La rivista

Voci dalla scuola

RENDERE IL PERSONALE POLITICO

All’interno di Linguaggio inclusivo ed esclusione di classe, Brigitte Vasallo – riprendendo categorie di bourdieusiana memoria come quella di capitale sociale e culturale – porta all’attenzione del pubblico un problema troppo spesso condannato a restare in sordina: l’accesso all’accademia, che almeno in Italia, per Costituzione, dovrebbe essere garantito a prescindere «ai capaci e ai meritevoli» (art. 34), rimane spesso appannaggio dei figli e delle figlie delle élites, abituati a muoversi con scioltezza nei contesti borghesi, capaci di parlare lo stesso linguaggio dei loro superiori, sempre e comunque al riparo dalle tempeste della precarietà, grazie a cospicui capitali economici di partenza. In sostanza, così come si ereditano patrimoni, si ereditano anche posizioni sociali, relazioni, attitudini e destini. 

A fronte di tutto questo, non rimane che chiedersi una cosa: ma che succede alla working-class? Che succede ai figli e alle figlie degli operai che sognano un futuro nella ricerca, ma che poi, a un certo punto della vita, devono fare i conti col fatto di non poterselo permettere? Com’è la vita di chi fa carriera contando gli spiccioli di una borsa di studio, sperando che bastino fino alla successiva? O, ancora, come sta chi ce la fa? Che vita fa chi arriva in cima e deve fare i conti con il passato e l’identità ormai alle spalle? Ad accomunarli, certo, è la disperata, maniacale abitudine a fare i conti con quel che manca loro per arrivare a contare davvero, per avere la stessa visibilità che ad altre persone è garantita per nascita.

Spesso e volentieri questi dilemmi esistenziali restano “invisibilizzati” e si trasformano in traumi individuali, tali per cui c’è chi si trova a dover metabolizzare i fallimenti e chi, nella migliore delle opzioni, la fatica di aver raggiunto un mondo nel quale continuerà a sentirsi ospite. bell hooks, in questo senso, ha indicato una strada da percorrere: “rendere il personale politico”, come recita uno dei primi capitoli di Da che parte stiamo, è quindi il senso dell’intervista che leggerete più avanti. Infatti, se “politico” può essere anche inteso come “messo in comune/a disposizione della comunità”, ho chiesto a Mirko Canevaro – professore di Storia Greca presso l’Università di Edimburgo e fondatore del Network for Working-Class Classicists – di condividere la propria esperienza di vita, dalla provincia operaia a una delle cattedre più prestigiose della Gran Bretagna, dalle lotte sindacali e politiche alla competizione accademica. A differenza di tante storie, nella sua c’è un lieto fine: la sua esperienza non è rimasta una questione privata, ma ha ispirato la creazione di una rete che ha iniziato a porre il problema delle disuguaglianze di classe all’interno dell’università.

In che tipo di ambiente sociale e politico sei cresciuto? Quali aspetti di quel contesto pensi ti abbiano segnato di più, accompagnandoti negli step successivi?

Il mio retroterra è working-class, operaio, in modo abbastanza stereotipico. Sono nato ad Alessandria, da famiglia tutta mandrognissima[1]. Per un bel tratto dei miei anni alessandrini mio padre, che ha la terza media (ma ha ora scoperto i libri, compresi i miei, in tarda età!), faceva l’operaio alla Michelin di Spinetta Marengo. Più avanti si licenziò, scoprì un incredibile talento artistico e si reinventò operaio dell’industria orafa valenzana. Una delle prime frasi che mi ricordo, da piccolissimo – non scherzo! – è “cassa integrazione”. Che a me sembrava una cosa bella perché papà stava a casa con me e non faceva i turni di notte. Mia mamma faceva invece la tuttofare (part-time, diremmo adesso) in una piccola fabbrichetta locale – faceva tutto, da varie funzioni impiegatizie fino alle pulizie. Era una famiglia stabile e felice, in un’epoca – sono dell’‘84 – in cui essere working-class non era (ancora) davvero una condanna. Si andava a sciare coi pullman organizzati dalla Michelin, la fabbrica faceva i tornei aziendali di tennis e di bocce, e anch’io finii a giocare a tennis (oltre al canonico pallone) al Dopolavoro Ferroviario. In UK quando sentono che gioco a tennis e scio fin da bambino pensano che avessi i soldi…

