Il lungo percorso di Luca Silvestri attraverso le carte e i libri di Mario Alighiero Manacorda, conservati presso il Museo della Scuola e dell’Educazione “Mauro Laeng” di Roma Tre, ha prodotto una monografia di indubbio rilievo storiografico: Una vita onnilaterale. La riflessione pedagogica di Mario Alighiero Manacorda (1914-2013), Unicopli, Milano 2024.
Esplorare un giacimento documentario di tale consistenza, fra lettere, appunti, fotografie, prime edizioni, volumi postillati, interfoliati e dedicati, per uno studioso è un privilegio che lo fa sentire nel paese di Bengodi. Tuttavia, non sempre è facile gestire la mole del materiale ancora vergine e tradurlo, attraverso cernite spesso severe e dolorose, in un discorso critico coeso e, necessariamente, sintetico. Ma per il giovane Silvestri le premesse ci sono tutte: passione, pazienza, capacità di individuare le questioni cruciali, scrupolo filologico, critica delle fonti, interpretazione. È infatti seguendo queste coordinate che l’Autore si è mosso lungo la vita, come egli stesso la definisce, “spiraliforme” di Mario Alighiero Manacorda. E il volume restituisce con sapienza questo andamento del pensiero e degli studi del grande intellettuale, strutturandoli in quattro blocchi, come fossero, in qualche modo, i punti cardinali di uno spazio esistenziale: marxismo, storia dell’educazione, laicità, sport. Se questi sono stati i principali campi di indagine di Manacorda, come ben si evince dalle pagine di Silvestri, non dobbiamo pensarli a sé stanti, l’uno indipendente dall’altro, poiché in realtà furono profondamente coesi e interrelati, direi quasi complementari proprio nella direzione della onnilateralità (pp. 66, 68) di questa lunghissima vita che passa sotto il microscopio di Silvestri.
La lettura filologica del marxismo pedagogico
Per lo storico dell’educazione, confrontarsi con le opere di Manacorda vuole dire avere a che fare con una sorta di spartiacque. In questo caso il passaggio fondamentale è avvenuto da un approccio storiografico (e pedagogico) che dal marxismo del secondo dopoguerra rischiava di subire condizionamenti ideologici fortemente generalizzanti e di taglio “prevalentemente pratico-politico” (p. 28), come da prassi nei paesi socialisti (pp. 59, 63), per nulla laici, a scapito dello scavo filologico e dell’ermeneutica delle fonti, a un approccio storico sociale che dell’apertura interdisciplinare e della lettura e interpretazione di prima mano dei testi fondamentali del marxismo pedagogico (soprattutto Marx, Engels e Gramsci) ha saputo fare tesoro, in nome di quello che Franco Cambi definisce come il “primato della filologia nel processo della ricerca” (p. 25), anche ribaltando una certa vulgata e sostenendo la possibilità di una “lettura umanistica” (p. 68). Mi pare, fra l’altro, che nel mettere a fuoco questa visione umanistica, Manacorda eguagli, sia per energia dialogica sia per muscolatura culturale, il pensiero e l’opera del compagno e amico di una vita Lucio Lombardo Radice, più giovane di lui di soli due anni.
La forza del saggio di Luca Silvestri è proprio nella dimostrazione, condotta con rigore argomentativo e con grande disciplina stilistica, di come Manacorda sappia rimanere, oppure tornare, a seconda dei punti di vista, al dettato originario della pedagogia marxista. Il suo approdo alla storia sociale dell’educazione, così come la sua capacità di estendere il repertorio delle fonti utili al discorso storiografico, è una delle molte conseguenze determinate da questo ritorno ai testi e alla loro ermeneutica, affermato con forza, fra l’altro, nel volume Marx e la pedagogia moderna del 1966. Scrive Silvestri: «questo taglio prospettico [permette a Manacorda di] seguire con consapevolezza la successiva trasformazione di questo tema [il principio pedagogico dell’unione di istruzione e lavoro nella pedagogica marxiana] da principio teorico a canone storiografico, attraverso il quale Manacorda interpreta sia l’elaborazione teorica dei protagonisti della pedagogia marxista successivi a Marx e Engels […] sia l’intera storia dell’educazione» (p. 70).
