Introduzione
Negli ultimi decenni la storia dell’educazione ha progressivamente ampliato i propri oggetti e le proprie fonti, superando una ricostruzione delle pratiche educative ridotta al ripercorrimento delle riforme legislative e delle teorie pedagogiche[1]. In Italia, questi studi hanno mostrato come la comprensione dei processi educativi richieda di considerare i soggetti della cultura scolastica valorizzando fonti quali stampa magistrale, atti congressuali, archivi delle associazioni professionali e documentazione prodotta dal corpo docente e studentesco[2]. La scuola emerge così non solo come istituzione plasmata dall’intervento statale, ma come luogo di elaborazione culturale della società civile nel quale si confrontano differenti concezioni dell’educazione, della professione docente e della funzione pubblica dell’istruzione.
Questa prospettiva ha rinnovato anche gli studi intorno alla scuola laica tra Otto e Novecento[3]. In questo ambito, il VI Congresso della Federazione Nazionale degli Insegnanti della Scuola Media, svoltosi a Napoli tra il 24 e il 29 settembre 1907, costituisce un significativo oggetto di indagine. Nel dibattito, infatti, confluirono le esperienze dell’associazionismo degli insegnanti, della stampa professionale e dei congressi pedagogici dei decenni precedenti. Il Congresso, inoltre, si svolse in un contesto europeo influenzato dal dibattito suscitato dalla legge francese del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiesa, che contribuì a fare della scuola laica un problema relativo ai fini dell’educazione pubblica e al ruolo dell’insegnante nello Stato liberale. In questa prospettiva, il Congresso non è soltanto tappa del processo di laicizzazione della scuola italiana, ma momento di una più ampia riflessione pedagogica promossa dal movimento docente.
In queste pagine si è deciso di ricostruire questa vicenda attraverso la rivista «Nuovi Doveri». Nel dibattito precongressuale un ruolo centrale fu infatti svolto dalla stampa professionale, in particolare da «La Corrente», organo ufficiale della FNISM, e, appunto, «Nuovi Doveri», fondato nel 1907 sotto la direzione di Giuseppe Lombardo Radice. Il rapporto tra i due periodici venne chiarito da «Nuovi Doveri» nel mese di luglio. Presentando ai lettori la possibilità di un abbonamento cumulativo, si specificava infatti che «La Corrente» era l’organo delle «rapide informazioni e di critica per le questioni speciali che di giorno in giorno possono sorgere» nella Federazione, mentre «Nuovi Doveri» si proponeva come sede delle «discussioni generali che interessano la Scuola e l’Insegnante» (Nuovi Doveri, 1907a, p. 129).
Dalla Legge Coppino al movimento docente
Nel dibattito dell’Italia liberale il problema della scuola laica si colloca al crocevia tra la costruzione dello Stato nazionale, la ridefinizione dei rapporti tra Stato e Chiesa e il problema dei fini dell’educazione pubblica[4].
Come è noto, la Legge Coppino (15 luglio 1877) rappresentò un momento di svolta. Promossa dalla Sinistra storica, essa escludeva l’insegnamento del catechismo dall’elenco delle discipline obbligatorie e affidava il compito della formazione civile al programma Diritti e doveri del cittadino[5]. La questione religiosa, tuttavia, restò irrisolta. Lasciando in vigore le disposizioni della Legge Casati – che su richiesta delle famiglie affidava ai comuni l’organizzazione dell’insegnamento religioso – venne a delinearsi una situazione di incertezza applicativa. Le differenti interpretazioni delle amministrazioni locali, i ripetuti interventi del Consiglio di Stato e i successivi regolamenti confermarono questa soluzione di compromesso, lasciando irrisolto il rapporto tra educazione religiosa e scuola pubblica.