Crescevo però sostanzialmente in una casa senza libri (tranne gli Harmony di mia mamma), dove la cultura era cosa aliena e considerata anche un po’ pretenziosa. Quando si cominciò a capire che andavo bene a scuola i miei mi comprarono un’enciclopedia per bambini – la imparai a memoria. La politica era anche un punto dolente, perché la mia famiglia aveva fatto anche lì il percorso stereotipico dell’epoca, raccontato da tanti e per esempio, in Francia, da Didier Eribon. Mio papà era stato di Lotta Continua, aveva fatto gli scioperi col sindacato, in casa si votava socialista da sempre, ma nei primi anni ’90 c’era stato lo slittamento a destra (verso la Lega, poi verso Berlusconi), con tanto di xenofobia e tutto il resto. Sono dovuto andare a Torino, all’università, per cominciare a capire cosa era successo, politicamente, a un pezzo della mia classe d’origine…

Come sei finito al liceo classico e, soprattutto, come hai vissuto il rapporto con le tue origini operaie in quel contesto? E all’università? Insomma, ti va di raccontare come si è svolto il tuo percorso di formazione?

È una domanda complessa. Per chi, come me, ha divorato negli anni tanta letteratura sociologica sulla funzione di riproduzione sociale del sistema scolastico (e sulle dinamiche di esclusione e autoesclusione dei figli della classe operaia), a partire da Les héritiers di Bourdieu e Passeron e Learning to labour di Paul Willis fino, ora, a Dipende dalla classe di Michele Arena, è facile guardare indietro e trovare esempi costanti, capillari di quelle dinamiche nella propria esperienza. Resta il fatto che io sono ancora qui, e mi devo pur chiedere il perché. Perché la scuola (e il liceo classico, e l’università) sono in fondo davvero strumenti di democratizzazione, di mobilità sociale (pur con tutte le brutture ideologiche di quest’espressione)? Non ci credo molto…

Il liceo classico, soprattutto, fu uno spazio per me un po’ straniante. Gratis, certo, aperto anche a quelli come me (qui la differenza con le scuole d’élite britanniche e americane c’è, non c’è dubbio). Ma non, davvero, per quelli come me. Intanto, ci volle un sacco di lavoro di persuasione da parte dei miei professori delle medie per convincere i miei che avrei dovuto andarci, al Classico, che ero bravo ed era la scelta giusta. Perché quelli come noi non andavano al Classico… E, una volta lì, mi resi presto conto che, in una realtà dominata dai rampolli dell’Alessandria bene – soprattutto dal mondo delle libere professioni –, di gente come me ce n’era molto poca, non era ben chiaro cosa ci facesse, e per di più tendeva a sparire in fretta. Bastava uno scivolone, un brutto periodo, un inciampo – bastava che le cose andassero male a casa, per dire, un divorzio, una separazione – e i pochissimi che venivano dal mio retroterra, tutti peraltro lì perché bravissimi a scuola (a differenza dei figli di papà che potevano essere capre ma li mandavano al Classico lo stesso), venivano bocciati, cambiavano scuola, sparivano. I figli di papà no – scattava la rete di supporto, le lezioni private, il tête-à-tête dei genitori con gli insegnanti, anche banalmente il senso che la strada era quella, ovvia e obbligata: liceo classico, università, professione. Senza veri dubbi, senza sensi di inadeguatezza.

Io andavo molto bene a scuola – lo dico senza false modestie –, da subito, senza sforzo. Ed è chiaro che riuscire bene in qualcosa crea di per sé un senso d’appartenenza, nonostante tutto. Il contraltare è sentirsi sempre un po’ un alieno a casa, nel proprio contesto sociale e familiare, voler evitare in ogni modo possibile lo stigma del “secchione”, sentirsi dire continuamente, nel “tuo” mondo, di alzare quella testa dai libri (o di scendere dalle nuvole). Di lì tanto sport e anche una buona dose di aggressività – giusto per evitare che ci si faccia un’idea sbagliata di chi sono e da dove vengo. Io la scuola e l’università le ho, insomma, sempre insieme abbracciate come spazi più miei, che mi stavo conquistando – con speranze di elevazione sociale, tutto contento dell’approvazione degli insegnanti (ad alcuni dei quali devo tantissimo) – e al contempo vissute con un certo nervosismo, con un certo fastidio, come realtà che mi allontanavano dai miei – da mio padre, soprattutto. Che rendevano il rapporto con lui più complicato. Gli creavano un imbarazzo, a volte quasi un fastidio (chi mi credo di essere?), seppur sempre mischiato con l’orgoglio per i risultati che riuscivo a raggiungere.