«Io sono nato letterato» (p. 44), come Silvestri ribadisce più volte, è l’affermazione con la quale Manacorda porta avanti il suo mestiere di studioso del marxismo pedagogico e di storico dell’educazione. «Io sono nato letterato», una sorta di litania che ha il potere di tenerlo, in un certo senso, sempre fuori dai ranghi ufficiali vuoi del marxismo vuoi degli storici e dei corridoi accademici, come li osservasse da un punto di vista esterno, forse privilegiato? In effetti, il suo essere nato letterato produsse nei suoi studi di storia dell’educazione quella dilatazione del concetto di fonte storica cui accennavo. Basta scorrere la sua Storia illustrata dell’educazione, opera del 1992: accanto alle leggi, ai decreti, ai regolamenti, ai trattati pedagogici scorrono i nomi di Carducci, Giusti, Settembrini, Rovani, Belli, Alfieri, Leopardi, Parini, Foscolo, Gozzi, Folengo, Bandello, Boiardo, Machiavelli, Alberti, Dante, Giovenale, Orazio, Virgilio, Marziale, Plauto, Eschilo, Omero… e poi immagini su immagini di quadri, di documenti, di lapidi, di oggetti, di luoghi, di situazioni… insomma un apparente cafàrnao, dove invece tutto ha un senso e un significato e i fili sono tenuti e governati saldamente da una potente visione della storia dell’uomo e del suo vivere in società, orientata più su una pedagogia degli adulti che dei fanciulli (p. 48). Non dimentichiamo mai che il Manacorda studioso esordisce sulla scena intellettuale italiana nel 1942, in piena guerra, curando un’edizione italiana del Novalis poeta militante di Cristianità o Europa, niente meno che per i tipi dell’ancor giovane casa editrice di Giulio Einaudi, fucina degli intellettuali che segneranno gli anni della nostra Ricostruzione.
Il letterato e il militante
Il “tuffo nella storia” (p. 80), operato da Manacorda al principio dei Settanta, conferma e arricchisce sia la sua vena di letterato sia la sua militanza politica all’insegna del dialogo fra passato e presente. È proprio questa prospettiva militante che lo conduce a contestare la visione del passato educativo basata solamente sulle grandi idee pedagogiche (che Gentile aveva appaiato a quelle filosofiche) o sulle leggi della scuola, a favore di una visione decisamente storico-sociale dove i dispositivi educativi risultano ben più numerosi e influenti, sia qualitativamente che quantitativamente. Da qui la scelta di parlare di educazione piuttosto che di pedagogia (p. 91). La materialità e il vissuto educativi dell’umanità attraverso i secoli diventano per Manacorda un grande campo di indagine su cui esercitare la sua lente di studioso marxista. Sulla genesi di questa svolta storiografica in Manacorda, che certo è in sintonia con l’analogo cammino compiuto dagli storici francesi e anglosassoni a partire dagli anni Trenta del Novecento, Luca Silvestri avanza ipotesi di grande originalità e suggestione, che, ancora una volta, fanno apparire Manacorda come un outsider geniale e saggio. Prima di tutto la grande lezione del padre Giuseppe scomparso prematuramente e autore di una Storia della scuola italiana pubblicata proprio nell’anno della nascita di Mario Alighiero, nel 1914, sicuro incunabolo di una direzione anti-idealistica che induce lo storico a “spiare” (p. 87) (felicissimo verbo utilizzato da Silvestri) i vissuti educativi. C’è poi ovviamente l’indirizzo marxista, una derivazione senz’altro più esplicita e pubblica rispetto alla precedente, dove è forte l’attenzione al nesso fra la produzione della vita materiale e quella spirituale degli uomini (p. 88). Infine, c’è il suggerimento gramsciano di guardare alla società come a una società educante, ben oltre i compiti cui sono canonicamente consacrati la famiglia, i pedagogisti e la scuola (p. 89). Mi pare che queste tre scaturigini del Manacorda storico dell’educazione siano fortemente coese e coerenti fra loro. Da notare, anche, le sedi editoriali dei lavori di sintesi del Manacorda storico, che esordisce nel 1977 con Loescher (un editore scolastico), e prosegue nel 1983 con Eri (marchio editoriale della RAI), per continuare con Giunti, e culminare con Stampa Alternativa e Newton Compton (la celebre serie dei 1000 lire). Anche questa appare una scelta decisamente understatement. Non Einaudi, non gli Editori Riuniti, non Armando Armando, ma editori che sono fuori dal circuito accademico-scientifico e della cultura d’élite. Mi pare un bellissimo segnale di apertura e disponibilità dell’intellettuale a comunicare il discorso sul passato educativo a un pubblico vasto, non specializzato. Oggi le chiameremmo alta divulgazione, terza missione, valorizzazione delle conoscenze. Ed egli porta il suo raffinatissimo discorso storico-culturale, basato sempre sulla forza dell’argomentazione filologia («mi ha dato sempre fastidio il sentir riferire documenti ufficiali o pensieri altrui in approssimativi discorsi indiretti», p. 91), in un contesto di comunicazione editoriale decisamente più pop. Lo scatto decisivo che supporta questo mutamento di prospettiva sul passato educativo riguarda l’individuazione delle fonti atte a sostenerlo. Certo, anche le idee dei grandi pedagogisti sono nella storia e vanno tenute in considerazione (sono un prodotto sociale anch’esse), ma spesso sono molto più illuminanti le parole degli scrittori (ecco la Storia dell’educazione dall’antichità ad oggi, ERI) e le immagini degli artisti (la Storia dell’educazione della Giunti): «Come si addice ad ogni profonda rivoluzione storiografica – ci spiega Luca Silvestri – anche per la storia sociale dell’educazione, al cambiamento di metodo corrisponde un relativo cambiamento di fonti, che viene interpretato da Manacorda a partire dalla sua formazione di letterato» (p. 92): ecco ancora la vita spiraliforme del Nostro che continua a girare… o a farci girare.
