Siamo tutti profondamente colpiti dai sempre più diffusi episodi di violenza compiuti da giovanissimi, spesso minorenni, nei confronti di coetanei o di adulti. Un fenomeno che genera un forte disorientamento, di fronte al quale il mondo degli adulti oscilla costantemente tra la tentazione della pura repressione e una rassegnata indulgenza. Eppure, l'interrogativo che dovremmo porci è radicale: siamo davvero di fronte a una generazione intrinsecamente e fatalmente incontrollabile, o il contesto circostante – e noi adulti in prima persona – ha delle precise responsabilità? Per approfondire questo tema e analizzare le radici del problema, abbiamo chiesto il parere di Vincenzo Scalia, professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Dopotutto, la violenza e la sopraffazione sembrano ormai circondarci a ogni livello. Basti pensare alle guerre scatenate contro popoli inermi o ai linguaggi aggressivi dei potenti della Terra – con Donald Trump in prima fila – ma anche alla retorica della politica nostrana, in cui l'insulto in diretta è ormai sdoganato e persino cercato come strumento di visibilità. Uno scenario esasperato da sistematiche campagne d’odio contro il "diverso", il migrante o il musulmano, costantemente dipinti come minacce alla nostra sicurezza.
Di fronte a tutto questo, sorge spontanea una domanda: questi modelli dominanti, incentrati sulla paura e sulla produzione di insicurezza, non rischiano di alimentare e legittimare le reazioni aggressive degli adolescenti? In particolare di quelli più fragili, o maggiormente esposti a contesti e ideologie violente?
Assolutamente sì, sono molto d’accordo. I giovani non nascono e crescono in contesti asettici, anche se ci sforziamo molto di farli sentire così. Ma, appunto, ci sforziamo. Quindi, il contesto sociale attuale, svolge un ruolo cruciale per comprendere la violenza giovanile contemporanea. Innanzitutto, bisogna specificare, che in un’epoca permeata dall’ideologia neoliberista, che prescrive la competizione come ricetta del vivere quotidiano, e che quindi insiste sulla logica binaria tra inclusione ed esclusione, la violenza costituisce un elemento centrale delle relazioni sociali, sia sul piano fisico che su quello verbale. In secondo luogo, sono saltati i filtri individuali e collettivi: una società sempre più frammentata, introflessa, incapace di trasmettere passioni e progettualità collettive, fa sì che saltino i punti di riferimento, il rispetto, il confronto, il riconoscimento del primato morale, ancorché istituzionale, verso insegnanti o adulti. In questo vuoto, lo spazio espressivo attraverso la violenza, si dilata. E non riguarda solo i giovani. Pensiamo alla negoziante di Viareggio che ha investito mortalmente col SUV un uomo che voleva derubarla e poi ha infierito sul suo cadavere passandogli sopra più volte. Ed altri esempi si potrebbero fare.
Siamo tutti ormai molto dipendenti da smartphone e social. I ragazzi osservano fin da piccoli genitori e altri adulti attaccati ai telefonini, impegnati a chattare e postare immagini, anche personali, sui social. Dunque è "normale" che lo facciano anche loro. Spesso senza filtri. In molto casi proprio l'uso scellerato dei social ha creato drammi e tragedie. I dileggi sulle chat, gli insulti che portano al suicidio, giochi pericolosi… I ragazzi espongono sé stessi sulle piattaforme irresponsabilmente e ne subiscono pesanti conseguenze.
Papa Leone XIV, nell'enciclicla Magnifica humanitas, richiama questo pericolo e scrive, tra l'altro: «È difficile per i genitori resistere da soli al condizionamento di modelli commerciali che monetizzano attenzione e tempo. Per questo è indispensabile un’alleanza tra la politica, le istituzioni educative e le famiglie, capace di sostenere concretamente gli adulti nel loro compito. Occorre opporsi, con scelte pubbliche lungimiranti, all’interesse immediato delle piattaforme – concentrate in poche mani – quando esso contrasta con il bene dei minori. In tale prospettiva, sono opportuni interventi legislativi che fissino limiti di età, responsabilizzino i fornitori dei servizi – senza scaricare l’onere della limitazione sulle famiglie – e prevedano specifiche tutele contro ogni forma di sfruttamento e violenza sessuale in rete, così da proteggere davvero l’infanzia e l’adolescenza come beni preziosi affidati alla nostra cura». Non sarebbe possibile e auspicabile una regolamentazione rigorosa dell'accesso e dell'uso dei social da parte dei minorenni? Con quali strumenti? Un invito che sembra non sia stato accolto dalla politica, se con adesioni di circostanza.
Non sarebbe una battaglia di educazione civile?