A proposito di orgoglio e speranze di rivendicazione sociale, parlando dei loro cantanti preferiti, i miei alunni dicono sempre: «Ci piacciono perché hanno fame come noi». Un’idea del genere può valere anche per te? O, detto in altre parole, consideri la tua carriera come una forma di riscatto?

In un certo senso. Chiarisco subito una cosa, però. In tante memorie e autobiografie working-class (penso a Edouard Louis, a Didier Eribon, anche a Douglas Stuart) il mondo della working-class da cui si proviene è un mondo da cui si vuole disperatamente scappare. In cui non si può essere sé stessi. Per me a volte è stato (ed è ancora) un po’ l’opposto: mi manca tanto quel mondo dove sono ancora, nonostante tutto – nonostante le lauree, i posti universitari, i libri, i premi, le accademie – più a mio agio di quanto non sia nella mia quotidianità corrente, professionale e sociale (borghesissima, ahimè). Un mondo dove non devo stare attento a come parlo, a quello che dico, al tono e al volume con cui lo dico. Anzi, un sostituto di quel mondo, lontano da casa, in UK, me lo sono trovato (a un paio d’ore dalla mia Edimburgo) nel nord-est dell’Inghilterra, nel mondo d’origine di mia moglie – anche lei working-class e accademica –, a South Shields, a Newcastle, in alcune delle aree più povere, più working-class del Regno Unito, dove a volte mi sembra di respirare più liberamente (e poi dicono che la classe operaia internazionale è un mito!).

Ma è chiaro che un senso di riscatto c’è, da transfuga di classe. È però un senso di riscatto, se così lo si può chiamare, che guarda in alto (e non “in basso”, da dove vengo). Guarda senza adesione – anzi, con un certo fastidio – a realtà culturali e sociali “d’élite” che ho fatto mie ma che trovo troppo spesso deludenti, piene di mediocrità. Lavori ambiti e anche – ammettiamolo – meravigliosi colonizzati da numeri imbarazzanti di persone che vi sono scivolate, quasi senza frizione, in virtù del proprio retroterra, della propria famiglia, della propria scuola (qui parlo soprattutto delle Public Schools britanniche – e cioè le scuole private d’élite). Persone a cui l’aula seminariale e il consiglio di facoltà sembrano il tavolo da pranzo di casa propria, che sanno come sembrare di appartenervi, come sembrare di essere brillanti, come parlare, come muoversi. Ecco, allora forse non è senso di riscatto, ma, come diciamo quassù, una colossale “chip on the shoulder” che mi porto dietro, antidoto – politico! – a ogni senso di inadeguatezza, alla sindrome dell’impostore sempre montante.

E allora perché gli studi classici?

Nel fare il grande passo verso l’università, a Torino – e per me, per noi, era un grande passo – scelsi Lettere classiche per la stessa ragione per cui, in fondo, ci sto ancora bene (nonostante tutte le polemiche e le storture): che gli studi classici sono in un certo senso una non-disciplina in cui, entro confini cronologici e geografici estremamente vaghi, uno può continuare a fare… tutto. Studiare la politica e il pensiero politico, fare storia sociale o critica letteraria, essere filosofo e storico dell’economia, studiare il mondo moderno e anche quello contemporaneo con la scusa della “ricezione” dell’antico. Per uno come me che si annoia in fretta, specializzarmi negli studi classici fu un modo per rifiutare di specializzarmi, di essere pragmatico, e poter seguire la mia curiosità senza (troppi) limiti. Alla fine, una cosa per certo l’avevo capita, guardando al rapporto di mio padre col lavoro. Il mio “riscatto” sarebbe stato riuscire a non lavorare, mai. E in fondo, ancora oggi, a me non pare davvero di lavorare – studio, leggo, scrivo, mi guardo intorno. Il lavoro mi pare altra cosa… Ai miei studenti dico sempre, come un refrain, «adesso vado a far finta di lavorare». Loro ridono… Chissà se capiscono cosa intendo? Tutti mi dicevano, all’epoca – insegnanti di liceo compresi –, di scegliere qualcosa, di più “pragmatico”, più redditizio. Dottore, avvocato, ingegnere. Ma quello era lavoro, no? Io volevo fare altro. E poi chissà perché quelli come me devono per forza essere “pragmatici”, e gli altri no? (Risposta: perché non abbiamo la banca di mamma e papà su cui contare… Faccio le battute ma guarda che lo so che mi è andata bene!).