Lo studio dell'antica Grecia
Questa nuova impostazione storiografica si esercita principalmente attraverso la passione di Manacorda per l’educazione nell’antica Grecia rispetto alla quale egli avanza una posizione decisamente antitetica in confronto alla tradizione degli studi sull’antichità. La vita educativa, e quindi gli equilibri sociali, nell’antica Grecia non erano così armonici e democratici come usualmente era stato sostenuto dagli studiosi. Al contrario, analizzando le fonti con la lente del marxismo pedagogico, i rapporti fra le classi, a cominciare da quelli educativi, erano profondamente drammatici e contraddittori, in primis nell’antagonismo fra istruzione e lavoro (p. 98, 103). Qui Silvestri, con intelligenza, estende a Gramsci la chiave interpretativa di Manacorda, stabilendo «il legame dell’educazione basata sulla parola e l’azione della classe dominante greca con il concetto gramsciano di egemonia, inteso come combinazione di consenso (ovvero di persuasione) e di forza (ovvero di azione) » (p. 99). Un assunto che viene confermato anche dalla attenta lettura che Manacorda conduce sui testi di Platone, un Platone gravemente orientato in una direzione educativa di taglio antidemocratico, che privilegia i filosofi a scapito dei produttori.
Da questo approccio alla storia sociale nell’antica Grecia, Manacorda non esclude l’analisi delle idee pedagogico-educative, a cominciare da quelle, appunto, di Platone, di cui ci restituisce un originale confronto con i princìpi della pedagogia marxista. Un confronto che, nell’economia della ricostruzione di Silvestri, appare cruciale e dirimente. Il passo del terzo libro della Repubblica dove Socrate pronuncia il discorso “dell’‘in ogni dove’” (πανταχοϋ). Da qui discende la visione amplificata delle agenzie educative. Spiega Silvestri: «Ogni cosa contribuisce a livello formale all’educazione (o alla diseducazione) degli individui: dipinti, ricami, opere di architettura, arredi, la natura dei corpi e dei prodotti della terra. Paradossalmente, dunque, Platone, che è uno dei più importanti autori studiati dagli storici delle idee, avanza una visione della pedagogia “non-pedagogica”, ovvero astratta-ideale, ma piuttosto sociale e reale» (p. 105), esattamente come avviene in Gramsci per il concetto di “società educante” (p. 106). Una prospettiva fondamentale, a mio avviso, anche per comprendere metodi e fonti dell’indirizzo storiografico di Manacorda. Così come tutto il sociale educa, analogamente lo storico dell’educazione deve saper utilizzare tutte le fonti che di quell’educazione sociale rendono testimonianza in forma di spie e indizi, per citare Carlo Ginzburg.