Parlare di scuola laica non significava più soltanto discutere della presenza dell’insegnamento religioso nei programmi, ma interrogarsi sul fondamento morale dell’educazione pubblica e sul ruolo dello Stato nella formazione della cittadinanza. La diffusione della stampa pedagogica, delle associazioni professionali e dei congressi degli insegnanti favorì la formazione di una nuova cultura della scuola e consolidò il movimento docente come interlocutore della politica scolastica[6]. Nell’età giolittiana questo processo conobbe una decisiva accelerazione[7]. Accanto all’Unione Magistrale Nazionale e alla «Nicolò Tommaseo» per i maestri cattolici, la fondazione nel 1901 della Federazione Nazionale degli Insegnanti della Scuola Media (FNISM) offrì ai docenti della scuola secondaria un’organizzazione stabile nella quale le rivendicazioni professionali si intrecciavano con la riflessione pedagogica[8]. Le ambiguità della legislazione scolastica, il rafforzamento del movimento docente e il nuovo clima riformatore dell’età giolittiana trasformarono progressivamente la scuola laica in uno dei principali terreni di confronto sulla funzione dello Stato, sui fini dell’istruzione pubblica e sul ruolo degli insegnanti nella politica scolastica nazionale. Fu in questo contesto che maturò il VI Congresso della FNISM del 1907.
Il Congresso della FNISM del 1907: la scuola laica come problema educativo
Alla vigilia del Congresso, il problema della scuola laica si ridefiniva alla luce di una serie di trasformazioni culturali e politiche – dalla crisi del positivismo all’affermazione dell’idealismo, dal rafforzamento del movimento cattolico all’ampliamento della partecipazione politica – che contribuirono a spostare il dibattito dalla sola questione confessionale ai fini dell’educazione pubblica[9]. Non si trattava tanto di stabilire se il catechismo dovesse essere insegnato nelle scuole dello Stato, quanto di definire quale principio morale, se religioso o laico, e laico in che senso, dovesse orientare la formazione del cittadino in una società di massa che iniziava ad esprimere un maggiore pluralismo della società civile.
A tale scopo, la FNISM promosse un’inchiesta sul significato della scuola laica, invitando le sezioni a discutere i problemi che sarebbero stati affrontati a Napoli. L’iniziativa mise in evidenza la pluralità degli orientamenti del movimento docente e contribuì a trasformare la scuola laica da questione prevalentemente confessionale a problema pedagogico, preparando il terreno al confronto congressuale[10]. Lo stesso obiettivo guidò anche il lavoro editoriale de «Nuovi Doveri», che pubblicò progressivamente le relazioni congressuali affinché gli insegnanti potessero discuterle prima dell’apertura dei lavori. In questo senso, la testata «Nuovi Doveri» partecipa pienamente a quel secolo delle riviste sul quale a lungo ha scritto Luisa Mangoni[11]. Come le principali riviste politico-culturali dell’età giolittiana, essa non si limitava a registrare un dibattito già esistente, ma contribuiva a costruirlo, selezionandone i temi, organizzando una comunità di lettori e promuovendo la formazione di una comune cultura educativa. Il Congresso si configurava così come il punto di arrivo di un dibattito già avviato e che contribuiva a orientarne l’elaborazione culturale.
Il tema della laicità della scuola non venne calato dall’alto, ma individuato nelle assemblee della Federazione. Alla fine del fascicolo del 31 maggio la redazione comunicava infatti che nei numeri successivi sarebbero state aperte «speciali rubriche sui temi proposti dal consiglio Federale», tra cui, appunto, una dedicata alla «Laicità della scuola» («Nuovi Doveri», 1907b, p. 75). Il fascicolo seguente tradusse in pratica questo programma editoriale pubblicando un resoconto dell’intervento sulla scuola laica tenuto da Ugo Guido Mondolfo al Congresso radicale di Roma. Succeduto a Kirner alla presidenza della FNISM, Mondolfo presentava la scuola laica come funzione dello Stato e strumento della modernizzazione liberale. Pubblicando il suo intervento, la rivista mostrava di voler far dialogare il lavoro congressuale con una riflessione politica in corso, facendo della scuola laica un terreno di confronto tra il movimento docente e le correnti democratiche e radicali dell’Italia giolittiana. Significativa è la distinzione tra due diverse concezioni della laicità scolastica. Una, di tipo negativo, descritta come semplice «neutralità religiosa (aconfessionalismo)» e l’altra, invece, che considera la scuola laica come «espressione della cultura e della scienza laica, alimento ad una sempre più sana e compiuta laicità della vita pubblica moderna» («Nuovi Doveri», 1907c, p. 92). Una distinzione che testimonia come già alla vigilia del Congresso della FNISM il dibattito si stesse progressivamente spostando dalla questione confessionale alla definizione del ruolo educativo dello Stato.