Nei tuoi anni universitari, e oltre, hai fatto tanta politica a sinistra, anche in ambienti vicini al sindacato. Ti va di raccontare qualcosa di quel periodo? Gli operai sono persone molto diverse dai filologi: cosa si prova a stare nel mezzo? Che rapporto ha avuto questa realtà con la tua vita da studente universitario?

Sono arrivato a Torino nel 2003, con borsa di studio EDISU (sempre sia lodata!) e alloggio gratuito al Collegio Einaudi. Lettere classiche, come ho detto, ma soprattutto, da subito, tanta politica. Era una Torino interessante, quella, viva, di sinistra, nella quale la politica universitaria si mischiava da un lato alla cultura dell’antimafia e dall’altro al sindacato, alla FIOM soprattutto. Io divenni da subito membro di un’associazione culturale bizzarra, vivace, anche stranamente ben connessa con la politica regionale e nazionale, che si chiamava Altera. Estrema sinistra, rapporto amichevole ma dialettico con Askatasuna (tanti amici, tanto tempo speso con loro – lo sgombero mi ha spezzato il cuore). Nel nostro gruppo c’erano vecchi, grandi professori, come Gianni Vattimo e Nicola Tranfaglia, che davvero spendevano tempo ed energie con noi ragazzi, e noi ragazzi facevamo anche le loro campagne elettorali, a dirla tutta. C’erano studenti, dottorandi, ricercatori (con una certa prevalenza di figli di immigrati dal Sud Italia, in realtà era un gruppo a coefficiente di figli di papà abbastanza basso). E c’era una vicinanza forte, singolare, con la FIOM – alle manifestazioni a Roma scendevamo coi treni del sindacato, nei compartimenti con gli operai, e mi sembrava di ritrovare, in questo mondo nuovo, eccitante e alieno, compagni che assomigliavano a mio papà, e mi sembrava perciò che fare cultura e università e politica, e scrivere e leggere e pensare, non dovessero essere per forza un abbandono del mio mondo. Ero ingenuo, magari, ma per me questa sensazione costante, negli anni torinesi, ha fatto tutta la differenza del mondo. Mi ha fatto sentire di appartenere, come non ero appartenuto davvero al mondo del mio liceo, e come non appartenevo davvero al mondo del mio dipartimento di riferimento, Filologia classica (ma il mio maestro, Lucio Bertelli, in realtà si rallegrava che fossi un pericoloso sovversivo, e se la rideva che andassi a laurearmi senza cravatta e con la spilla di Altera).

Si può dire quindi che la politica, nella tua esperienza, ha rappresentato per tanti aspetti una chiave di volta: in che modo ti ha permesso di acquisire delle competenze e quando, invece, si è dimostrata essere una cartina al tornasole per le disuguaglianze di cui eri vittima?

Per me la politica – come attivismo, non come politica politicata! – è stata un’educazione. La vera educazione generalista che cercavo, di cui avevo bisogno. Dicevo poco fa del mondo intergenerazionale che si raccoglieva attorno a quel tipo di attivismo, in Altera e oltre. Da provinciale di famiglia operaia, mi trovai catapultato in un mondo di incontri e riunioni e caffè e chiacchiere costanti, in mille circoli ARCI, a parlare di tutto e del contrario di tutto con gente molto più studiata di me. A diciannove anni chiacchieravo con compagni che erano brillanti antropologi, storici, filosofi con carriere accademiche già avviate, parlavo di filosofia e politica con Gianni (Vattimo), di antimafia con Nicola (Tranfaglia), di storia del pensiero politico con Francesco (Tuccari). Giravo con un taccuino e tutto quello che veniva citato, in qualsiasi contesto, andavo subito in biblioteca, lo prendevo a prestito e lo leggevo. Sempre di rincorsa, sempre a cercare di imparare tutto quello che gli altri sembravano già sapere (lì la mia ingenuità mi diede una grossa mano, perché io credevo davvero che tutti avessero davvero letto quello che citavano en passant, e quindi andavo a leggermelo veramente). Non solo, tanti comizi quando feci parte del comitato piemontese organizzatore della campagna per il No alla riforma costituzionale di Berlusconi, laboratori di educazione civica nelle scuole di tutto il Piemonte, lezioni, dibattiti a interventi in assemblee locali e nazionali. Quando infine lasciai Torino per un dottorato a Durham, in una delle università più d’élite della Gran Bretagna, scoprii prestissimo che avevo letto più degli altri, sapevo (e capivo) più degli altri, che parlare in pubblico, fare lezione erano cose che avevo già imparato con la politica. Erano un muscolo che avevo già allenato. Non solo, avevo anche capito e introiettato l’idea che le relazioni sociali correnti, nelle quali mi trovavo e che dovevo navigare, fossero sbagliate. Che non c’era ragione per cui dovessi sentirmi fuori luogo all’high table di un college, tra toghe e simili bizzarrie (per quanto mi sentissi fuori luogo). Altro che sindrome dell’impostore – erano storture sociali da combattere, automatismi classisti da esporre.

