È difficile sottovalutare il ruolo della rappresentazione nella costruzione delle soggettività. Scorrendo le pagine delle riviste scientifiche e le analisi sul ruolo della diffusione di contenuti testuali, immagini e, ormai, anche video riprodotti in modalità completamente generativa dall’Intelligenza Artificiale, constatiamo che uno dei maggiori problemi della produzione di contenuti è l’amplificazione degli stereotipi di genere, oltre all’intensificazione di valutazioni discriminatorie.
Il mondo mediale, in generale, è sempre stato un contesto di intensificazione delle posizioni stereotipiche, incapace di riflettere su come condividere le informazioni per evitare che possano rappresentare i fenomeni sociali in modo ristretto o tradizionalista.
Il problema è che i e le fruitrici della comunicazione non sempre sono disponibili all’esercizio critico. Di solito non hanno molto tempo e hanno bisogno che la loro attenzione venga catturata all’istante; per questo non è facile mantenere una postura attenta alle sfumature e ai dettagli.
La tendenza a normalizzare e amplificare gli stereotipi
Nel 2018 Safiya Umoja Noble, nel suo volume Algorithms of Oppression, recentemente tradotto in italiano (Tamu, 2025), affrontava la discriminazione di genere prodotta dagli algoritmi di raccomandazione di un motore di ricerca come Google, soprattutto nel modo in cui restituiva le immagini delle soggettività marginali – come le donne afroamericane, latine o cinesi. Le immagini risultavano perverse, poiché rappresentavano l’identità di genere in modo tanto tradizionale e stereotipato da produrre effetti negativi anche sull’auto percezione dei soggetti rappresentati.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 11/2025 di Articolo 33. Lo trovi integralmente qui