Comunicazione e informazione: un’analisi materiale
Storicamente, il consenso – soprattutto quello politico – viene guidato o indotto attraverso delle particolari forme di organizzazione sociale, ma sin dall’antichità è possibile leggere alcuni fenomeni come una forma consapevole di “propaganda” comunicativa. Ovviamente, ogni epoca storica ha utilizzato a piene mani i mezzi di comunicazione disponibili al tempo, qualsiasi essi fossero: dalle orazioni dei filosofi al marmo dei bassorilievi e delle epigrafi, fino ai libri scolastici o le divise.
Con l’avvento della comunicazione di massa, l’impatto possibile viene ulteriormente amplificato e ipoteticamente rafforzato, sia se esso risulta utilizzato in stati tecnicamente “autoritari” sia se il contesto è quello di forme avanzate o meno di democrazia. Questo indica che equilibri diversi di concentrazione di potere e di risorse distribuiti nella società, organizzano – anche se con modalità diverse – sistemi di creazione e gestione del consenso.
Ovviamente la struttura centralizzata dei mass media (radio, cinema, televisione, quotidiani nazionali, per fare qualche esempio) rende sempre limitato l’accesso a questi media e la reale capacità di fare sentire la propria parola e le proprie opinioni da parte di singole soggettività individuali o collettive, soprattutto se non direttamente appartenenti alle classi dominanti dal punto di vista sociale o economico. In questo caso, un tipo particolare di censura assume una dimensione socio-economica, che, se pure eticamente – e apparentemente – meno condannabile, esercita comunque in maniera altamente efficace la propria azione. Proprio per questo, in questa prospettiva è necessario distinguere le forme di finanziamento dei mezzi di comunicazione, ipotizzando casi diversi. Per esempio, la potenza economica in termini di disponibilità di risorse è esterna al mezzo stesso? Se sì, ha una dimensione statale (cioè vagamente pubblica) e quindi direttamente legata a una parte politica. Questo finanziamento esterno ha un’origine privata, legata al sistema nazionale industriale e commerciale? Oppure il mezzo si finanzia attraverso la vendita (come un canale televisivo a pagamento oppure un libro) o con la concessione di spazi pubblicitari al proprio interno (come un intervallo con pubblicità di prodotti)? In questo ultimo caso, l’utilizzo di pubblicità per un autosostentamento dei media ovviamente include la promozione verso l’acquisto di prodotti. Questo comporta almeno due grandi conseguenze. Innanzitutto la perpetuazione esatta di un sistema capitalistico basato principalmente sulla produzione e sul consumo di merci materiali. Poi la naturale predilezione per un palinsesto che non ostacoli la disposizione d’animo all’acquisto, che non sia dunque complesso, disturbante, problematico, pena l’immediata fuga degli investitori/clienti.
Qualcuno, nella letteratura di riferimento (cfr. per esempio Chomsky & Hernan 1988), aggiunge anche che la bassa capacità d’acquisto dei lavoratori abbia portato storicamente al disinvestimento nei mezzi di comunicazione più direttamente rivolti a questi ultimi, ma la dimensione generalista e una articolazione maggiore delle analisi di consumo inficia, almeno ad oggi, questa ipotesi.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 4/2024 di Articolo 33. Lo trovi integralmente qui