Nel fascicolo doppio di giugno-luglio la redazione continuò la funzione di coordinamento del dibattito tra politica e corpo docente. Nella sezione Note gli insegnanti venivano invitati a prepararsi alla discussione congressuale attraverso la lettura di un contributo di Rodolfo Mondolfo sulla «Rivista di filosofia e scienze affini» e di uno di Enrico Carrara sulla «Critica Sociale» («Nuovi doveri» 1907)[12]. Nello stesso fascicolo si comunicava che il Consiglio Federale aveva definito «i temi e i nomi dei relatori» («Nuovi Doveri», 1907e, p. 125) e che per la scuola laica avrebbero riferito Giovanni Gentile, allora professore all’Università di Palermo, e Alberto Fioravanti, docente del liceo di Modena. Veniva poi anticipato che nel fascicolo della prima metà di settembre sarebbero state pubblicate relazioni, commenti e notizie del giorno.
Nel fascicolo successivo compariva così un sunto della relazione di Fioravanti. La redazione precisò di limitarne l’esposizione ai soli «punti salienti», rinviando ogni discussione critica a quando sarebbero state rese note anche «le idee fondamentali della relazione Gentile» («Nuovi doveri» 1907f, p. 139). Una scelta che evidenzia la volontà di promuovere un confronto aperto tra posizioni differenti.
Vicino all’area democratica e laica di orientamento positivista, per Fioravanti la laicizzazione dell’istruzione costituiva un compito e dovere dello Stato liberale. Muovendo dal principio della «neutralità religiosa della scuola» (ibidem), egli così contestava la proposta del ministro Luigi Rava di lasciare ai comuni la facoltà di istituire l’insegnamento religioso. Al catechismo, considerato mera «sinossi teologica», era contrapposta una «dottrina etica positivistica» (ivi, p. 140) concepita come morale civile. La relazione di Fioravanti rappresenta l’espressione più compiuta di una concezione della scuola laica fondata sulla neutralità confessionale e su una morale di ispirazione positivista. Nel clima culturale del primo Novecento, tuttavia, questa impostazione appariva sempre meno convincente. La crisi del positivismo, dell’idea che la scienza potesse, di per sé, costituire il fondamento dell’educazione morale, rendevano la sua una proposta esposta a critiche di diversa provenienza[13].
La preparazione del Congresso assunse un respiro internazionale con la pubblicazione di un estratto del saggio La question de la laïcité di Alfred Croiset, apparso nel 1903 sulla «Revue internationale de l’enseignement», cui seguiva un intervento di Gaetano Salvemini (Per la libertà. A proposito della laicità della scuola)[14]. Presentando il testo di Croiset come lettura preparatoria per i congressisti, la redazione ne valorizzava le critiche «ai modi usuali e superficiali di intendere la parola laicità» (Croiset 1907, p. 150). Croiset respingeva infatti tanto il «catechismo di Stato» (ivi, p. 151) quanto una concezione negativa della laicità, individuando nello «spirito scientifico», nel «rispetto della verità scientificamente stabilita» e della «diversità degli spiriti e delle credenze» (ivi, p. 152) il fondamento di ogni educazione repubblicana.
Il testo di Salvemini, invece, prendeva spunto dai precedenti congressi federali, richiamando in particolare il Congresso di Bologna dove Nicola Barbagallo aveva rimproverato alla FNISM l’incertezza nell’accettare il principio della scuola laica. Salvemini riconosceva di aver condiviso quell’esitazione («fra coloro che esitarono fui indegnamente anch’io») (Salvemini 1907a, p. 153), precisando tuttavia come il suo atteggiamento dalla genericità con cui il termine era stato utilizzato in quell’occasione. Ad essere respinto doveva essere tanto l’anticlericalismo massonico quanto la sostituzione del catechismo religioso con una religione civile o morale positivistica. La scuola laica non avrebbe dovuto trasmettere verità ufficiali quanto garantire autonomia dell’insegnamento, libertà di coscienza e formazione critica degli studenti. La sua riflessione trovò immediata eco nella rubrica Note, che definiva la scuola laica come indipendente «dai partiti politici e religiosi» e contraria a ogni «dottrina bella e confezionata in pillole da un partito, che si imponga in modo ufficiale agli educatori» («Nuovi Doveri» 1907g, p. 169).
