La rivista

Attualità

Sud sommerso: quando l'emergenza diventa responsabilità

Tra il 20 e il 22 gennaio 2026, per tre giorni il ciclone Harry si è abbattuto su Sicilia, Sardegna e Calabria provocando danni stimati per oltre due miliardi di euro tra attività commerciali, aziende agricole, strade e abitazioni distrutte. In Sicilia la conta non è ancora finita. Dalla fascia ionica del Messinese – dove interi tratti di lungomare sono stati cancellati – alla piana di Catania, con gravissimi danni alle produzioni agrumicole, fino alla frana di Niscemi che ha costretto più di mille persone a lasciare le proprie case.

Non è stato semplice maltempo. Gli esperti parlano di evento estremo multi-rischio. I venti hanno superato di 4–8 km/h le intensità del passato e le boe dell’ISPRA hanno registrato in Sicilia l’onda più alta mai rilevata nel Mediterraneo. Fenomeni definiti “straordinari” che diventeranno sempre più ordinari. Continuare a gestirli come emergenze isolate non è più possibile. Mentre scriviamo, una nuova ondata di maltempo investe l’isola. A Messina l’allerta resta alta. Ancora scuole chiuse. Ancora danni che si sommano ai danni.

La devastazione e il lavoro che scompare

Sulla costa ionica messinese il mare ha cancellato intere tratte di lungomare, attività commerciali, lidi balneari, ristoranti, hotel. Non si tratta solo di strutture turistiche: è economia che evapora. Pietro Patti, segretario generale della CGIL Messina, è stato tra i primi a recarsi nei territori colpiti. La fotografia che restituisce è netta: il lavoro di quasi cinquemila stagionali è a rischio, perché c’è la reale possibilità che molte attività non riescano a rimettersi in piedi entro aprile. «Stagionali colpiti due volte, perché resteranno senza stipendio tra qualche mese e rischiano di non poter richiedere la Naspi per il 2027. In un’area dove il 52% dell’economia vive di terziario e l’83% dei contratti è a tempo determinato oltre il 40% part-time – ogni evento climatico estremo diventa un detonatore sociale. Il dissesto idrogeologico si trasforma immediatamente in dissesto occupazionale. La Sicilia perde ogni anno migliaia di giovani under 35. Non solo per mancanza di lavoro, ma per assenza di prospettive. E quando il territorio crolla, crolla anche l’idea stessa di futuro».

Prevenzione solo sulla carta

Dopo la tragedia di Niscemi, Il Ministro per la Protezione Civile Nello Musumeci ha parlato di «prevenzione solo sulla carta» e di «tragedia annunciata», arrivando a sostenere che «la natura presenta sempre il conto». Dichiarazioni che, però, sollevano più di una domanda. Se la prevenzione è rimasta un principio astratto e non una pratica concreta, chi ne porta la responsabilità? Se la tragedia era annunciata, perché non si è intervenuti prima? E soprattutto: può chiamarsi fuori da questo bilancio proprio chi ha governato la Regione per un lungo arco di tempo e oggi ricopre l’incarico istituzionale chiamato, per definizione, a prevenire e gestire le emergenze? In questo contesto, attribuire la colpa alla “natura” rischia di apparire come una comoda scorciatoia retorica. Perché i disastri naturali non sono mai solo naturali: spesso sono il risultato di scelte politiche, ritardi amministrativi e prevenzione mancata. E quando il conto arriva, a pagarlo sono sempre gli stessi territori e gli stessi cittadini. «Non si possono tirare fuori», afferma Patti parlando delle responsabilità politiche. «I governi degli ultimi anni hanno abbandonato letteralmente questi territori e, lo ribadisco, sono governi di centro-destra, che governano la Regione (se non per qualche parentesi) da decenni. Non risultano interventi straordinari per mettere in sicurezza il territorio, non risulta nessuna intenzione reale di dare futuro a questa Isola». La sua non è una dichiarazione simbolica. È un atto d’accusa. E la risposta è semplice: «Abbiamo bisogno di interventi strutturali affinché non si debba controllare l’emergenza ma fare manutenzione ordinaria. Altrimenti tra qualche anno ci ritroveremo di nuovo così».

Il problema non è la natura. I disastri naturali non sono mai solo naturali. Sono il risultato di scelte, ritardi, omissioni. La frana di Niscemi era già avvenuta negli anni ’90. Senza interventi, ha mostrato oggi tutta la sua pericolosità.

Se non ci sono state vittime è grazie all’allerta rossa. «È stata una decisione che ha salvato vite umane», riconosce Patti. Ma aggiunge: «Le barriere di sabbia sono state inutili. In un attimo è stata travolta ogni cosa».

Il Ponte sullo Stretto e le priorità reali

Il confronto politico si è rapidamente spostato sulle grandi opere. Elly Schlein, che si è recata a Niscemi, ha suggerito di usare i soldi per il Ponte sullo Stretto. Nello Musumeci risponde che «il Ponte è necessario almeno quanto le infrastrutture idriche». Ma è davvero possibile mettere sullo stesso livello le due cose? Ha senso investire miliardi in una grande opera mentre interi tratti di costa, ferrovie e infrastrutture esistenti vengono letteralmente cancellati dal mare? Si può mettere sullo stesso piano il Ponte sullo Stretto e la messa in sicurezza del territorio?