L’attivismo politico mi ha dato una grossa mano. Al contempo, mi resi alla fine conto che anche lì, nell’università e in quel mondo politico e culturale torinese che amavo così tanto, non appena si andava oltre il puro attivismo e verso l’idea di una vita professionale congruente, quelli che facevano lo stage al grande quotidiano, che entravano da stagisti al partito o vincevano in fretta il posto in università erano troppo spesso figli di qualcuno. O, quantomeno, avevano soldi da spendere, da usare per poter pazientare, aspettare, lavorare ancora un poco gratis. Io no… Le differenze di classe c’erano anche lì – nascoste ma fortissime, dove contava davvero. E quindi via, decisi di emigrare.

E insomma alle origini operaie si è andata a sommare la vita da expat: come te la sei vissuta? Quante e quali pressioni ti sei trovato a dover subire negli anni del dottorato e all’inizio della carriera accademica?

La classe in Gran Bretagna è più evidente, più manifesta. Ti salta subito agli occhi. È un accento regionale (del nord-est, scozzese o quel che sia), o la scuola pubblica. La working-class ha una demografia intergenerazionale diversa, riconoscibile. La classe si manifesta spesso anche nel corpo, la senti come un pugno nello stomaco quando vai in certe città, in certi quartieri, la vedi nelle persone, nei loro stessi lineamenti. Lo spazio accademico – negli studi classici ma non solo –, soprattutto nelle università d’élite, è spazio quasi completamente, certo intrinsecamente, borghese, middle-class. È dominato da quelle che i sociologi chiamano le classi professional-manageriali. Io, ignaro, andai a fare il dottorato a Durham, nel nord-est dell’Inghilterra, in una delle università più snob ed esclusive del paese – una cattedrale nel deserto nel mezzo di una delle zone, invece, più povere del paese. Ai nuovi studenti l’università dava documenti in cui spiegavano dove non andare, di evitare contatti con gli indigeni (che, giustamente, odiavano i figli di papà dell’università). La working-class, anche locale, della zona, era percentualmente una minoranza minuscola, e i figli di papà dominanti facevano finta di non capirli, li trattavano come dei pezzenti. Il debating club (l’unico luogo dove si parlava un po’ di politica) era pieno di gente che passava le estati a fare da intern per questo o quel parlamentare Tory a Westminster. Mi ci volle molto poco per rendermi conto che in quel mondo (e il mondo della mia Edimburgo, come quello di Oxford o Cambridge, non è diverso) avere un accento italiano – anche molto forte – era meno problematico, meno straniante che avere un accento inglese working-class. Che, a differenza di gente come mia moglie, Lilah Grace (che conobbi a Durham durante il dottorato), io potevo nascondermi – potevo far finta di essere come tutti gli altri speranzosi immigrati accademici italiani (per lo più borghesissimi anche loro). Bastava mettermi l’uniforme del dottorando italiano all’estero – il completo blu alla milanese, con cravatta – ed ero bell’e mimetizzato. E – mea culpa – mi mimetizzai. Potei incasellarmi senza grandi sforzi nello stereotipo – abbastanza accettato, nonostante certe asperità – dell’italiano universitario, a patto però di incasellarmi del tutto, e cioè far finta di essere come gli altri, di essere “di buona famiglia” anch’io. Fu conoscere mia moglie, e cominciare a frequentare la sua famiglia e i suoi amici, che mi fece di nuovo respirare…

