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Politiche educative

AFAM TRA INNOVAZIONE E TRADIZIONE: LA SFIDA DEL CAMBIAMENTO

Dai fondi del PNRR ai dottorati, il sistema AFAM vive una fase di profondo cambiamento. Il Conservatorio di Castelfranco Veneto si distingue per progettualità e risultati, ma denuncia anche criticità diffuse. Un racconto diretto tra opportunità, contraddizioni e visioni per il futuro. Francesco Loregian, docente al Conservatorio di Padova, a colloquio con Paolo Troncon, direttore del Conservatorio di musica di Castelfranco Veneto nonché consigliere CNAM – Area delle discipline compositive, della direzione, della teoria, dell’analisi e delle nuove tecnologie.

Il PNRR sta offrendo alle Istituzioni AFAM una grande opportunità attraverso finanziamenti specifici, soprattutto per progetti di internazionalizzazione e innovazione della didattica. Il vostro Conservatorio risulta spesso in prima linea nell’ottenimento dei fondi: come ci riuscite?

Il sistema dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica (AFAM) è in forte evoluzione, anche se la riforma risale al 1999. Oggi la missione delle istituzioni artistiche si è ampliata: ricerca artistica, internazionalizzazione e disseminazione del sapere nella società sono diventate componenti centrali. 

Tutto questo deve però convivere con una cultura didattica secolare, ancora viva e fondamentale. Si tratta quindi di un processo che richiede tempo: non anni, ma generazioni.

Il Conservatorio di Castelfranco Veneto guarda da anni al futuro, cercando di interpretare l’evoluzione della società, della cultura e del sistema dell’alta formazione, spingendo l’istituto ad evolversi senza perdere la propria identità. Un elemento chiave è stato l’investimento sul personale amministrativo, oggi chiamato a svolgere funzioni nuove e sempre più complesse rispetto alle competenze tradizionali previste dai contratti.

Parallelamente, abbiamo costruito un gruppo qualificato di docenti capace non solo di ideare progetti e creare relazioni in Italia e all’estero, ma anche di seguire le procedure complesse di candidatura e gestione dei finanziamenti pubblici. Questo lavoro si scontra però con diversi limiti strutturali: la lentezza del sistema nazionale nell’emanare le norme necessarie, l’assenza di una visione condivisa sul futuro dell’AFAM e l’assenza di una valutazione nazionale capace di valorizzare le buone pratiche e l’efficienza delle istituzioni. Oggi gran parte dell’innovazione si regge su lavoro gratuito o sottopagato di docenti e personale amministrativo. È un modello encomiabile, ma che non garantisce continuità sistemica.

In particolare, il Consorzio Erasmus+ “Working With Music 2.0”, capitanato dal Conservatorio “Agostino Steffani” di Castelfranco Veneto, organizza tirocini e mobilità internazionale per studenti di conservatorio. Di che progetto si tratta?

Working With Music (WWM) è un progetto nato al Conservatorio di Frosinone su iniziativa della prof.ssa Lucia Di Cecca, interrotto durante la pandemia. Lo abbiamo rilanciato e oggi coinvolge 14 Conservatori italiani, con Castelfranco Veneto come capofila. Siamo accreditati come Consorzio Erasmus+ “WWM 2.0” dall’Agenzia Nazionale INDIRE. Nel loro complesso, i progetti di internazionalizzazione del Conservatorio di Castelfranco Veneto ottengono riconoscimenti economici in assoluto tra i più alti in Italia, segno di qualità del nostro operato. 

Per dimensioni e attività, il WWM 2.0 si colloca oggi tra i progetti più importanti in Europa in ambito musicale.

In tema di finanziamenti, il Conservatorio ha ottenuto risultati significativi anche in passato. Come ci siete riusciti?

Solo nel 2024 abbiamo ottenuto dal MUR 10 milioni di euro per la ristrutturazione della nostra sede, che si aggiungono ai 10 milioni già ottenuti nel 2018; oltre 5 milioni di euro per il progetto PNRR Music Theatre and New Technologies Toward a New Paradigm in Opera Studies and Performance, in partnership con altri  Conservatori, Accademie e Università, volto a valorizzare l’opera italiana attraverso  azioni di internazionalizzazione, ricerca e formazione.

Abbiamo inoltre attivato, sempre nel 2024 come capofila, il Dottorato di Interesse Nazionale “Artistic Research on Musical Heritage”, uno dei soli due DIN AFAM accreditati, con 98 dottorandi iscritti tra 40° e 41° ciclo, caratterizzato da una forte componente internazionale. 

Siamo infine partner di un PRIN. Come ci siamo riusciti? Studiando e lavorando sodo con continuità negli anni.

Il Ministero riuscirà a formare ricercatori altamente qualificati solo con i fondi ministeriali, una volta concluso il PNRR?

Non credo che debba essere solo il Ministero a risolvere questa questione. Esiste un problema strutturale di fondo relativo agli investimenti per la ricerca nel nostro Paese. Dopo il PNRR, difficilmente lo Stato potrà sostenere gli stessi livelli di finanziamento.