Per la CGIL la questione è di priorità. «I soldi del Ponte devono e possono servire per un impatto immediato sul territorio e sui cittadini, soprattutto per evitare il dissesto idrogeologico», sostiene Patti.

«La Sicilia è la quinta regione più popolosa d'Italia, con quasi cinque milioni di abitanti e un territorio molto esteso, eppure la rete ferroviaria è fragile e in alcuni tratti ingestibile, le autostrade necessitano di miliardi per la manutenzione di viadotti e gallerie, la rete idrica perde enormi quantità d’acqua mentre la siccità raziona intere città, i collegamenti tra porti, aeroporti e assi viari sono insufficienti».

Il paradosso è evidente: si discute di un’infrastruttura simbolica mentre quelle esistenti vengono cancellate dal mare. Non si tratta di essere contro il futuro. Si tratta di stabilire quale futuro sia realistico costruire sopra fondamenta instabili.

Il silenzio nazionale e l’assenza delle istituzioni

A pesare non è solo la devastazione, ma anche il silenzio. I telegiornali nazionali hanno scelto di ignorare o di relegare la notizia a pochi secondi, mentre interi tratti di costa sparivano, mentre il mare inghiottiva l’unico binario ferroviario tra Messina e Catania, l’attenzione era altrove. Viene da chiedersi se la reazione sarebbe stata la stessa di fronte a un evento simile in una grande città del Centro-Nord. Non è solo una questione mediatica. È una gerarchia implicita che stabilisce quali territori meritano centralità e quali possono essere considerati periferia permanente. Di emergenze come queste, purtroppo, negli ultimi decenni ce ne sono state molte. E il copione, a un paio di giorni da una calamità, è quasi sempre lo stesso: la visita del Presidente del Consiglio nelle zone colpite, le dichiarazioni ufficiali, le promesse di intervento immediato. Un rituale ormai consolidato della comunicazione politica dell’emergenza. Questa volta, però, di fronte all’uragano Harry, quel copione non si è ripetuto. Nessuna visita, nessuna presenza sul territorio. Un’assenza che pesa e che inevitabilmente solleva interrogativi sul diverso trattamento riservato alle emergenze, a seconda dei luoghi e delle convenienze politiche. Eppure, quando si tratta di rilanciare grandi opere simboliche come il Ponte sullo Stretto, il Sud torna improvvisamente utile. Diventa slogan, bandiera, promessa di sviluppo da esibire nei comizi. Dopo più di una settimana la presidente del consiglio si è finalmente recata nelle zone colpite, sorvolando l’area del catanese, in elicottero. «Dispiace che non ci sia stata l’attenzione che questo territorio merita – ha dichiarato Patti – un territorio letteralmente abbandonato dalla classe politica».

Risorse insufficienti, risposte tardive

Il 26 gennaio il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato d’emergenza stanziando 100 milioni di euro. A fronte di danni stimati per almeno due miliardi. Il divario tra ciò che serve e ciò che viene concesso è evidente. Così come l’assenza di misure strutturali e di sostegni adeguati per i lavoratori di agricoltura e turismo, settori che non possono contare su ammortizzatori ordinari. Musumeci ha dichiarato, rispondendo alle accuse che «Il primo stanziamento è quello ordinario, nei prossimi giorni saranno adottati altri provvedimenti». Al momento tutto tace. E intanto il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici resta inattuato, il Paese lo attende da almeno tre anni. Un piano rimasto sulla carta, in quanto le risorse non sono mai state stanziate. E gli eventi estremi aumentano. I territori sono sempre più schiacciati dalla crisi climatica che avanza con un’Italia che di anno in anno fronteggia un aumento degli eventi meteo estremi e fenomeni come gli uragani mediterranei che prima non conosceva. La Sicilia è uno dei territori più colpiti dagli eventi estremi: dalla siccità alle alluvioni, dai cicloni mediterranei, al dissesto idrogeologico.

Non è emergenza. È modello di sviluppo.

La Sicilia vive una doppia faccia della crisi climatica: mesi di siccità che distruggono agrumeti e turismo, poi piogge violente che fanno crollare strade e costoni. Occorrerebbero miliardi per efficientare la rete idrica. Altri miliardi per la manutenzione autostradale. Risorse per riforestazione, cura dei corsi d’acqua, messa in sicurezza delle coste.

La cifra complessiva si avvicina a quella prevista per il Ponte. Con una differenza sostanziale: questi investimenti avrebbero un impatto immediato sulla qualità della vita delle persone.

Chi vive nelle aree interne non chiede un’opera simbolica. Chiede acqua, strade sicure, ospedali funzionanti, trasporti efficienti. Chiede di poter restare.

Il ciclone Harry non è solo un evento atmosferico. È uno specchio. Riflette un modello di sviluppo squilibrato, una prevenzione mancata, una politica che interviene dopo e non prima. E ogni volta che si sceglie di chiamarla “emergenza”, si evita di chiamarla con il suo vero nome: responsabilità.

Il 26 gennaio scorso l’Assemblea generale della CGIL ha approvato all’unanimità un ordine del giorno[1] a sostegno dei territori siciliani, calabresi e sardi colpiti dal ciclone Harry, chiedendo un piano straordinario di investimenti per il Mezzogiorno, finalizzato alla messa in sicurezza del territorio, alla prevenzione del dissesto, alla tutela ambientale e alla creazione di lavoro stabile e di qualità, con interventi immediati per sostenere famiglie e imprese colpite.

L'autore

Elisa Spadaro