Mi colpiva anche il fatto che in UK, chi faceva una laurea in Classics scivolava senza grandi difficoltà in professioni variegate – d’élite. Quello che veniva assunto da uno studio legale, che gli pagava la conversione in legge, quello che andava a lavorare in banca o per la pubblica amministrazione. Mi pareva una cosa bellissima che non si insistesse su inflazionatissime lauree in giurisprudenza (vel sim.) per tutta una gamma di professioni, e che non si limitassero gli orizzonti dei laureati in Classics al (morente) insegnamento liceale. Poi mi svegliai e capii che queste persone – i miei studenti – ottenevano lavori di questo genere non perché ci fosse una maggiore considerazione degli studi classici. Venivano invece da famiglie e fortune e scuole e livelli di privilegio che rendevano la scelta universitaria quasi irrilevante, basta che fosse buona a “distinguerli” dalle plebi. E Classics aveva – e ha ancora, fino a un certo punto – quella funzione. Il risultato è che la mia vita da professore universitario si fonda sull’accettazione di un’ipocrisia di fondo. Da un lato, emigrare mi ha permesso di avere una carriera accademica pagata e confortevole dall’inizio – senza bisogno di santi in paradiso. Mi ha emancipato dal bisogno economico e permesso di essere libero nelle mie scelte scientifiche. Perché il grande pregio di questo sistema così disfunzionale era e rimane il reclutamento – per lo più aperto, curioso, senza cordate e manovre. Molto di quello che ho vinto qui l’ho vinto senza conoscere una singola persona in commissione… Dall’altro, sono cosciente che il mio ruolo, in questo sistema, è quello di sacerdote della riproduzione sociale di una classe specifica – quella professional-manageriale – che non è la mia. È la ragione per cui, con mia moglie, abbiamo deciso di fare qualcosa per aiutare i pochi che non vengono da quel retroterra…

Insieme a Lilah Grace Canevaro hai creato il Network for Working-Class Classicists. Di cosa si occupa? Quali obiettivi vi siete dati?

Il Network for Working-Class Classicists l’ho fondato nel 2021 con Lilah Grace Canevaro – mia moglie, anche lei classicista e, come ho accennato, anche lei di origini working-class, di South Shields, nel nord-est dell’Inghilterra. Ci siamo a un certo punto resi conto dell’ipocrisia di cui parlavo un attimo fa, e che le nostre esperienze, per quanto diverse (Italia e Inghilterra sono molto diverse!), avevano anche molto in comune. Entrambi avevamo passato anni a sentirci fuori posto in ambienti accademici che sembravano fatti con lo stampino (borghese), a chiederci se fossimo “abbastanza” per stare dove eravamo, a smussare accenti e a imparare codici comportamentali che non ci appartenevano.

Il Network nasce da un’idea semplice: che i classicisti working-class esistono – siamo pochi, ma esistiamo – e che abbiamo bisogno di riconoscerci, di parlarci, di organizzarci. L’accademia britannica (e non solo) tende a trattare la classe come un problema individuale, un ostacolo da superare con il merito e la buona volontà. Noi invece partiamo da un presupposto diverso: che si tratta di un problema strutturale, di barriere sistemiche che vanno denunciate e smantellate. La “diversity” dell’agenda EDI/DEI va benissimo, ma finché ignora la classe non è che un allargamento interno alle élite – è la ragione per cui è tanto piaciuta alle nostre istituzioni.

Concretamente, il Network fa diverse cose. Offriamo un programma di mentoring per mettere in contatto classicisti working-class a vari livelli della carriera – perché una delle cose che mancano di più a chi viene dal nostro retroterra è proprio una rete di supporto, qualcuno che capisca davvero cosa significa navigare questi spazi, anche dei modelli di successo nella professione e nella disciplina. Organizziamo eventi, tavole rotonde, interventi a convegni. Scriviamo – articoli, blog post, prese di posizione. E soprattutto, abbiamo prodotto il primo rapporto nel suo genere sulla composizione di classe nella nostra disciplina nel Regno Unito: il UK Class in Classics Report. L’obiettivo – non stupirà – è politico: mettere la classe nell’agenda EDI (Equality, Diversity & Inclusion), che finora l’ha sistematicamente ignorata. È la crepa nel sistema come scrivo spesso – l’unica questione che l’università “arcobaleno” non riesce a digerire senza mettere in discussione sé stessa. E quindi, se dobbiamo vivere in un’ipocrisia per poter fare ricerca, studiare, pensare, almeno mettiamola in discussione, sveliamola.