È il momento per le istituzioni AFAM di assumersi pienamente la responsabilità di fare delle scelte, anche se difficili. Oggi i Conservatori italiani, a prescindere dalle loro dimensioni, offrono tutti l’intera offerta formativa possibile: non riusciamo a fare sistema, neppure a livello regionale.

L’esperienza dei dottorati ha mostrato gravi carenze nella preparazione alla ricerca: su circa 700 domande di ammissione ricevute e valutate emerge chiaramente che la ricerca artistica è stata più proclamata che realmente praticata. La ricerca ha bisogno di essere integrata negli insegnamenti fin dal triennio, compresi quelli performativi e creativi, non solo musicologici. Questo richiede però docenti consapevoli di cosa sia la ricerca artistica e di come possa essere utile nello studio e nel lavoro tipico delle istituzioni AFAM.

Qual è la situazione dei Conservatori dopo il riconoscimento della ricerca e dei dottorati AFAM?

I dottorati sono partiti in tempi rapidissimi, mettendo le istituzioni di fronte a problemi nuovi e complessi, senza però fornire alle istituzioni strumenti adeguati di supporto. 

I finanziamenti coprono a malapena le borse dei dottorandi, ma la ricerca richiede strutture, biblioteche fornite, competenze e personale specializzato, come l’università ha costruito in decenni.

L’avvio dei dottorati è stato traumatico ma entusiasmante: in un solo anno abbiamo imparato più che nei vent’anni precedenti.

Uno dei problemi resta il contratto AFAM, che non considera il lavoro fondamentale di supervisione per i dottorandi. Di fatto, gran parte di questo impegnativo lavoro è volontariato dei docenti o tempo sottratto alle attività ordinarie del personale amministrativo, con ricadute negative sui servizi agli studenti di tutto il Conservatorio. Una situazione non sostenibile.

È possibile integrare arti tradizionali e nuove tecnologie?

Io su questo tema parlo di “didattica potenziata”: un’evoluzione della didattica artistica tradizionale supportata dall’AI generativa. Non si tratta di una sostituzione, ma di un’estensione critica degli strumenti. Servono però preparazione tecnica e consapevolezza culturale da parte del corpo docente, perché strumenti così potenti, se mal utilizzati, possono essere controproducenti.

Dobbiamo avere consapevolezza che viviamo in un’epoca di obsolescenza rapidissima, e dobbiamo saper governare il cambiamento mantenendo i valori e le tradizioni che hanno reso il nostro Paese centrale nella cultura artistica mondiale.

Come sviluppare competenze per la valorizzazione del patrimonio artistico culturale?

È necessario disporre di personale amministrativo con competenze più ampie, capace di gestire processi complessi, coerentemente con un adeguamento  stipendiale. 

Parte del personale docente è legata a modelli didattici tradizionali ancora validi,ma  è necessaria una riflessione generale sullo sviluppo professionale richiesto oggi. L’assenza in AFAM di una progressione di carriera basata sulla competenza, non solo su piccoli aumenti basati sull’anzianità, non motiva e non aiuta questo processo.

Come rafforzare l’AFAM in un’ottica di equiparazione con le Università?

L’equiparazione con l’università non dipende solo dal pari stipendio o dall’identico nome del titolo rilasciato: i titoli sono già equipollenti per legge.  Ciò che differenzia realmente l’AFAM dall’università è la mancanza di autonomia e di flessibilità, che impedisce di applicare rapidamente le soluzioni migliori per sviluppare i nostri istituti e migliorare i servizi agli studenti.

Le potenzialità umane e culturali dell’AFAM sono enormi, ma devono essere messe nelle condizioni di esprimersi.

Che ne pensi della situazione politica attuale, ma soprattutto ciò che è successo in Palestina?

Credo che nessun essere umano possa rimanere indifferente a quanto accade in Palestina, e purtroppo non solo lì. Sono segnali molto negativi per il mondo, soprattutto per le nuove generazioni. Vedo una società che perde valori conquistati con grandi sacrifici da chi ci ha preceduto.

Nei nostri istituti, attraverso la musica, cerchiamo di trasmettere valori fondamentali: la musica è ascolto, è capacità di adattarsi all’altro. Quando ero direttore del Conservatorio di Vicenza sono stato più volte in Palestina, grazie a una convenzione con la Custodia francescana di Gerusalemme. Ho potuto ascoltare racconti diretti e vedere da vicino enormi contraddizioni. Oggi mi sembra evidente che non ci siano vincitori né vinti, ma solo più o meno vittime, in una  spirale distruttiva dalla quale i popoli faticano a uscire.

Come si sente a essere capofila di un progetto sui Dottorati?

Molto stanchi! È stato un inizio traumatico ma esaltante. Il lavoro è enorme e l’apprendimento rapidissimo. Tuttavia, senza un adeguamento del quadro contrattuale e strutturale, il sistema non potrà reggere a lungo.