Due tra i profili più problematici sull’Intelligenza Artificiale sono correlati con sfaccettature diverse al dispositivo del segreto: la segretezza assoluta dell’algoritmo che la fa funzionare e la dimensione occulta della sua pervasività che addirittura impedisce anche la semplice percezione della sua esistenza e operatività. A questi due nodi si aggiunga poi un elemento incontrollabile e imprevedibile ma presente e ineliminabile: le reti neurali, essenziali per il funzionamento dell’IA, molto spesso hanno un “luogo”, un “momento”, che non è assolutamente incluso nelle programmazioni scritte dagli umani, dove fanno valutazioni statistiche e prendono decisioni rispetto ai propri output, che possono essere anche delle vere e proprie azioni. Anche secondo i programmatori, in questo caso, ci troviamo di fronte a una vera e propria scatola nera, una Black box, della quale ignoriamo gli esiti e lo stesso improvviso apparire.
Una microgenealogia del potere politico del segreto
Proviamo però a comprendere quale può essere una lente che ci permetta di capire con maggiore efficacia quali siano le poste in gioco e in che ambiti ci si muova. Una tecnologia come l’IA ha troppe conseguenze e implicazioni sociali, economiche e soprattutto politiche. Tentiamo quindi di utilizzare qualche chiave interpretativa desunta dalla teoria politica. Se solo si volesse tracciare una piccola genealogia almeno delle pietre miliari del “segreto” in questo ambito, ci troveremmo di fronte innanzitutto agli Arcana Imperii di Tacito, poi velocemente passeremmo per Machiavelli e già arrivati a Hobbes, capiremmo che si sta trattando un tema ritenuto e posto come fondamentale e che i suoi meccanismi sono essenzialmente una modalità quasi strutturale per l’esercizio del potere, soprattutto di chi quel potere lo possiede già e lo esercita.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 2/2024 di Articolo 33. Lo trovi integralmente qui