Bianchi nel suo recente volume Il metodo autoetnografico in pedagogia (Morcelliana, Brescia, 2025 pp.192) affronta un tema complesso e, insieme, urgente, in un mondo popolato da vecchi e nuovi razzismi. L’oggetto dell’indagine appare, infatti, strettamente connesso alla prospettiva della costruzione di un sapere trasformativo in ambito antropologico e pedagogico. L’aspirazione euristica sarebbe quella di dare forma a una conoscenza fondata su una visione della memoria di sé che consenta di elaborare in una trama narrativa relazionale emozioni, contesti, linguaggi, vissuti individuali trasformandoli in un patrimonio collettivo dotato di coscienza critica e di nuovi saperi condivisi.

L’Autrice definisce l’autoetnografia non solo come metodo per una ricerca incarnata, situata e trasformativa, generatrice di linguaggi che producono un pensiero “decoloniale”, ma anche come un nuovo modo di essere nel mondo in grado di collegare il sé alla cultura, alla storia e alla vita sociale, mettendo, allo stesso tempo, in discussione la rigidità delle istituzioni accademiche deputate a costruire i saperi.

Al volume si attribuisce l’identità di un manuale, inedito nell’attuale panorama accademico e pedagogico, che possa rappresentare sia un’occasione di riflessione epistemologica e storica su un nuovo approccio conoscitivo capace di collegare la teoria alla prassi e sia il tentativo di costruire un insieme di linee guida utili a condurre esperienze formative orientate in questa direzione.

«Negli ultimi decenni scrive Bianchi l’autoetnografia si è affermata come una metodologia qualitativa capace di coniugare rigore scientifico e profondità soggettiva, offrendo un approccio critico e riflessivo particolarmente utile per la ricerca educativa». (p. 5)

Ma quali sono, per l’Autrice, i fondamenti dell’autoetnografia in quanto prospettiva euristica sviluppatasi a partire degli anni Settanta?

Per comprendere la portata trasformatrice del pensiero autoetnografico, una particolare attenzione viene dedicata, nel primo capitolo del volume, ai costrutti del pensiero della decolonialità e ai suoi presupposti teorici.

A questo scopo sono prese attentamente in esame, e anche brevemente antologizzate, le riflessioni sviluppate sul tema, con connotazioni diverse, da studiose come Catalina Montenegro Gonzélez, bell hooks, Angela Davis, Galit Atlas e Sandy Grande.

L’indagine si allarga, inoltre, a una molteplicità di sguardi epistemologici, come, ad esempio, al pensiero dell’antropologo Gregory Bateson o alle trattazioni di matrice pedagogica che hanno messo in luce la necessità di consentire nella storia di ogni sé lo svelamento del sottosuolo delle coscienze, delle emozioni, dei conflitti, delle latenze; un approccio quest’ultimo sviluppato in particolare da Riccardo Massa nella sua idea di una “clinica della formazione” e da Duccio Demetrio nella sua indagine sul rapporto fra educazione e autobiografia, sul significato del raccontarsi.

Vorrei a questo proposito, sottolineare, come già Antonio Gramsci nei Quaderni del Carcere avesse sottolineato la necessità, a livello individuale e collettivo, di fare l’inventario di sé stessi, al fine di acquisire una nuova concezione del mondo, superando quegli assetti interiori nei quali l’uomo delle caverne convive con il più avanzato sapere scientifico.

Già il pensiero femminista degli anni Settanta, penso ad esempio a Carla Lonzi, poneva la necessità il partire da sé, dai bisogni soggettivi ma anche dalle latenze e contraddizioni che ci abitano, come premessa ineludibile del cambiamento.

Afferma Bianchi, a questo proposito, che non va sottovaluto il valore pedagogico del rendere trasparente il sé narrato «[...] ogni narrazione è infatti mediata da linguaggi, contesti e poteri». (p 31)

In questo ambito, temi quali il razzismo, le identità di genere, le guerre, la sorveglianza e la necessità di metodologie che trascendano il post-moderno conservatore e le sue derive neoliberiste sono al centro dell’indagine.

Questa prospettiva teorico-pratica, che viene presa in esame sulla base di un’ampia letteratura internazionale, tende a rendere l’emersione e la presa di coscienza delle epistemologie nascoste e delle latenze in base ad alcune “procedure” così sintetizzabili: latenza referenziale e narrativa, latenza cognitiva, latenza affettiva, latenza procedurale e pedagogica.

Un’approfondita e acuta riflessione viene, inoltre, condotta sul rapporto fra autoetnografia e pensiero femminista e, in particolare, su temi quali il personale come politico, l’intersezionalità, la temerarietà, la posizionalità e l’autoriflessività. Così come una particolare attenzione viene prestata alle teorie queer. Se ne sottolinea l’impegno costante nel decostruire l’eteronormatività, offrendo strumenti concettuali in grado di prendere in esame le categorie identitarie come costruzioni ideologiche di pratiche istituzionali ma in quanto tali mutabili.

In definitiva, l’autoetnografia manifesta, così «il suo potenziale di rottura con una stantia riproduzione del potere, con il tokenismo che alimenta una radicalità folcloristica in ambienti che si presentano inclusivi e, ancora, come elemento di decolonizziazione, rifiuto e consapevolezza del privilegio di chi, come noi, abita in zone dell’essere». (p.169)

Si tratta di partire da sé nei contesti geopolitici più diversi sulla base di un lavoro di ricostruzione del passato influenzato dal presente e dalle sue latenze per costruire un nuovo sé nel mondo.

E l’Autrice, in conclusione, indica possibili tappe, documentate da un patrimonio di esperienze già realizzate a livello internazionale e dalla costruzione di un sapere trasformativo: autobiografia indigena; interviste riflessive; etnografia riflessiva; resoconti stratificati.

La ricerca si colloca, dunque, in un percorso che collega la teoria alla prassi, i costrutti pedagogici alla trasformazione delle coscienze individuali e collettive.

Lavinia Bianchi, Il metodo autoetnografico in pedagogia, Bergamo, Scholé 2025, pp.192.

L'autore

Carmela Covato