Con il fascicolo 11-13 (settembre-ottobre 1907), iniziava la pubblicazione delle relazioni congressuali. L’intervento introduttivo di Gentile definiva una concezione della laicità destinata a misurarsi criticamente con le principali posizioni allora in campo: l’anticlericalismo massonico, il positivismo e anche la scuola della libertà proposta da Salvemini. Anzitutto ad essere criticato, in quanto «mera negatività vuota» (Gentile 1907, p. 178), era il concetto di laicità come esclusione dell’insegnamento religioso. Infatti, secondo Gentile, l’insegnamento catechistico era necessario nella scuola elementare e popolare perché l’infanzia e le masse popolari non erano capaci di riflessione filosofica. Secondo uno schema di ascendenza hegeliana, la religione diveniva il momento iniziale e necessario della formazione spirituale, destinato a essere superato solo nei gradi superiori dell’istruzione: «la religione cede il luogo alla filosofia», che «assorbe in sé la religione» (ivi, p. 180). La scuola confessionale era così criticata non perché insegnava la religione, ma perché la rendeva integrale a tutto il processo educativo. Fu questo punto a scatenare le obiezioni di Salvemini, il quale escludeva che l’educazione dovesse conoscere un momento iniziale di carattere catechistico. La scuola pubblica doveva educare, fin dall’infanzia, al metodo critico, al rispetto della pluralità delle convinzioni e all’indipendenza del giudizio. Nel nome della libertà del pensiero la scuola era chiamata a garantire la diversità delle credenze. La laicità assumeva per questo il significato di autonomia della funzione educativa rispetto a ogni dogmatismo, secondo un principio che Salvemini sintetizzava con un efficace parallelismo: «la laicità della scuola pubblica e l’indipendenza della magistratura sono due principii analoghi, senza la cui realizzazione lo Stato rappresenterebbe la più intollerabile e la più odiosa delle tirannie» (Salvemini 1907b, p. 233).
La polemica investiva anche la relazione di Fioravanti, perché si respingeva l’idea di una dottrina etica positivistica nella persuasione che il positivismo potesse trasformarsi in un nuovo dogmatismo. Ad essere valorizzata era, così, la necessità di educare al «mistero della vita» (ibidem), nella convinzione che la scuola dovesse stimolare un confronto personale con le grandi domande morali e religiose, lasciandole aperte e senza risolverle autoritariamente. In queste pagine è possibile cogliere un’eco de La scienza e la vita di Francesco De Sanctis, dove la critica del positivismo non approdava a un ritorno della religione, ma alla consapevolezza che la scienza, da sola, non poteva esaurire il problema del senso della vita né costituire il fondamento della morale.
L’ordine del giorno salveminiano sosteneva così che la scuola dovesse essere laica escludendo dai programmi «ogni speciale insegnamento catechistico di dottrine confessionali» e indicando come fine dell’istruzione la «preparazione alla vita civile» (ivi, p. 241). A tale principio si affiancava anche una proposta di riforma della scuola normale, di reclutamento degli insegnanti esclusivamente mediante pubblici concorsi e di un’amministrazione scolastica affidata a organi indipendenti dalle ingerenze politiche e confessionali, oltre che proposte per migliorare la condizione lavorativa del corpo docente. La laicità diveniva così principio stesso dell’organizzazione della scuola pubblica.
Nel secondo intervento Salvemini chiariva che il dissenso con Gentile non riguardava il fine della scuola laica, ma il modo di realizzarlo. Se, per Gentile, una scuola nella quale convivessero indirizzi culturali differenti non poteva essere l’ideale perfetto di scuola, poiché l’educazione avrebbe rischiato di frammentarsi, per Salvemini l’unità dipendeva dalla condivisione di «uno stesso metodo critico e razionale». Il principio della scuola laica coincideva così con la libertà d’insegnamento: «per me la libertà d’insegnamento è mezzo, fine, è tutto» (Salvemini 1907c, p. 146). Questa proposta non prevalse nel Congresso. L’ordine del giorno di Salvemini fu infatti respinto, mentre ad essere approvate furono le proposte di Troiano e Conte. Il primo chiedeva la laicizzazione delle scuole pubbliche di tutti i gradi mediante un’educazione positivistica; il secondo proponeva l’abolizione dell’insegnamento religioso nelle scuole e negli istituti educativi dello Stato e la laicità del personale insegnante[15].