La questione delle fonti. Non solo testi scritti
Quanto detto ci riporta alla questione delle fonti, in particolare alla necessità di ricorrere a un modello storiografico che sappia avvalersi non solamente dei documenti letterari ma anche dei documenti iconografici, attribuendo loro la stessa dignità e autorevolezza di cui hanno sempre goduto le fonti scritte. In una tradizione culturale profondamente testolatrica (con irreversibili danni nel campo dell’educazione scolastica, p. 119), la posizione di Manacorda, anche in questo campo, appare decisamente all’avanguardia. Certo, c’è ancora l’illustre precedente della Storia paterna e del suo corredo di immagini, un fantasma che gli parla incessantemente, dal giorno della sua nascita (ritengo che, anche in questo dialogo in absentia con la figura paterna, possano svilupparsi parallelismi di un certo interesse con l’analoga esperienza vissuta da Lucio Lombardo Radice). Ma, in campo storico-educativo, sono veramente poche le altre tappe storiografiche del percorso che porterà a quello che oggi definiamo, con William John Thomas Mitchell, pictòrial turn, quella svolta visiva definitivamente varata in anni più recenti da Peter Burke. In Italia, se si eccettuano gli accattivanti inserti iconografici interdisciplinari della storia d’Italia Einaudi coordinata dal 1972 al 1976 da Ruggero Romano e Corrado Vivanti, gli antecedenti di Manacorda nel campo specificamente storico-educativo sono fragili: Dina Bertoni Jovine, certo, Antonio Santoni Rugiu, anche. Ma, da questo punto di vista, si tratta di balbettii, non certo di esempi di rottura. Oltralpe, la discussa lezione iconografica di Philippe Ariès in L’enfant et la vie familiale sous l’ancien régime, non parrebbe così presente in Manacorda. Egli invece, sensibile fin dal 1966 alle fonti visive (aveva curato in quell’anno l’Atlante pedagogico allegato a “Riforma della scuola” e, nel 1971, pubblicato La paideia di Achille, Editori Riuniti, introdotta dal grande archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli e basata sulle immagini incise su un missorium), in più testimonianze ricavate con certosina acribia da Silvestri, si riferisce invece prevalentemente all’opera dello studioso tedesco Robert Alt, presente nella sua biblioteca, un esempio decisamente innovativo da cui Manacorda ricaverà molta documentazione, anche per la Storia illustrata del 1992. Quest’ultima, che oggi Silvestri considera in Italia «il primo caso di storia iconografica dell’educazione» (p. 120) in virtù delle sue 526 immagini, ci appare come una sorta di “quadro vivente” (è la definizione dello stesso Manacorda, p. 122), dove il lettore fruisce senza soluzione di continuità e delle parole e delle immagini. Un puzzle verbovisuale, potremmo definirlo, dove i due codici linguistici si supportano vicendevolmente, senza che fra di essi vi sia una gerarchia. Su questa scelta metodologica hanno influito, come ancora una volta rivelano gli scavi bibliografici di Silvestri, i lavori di Fredrick Beck dall’Australia e quelli di Anil de Silva, Otto von Simson e Philip Troutman dalla Gran Bretagna.
Dalle ultime battute del secondo capitolo di questo libro si ricava, fra l’altro, che questa storia iconografica sarebbe pioniera anche in altre due direzioni teorico-metodologiche in campo storico educativo: la prospettiva del valore simbolico delle immagini (la sfinge egizia e i suoi significati sociali, antropologici, culturali, educativi), la foto di gruppo di Manacorda a 10 anni nel cortile del Visconti: il rapporto fra microstoria e macrostoria. Si tratta di due orizzonti di ricerca che, negli anni, tutti abbiamo percorso ma che forse, fra gli storici dell’educazione, al principio dei Novanta, erano ancora avveniristici, così come era avveniristico il parlare di emozioni come vettori lungo i quali, assieme alla ragione, ha sempre viaggiato la storia dell’umanità, nelle sue pieghe più intime e non sempre facilmente indagabili: «Vero è d’altra parte, – scrive Manacorda – che gli uomini non sono pura ragione, ma anche affettività e sentimento, senza i quali la ragione non ha stimoli, i quali vogliono la loro parte anche contro la ragione, che non può saper tutto» (p. 140).
Un alfiere della laicità
È certamente anche per questo motivo che oggi, grazie al libro di Luca Silvestri e al restauro bibliografico che impreziosisce la parte finale della ricerca, garantendo la possibilità di molte nuove indagini, possiamo emozionarci di fronte alla vita onnilaterale di questo intellettuale che, alfiere della laicità, anche da storico dell’educazione ha combattuto steccati, dogmi e condizionamenti ideologici proponendoci un uso laico delle fonti, senza pregiudizi e fuori dalle comode abitudini, ma con sicura e, anche questa ante litteram, vena interdisciplinare, ubbidendo, certo emozionandosi, credo, al motto spinoziano che recita: mentis libertas seu beatitudo.
Per approfondimenti su marxismo e pedagogia segnaliamo:
Carmela Covato, L'itinerario pedagogico del marxismo italiano
Edoardo Puglielli (a cura di), L'educazione democratica. Scritti scelti di pedagogia e didattica di Dina Bertoni Iovine
Lorenzo Cantatore (a cura di), Giuseppe Lombardo Radice, lezioni di didattica e ricordi di esperienza magistrale