Tra i risultati più importanti raggiunti dal Network c’è stata, come dici, l’elaborazione dello UK Class in Classics Report. Come lo avete concepito? Cosa vi ha permesso di osservare?

Il Class in Classics Report nasce da una frustrazione. Nel 2020 il CUCD – il comitato nazionale dei dipartimenti di Classics britannici – aveva prodotto un rapporto su “Equality and Diversity in Classics” che della classe non parlava per nulla. La ragione? Che la classe non è tra le “caratteristiche protette” dell’Equality Act. Circolarmente, non si indaga sulla classe perché non è protetta, e non diventa protetta perché non la si indaga. Ci siamo detti: facciamolo noi.

Il nostro sondaggio ha avuto oltre 1.200 partecipanti, da studenti fino ai professori ordinari. Ha raccolto dati demografici ed esperienze individuali raccolte in tendenze in una mappa del classicismo accademico. I risultati fanno impressione. Solo il 22% dei classicisti britannici viene da un retroterra working-class – la metà, percentualmente, della loro quota nella forza lavoro nazionale complessiva. E sono pesci fuor d’acqua, che devono affrontare barriere di ogni tipo. Le classi professional-manageriali sono invece sovrarappresentate a livelli che fanno spavento, e dunque danno il tono all’intero mondo dell’università: quasi il 70% vengono da lì (più del doppio della loro quota nazionale). E peggiora ancora con la carriera: tra gli ordinari, quelli che vengono da un retroterra working-class sono appena il 10%, mentre le classi professional-manageriali superano di misura l’80%. Se poi si guarda all’intersezione tra classe e altri assi di discriminazione – genere, razza, disabilità – la situazione è ancora più grave: la diversità interna della working-class scompare completamente man mano che si sale nella gerarchia accademica. Il collo di bottiglia è totale. Mentre, al contrario, la rappresentanza (enorme) delle classi professionali e manageriali è davvero arcobaleno – non importa, insomma, se sei uomo, donna, immigrato, di colore, omosessuale, disabile o quel che sia. Nella nostra disciplina c’è posto per tutti… basta che siano di buona famiglia – basta che abbiano i soldi.

Il Report ha fatto un certo rumore, è stato discusso persino alla House of Lords (pensa un po’) in un dibattito sulla mobilità sociale, proprio il posto giusto! È il primo studio del genere nel sistema universitario britannico, e speriamo costringa le istituzioni a fare i conti con una realtà che preferirebbero ignorare – qualche segnale c’è, ma si procede a rilento. Speriamo, poi, che possa servire da modello per indagini simili altrove. Se quello che ho detto finora ha una qualche risonanza nelle esperienze tue, e di tanti altri, ci sarebbe bisogno, di uno, di tanti studi simili anche in Italia.

Un’ultima domanda: i tuoi studi riflettono in qualche modo il tuo vissuto? Nel tuo modo di studiare la storia greca, quanto incide il tema della classe?

Senza dubbio mi hanno sempre fornito le domande da porre al materiale, i temi da investigare partendo dal mondo antico. Intanto la politica – tanto del mio lavoro, nei primi anni della mia carriera, si è occupato di costituzionalismo, di riforme costituzionali nelle poleis greche, e ad Atene in particolare. Non sfuggirà che ho cominciato a lavorare su queste cose mentre ero membro del comitato per la difesa della Costituzione, contro la riforma Berlusconi. Queste cose sono peraltro tornate rilevanti. Ma il mio retroterra, più specificamente, ha orientato soprattutto progetti e domande successivi. Il mio libro appena uscito per Laterza, L’Atene dei diritti, è uno dei risultati di un grande studio di gruppo sui meccanismi dell’onore, del riconoscimento sociale, e delle lotte per il riconoscimento in situazioni di diseguaglianza. Contro quanto si è a lungo pensato (che i Greci non avessero una nozione dei diritti del soggetto, che tra loro dominasse il criterio del dovere verso una comunità organica), mostro che i diritti erano invece da loro formulati – benissimo – come emergenti dalle lotte per il riconoscimento, come emergenti dalle contraddizioni della socialità. Di questi tempi, invece, sto lavorando a un grosso progetto europeo (UKRI/ERC) sulla lotta di classe nella democrazia greca. Non devo spiegarne la rilevanza, giusto?


[1] Termine scherzoso, a volte dispregiativo, per indicare gli abitanti di Alessandria. Ndr