L’esito del Congresso sancì un compromesso. Gli ordini del giorno approvati riaffermavano il carattere laico dell’istruzione pubblica e l’impegno della FNISM per la secolarizzazione della scuola, lasciando però irrisolta la questione del fondamento pedagogico della laicità, al centro del confronto tra Gentile e Salvemini.
Conclusione. Dal Congresso alla Camera: la mozione Bissolati
Le deliberazioni del congresso non posero fine al dibattito. Nelle Impressioni di un assente, Giuseppe Lombardo Radice criticò l’esito dei lavori, osservando come il Congresso avesse finito per sovrapporre concezioni differenti della laicità – dall’anticlericalismo massonico alla morale positivistica fino alla scuola come educazione alla libertà – senza affrontarne il fondamento pedagogico. A suo giudizio solo la relazione di Gentile aveva colto il nodo teorico della questione, mostrando che la laicità non poteva esaurirsi nell’esclusione dell’insegnamento religioso ma richiedeva una teoria positiva della formazione spirituale dell’individuo[16].
Pochi mesi dopo, nel febbraio 1908, la mozione presentata da Leonida Bissolati tradusse il confronto dalla stampa pedagogica e dalle associazioni professionali alla Camera dei deputati[17] Il significato storico del Congresso del 1907 risiede proprio in questo passaggio. Prima che il tema approdasse in Parlamento, furono infatti gli insegnanti, attraverso la FNISM e le pagine de «I Nuovi Doveri», a ridefinire il concetto di scuola laica, spostando il dibattito dalla sola questione dei rapporti tra Stato e Chiesa ai problemi della formazione morale, dell’autonomia della funzione docente e dei fini dell’istruzione pubblica. A prescindere dall’esito della mozione Bissolati, il Congresso non rappresentò quindi soltanto una tappa della secolarizzazione della scuola italiana, ma uno dei momenti nei quali il movimento docente contribuì alla costruzione della cultura educativa dello Stato liberale, elaborando una concezione della scuola laica destinata a influenzare il successivo dibattito politico nazionale.
Bibliografia
[1] Su questo si può vedere il monografico Barausse, Betti, Covato, Ghizzoni, Sani 2025.
[2] Si veda almeno Sani 2011; Ascenzi, Sani 2020; Ascenzi, Covato, Meda 2020; e Cantatore 2012.
[3] Il riferimento è a Chiosso 2019; Chiosso 2025; Marrone 2019.
[4] Su questo si veda Ascenzi, Sani 2016, che ricostruisce la disciplina Diritti e doveri del cittadino introdotta in Italia dopo l’Unità, indagandone i limiti e le contraddizioni sociali.
[5] Sulla legge Coppino, cfr. Di Pol 2016; Pazzaglia, Sani 2001; Ricuperati 2015; Talamo 1960.
[6] Sull’associazionismo sono ancora importanti le riflessioni in Bertoni Jovine (1958) 1967, pp. 80-101.
[7] Si veda Sani 2020.
[8] La storia della FNISM è ricostruita in Ambrosoli 1967.
[9] Jovine Bertoni, Tisato 1973-1976; Pazzaglia 1999; Bocchino 1968; Cambi 2010.
[10] Ambrosoli 1967, pp. 168-170.
[11] Il riferimento è a Mangoni 2013, pp. 101-146.
[12] Cfr. Mondolfo 1907; Carrara 1907.
[13] Su questo si veda Mangoni 1985.
[14] Sul concetto di scuola laica in Salvemini si veda Valiani 1960 e il più recente Lucchese 2016.
[15] Cfr. «Nuovi doveri», 1907h, p. 247.
[16] Cfr. Lombardo-Radice 1907.
[17] Di Pol 2016, pp. 86-87.