Qualcosa del genere la sta facendo il governo Starmer in Inghilterra. Certamente, l’educazione all’uso dei media, rappresenterebbe una tappa importante del percorso di crescita. Ma come la fai? Su quali media? Proibiamo l’uso dei cellulari fino a 16 anni. Ma la violenza potrebbero vederla in TV o al cinema. E poi, non dimentichiamo, oggi i supporti informatici vengono usati anche a scopi didattici. Potrebbero approfittarsi del momento in cui lo utilizzano per accedere ad altri contenuti. Se da un lato è vero che, come diceva Mc Luhan, il mezzo è il messaggio, dall’altro lato è vero anche quello che afferma Stuart Hall rispetto alle dinamiche di decodificazione e ricodificazione. I mezzi non vengono fruiti passivamente. Certamente, una pedagogia dei media accurata, un intervento sul come utilizzarli, potrebbe essere utile. Ma dall’altro lato, il processo di decodificazione e ricodificazione ci dicono che la creazione di senso non è il risultato di un processo passivo, che si riduce oggettivamente. Le generazioni precedenti vedevano i western, o i film dell’orrore, o quelli di guerra. Ma non è che per questo fossero violenti. È vero, c’è stata la violenza politica, quella mafiosa. Ma erano il prodotto di processi sociali profondi, di dinamiche di potere. Anche oggi la violenza va associata, a mio parere, alla marginalità, non solo sociale, a cui è condannata una generazione che, in Italia, è minoritaria rispetto agli adulti. All’esclusione sociale dei migranti di seconda e terza generazione. Al prevalere di canoni estetici per rapportarsi al resto della società rispetto a contenuti valoriali. Al fatto che i rapporti sociali sono sempre più funzionali, e poi siamo soli davanti allo schermo e allo smartphone, e ci scegliamo l’identità che vogliamo, come se fosse un abito da cambiare a piacimento. Laddove il processo di costruzione di un’identità, individuale o collettiva che sia, è il frutto di un processo spazio-temporale di lunga durata, spesso doloroso. Di tutto questo abbiamo perso consapevolezza, e non credo che la recupereremmo limitando l’uso degli smartphone per età e fascia oraria. Aggiungerei un altro elemento: i giovani vengono educati a non auto-organizzarsi. Una volta c’erano i giochi d’infanzia, spontanei. Le feste si svolgevano con sana improvvisazione e creatività. Adesso, fin da bambini, le feste di compleanno le organizza personale specializzato. Che insegna ai bambini a muoversi all’unisono, a dare importanza al look, agli effetti speciali. Un contesto che poi si riproduce, da adulti, nei villaggi vacanze. Qui c’entrano poco i media. Abbiamo abbassato la soglia di auto-determinazione. Ed è preoccupante.
Spesso di fronte a episodi di violenza giovanile ci si chiede dove sia la scuola. Tuttavia, c'è da dire che la scuola, soprattutto nelle realtà di maggiori degrado e disagio sociale, è lasciata sola e senza strumenti e formazione adeguata a capire e affrontare situazioni di disagio. Lo stesso vale per le famiglie, non sempre attrezzate a educare a una cittadinanza consapevole. La risposta del ministero è stata il voto in condotta e le misure sanzionatorie!
E invece, non è che intorno a questi giovani, intorno a noi, manchi la comunità, il villaggio che si fa carico dell'educazione e della crescita di ciascuno?
Sono pienamente d’accordo. Sono saltati del tutto i riferimenti collettivi. Il vicinato, il quartiere, le organizzazioni di massa. Luoghi informali, ma dove si imparava ad interagire con gli altri e ad assumere consapevolezza del fatto che si era parte di contesti più ampi. La scuola, di conseguenza, si trova ad essere sovraccaricata di un ulteriore fardello: quello di insegnare ai giovani a socializzare. Riceve ragazzi provenienti da periferie anonime, da condomini con telecamere a circuito chiuso, dove, a volte, non sai chi è il tuo vicino e impari a muoverti con diffidenza. O che provengono dalle città fortezza dei sobborghi, per non parlare dei piccoli paesini di colpo trasformati in sobborghi urbani, e che non sono più piccoli centri, ma non sono nemmeno parte della città, e non si elabora e produce un senso di appartenenza collettivo. Aggiungiamo che tutti questi luoghi residenziali sono sempre più privi di negozi, di punti di aggregazione come circoli, oratori, centri di quartiere. Sempre più anonimi. E la vita si svolge prevalentemente in contesti virtuali, dove imperversano le challenge e l’attrazione per forme espressive “estreme”. Si perde il contatto con la realtà, che, d’altronde, è anonima e vuota. E si crede che i video, i social, le foto, rappresentino il reale. Bisogna tornare a lavorare per creare reti sociali dense, autentiche, vissute, dove l’interazione personale prevalga sulle chat.
Esistono iniziative e progetti nel territorio rivolti a scuole e famiglie per aiutarle ad aiutare i giovani a essere più consapevoli, più critici, più responsabili? E come si possono diffondere e far conoscere?
Esiste il lavoro delle unità di strada, quello delle palestre popolari, dei doposcuola per i figli dei migranti, quello dei centri diurni dell’associazionismo. Esistono i comitati di quartiere che si battono contro la cementificazione e per la qualità della vita. Bisognerebbe favorire l’incontro, il dialogo tra queste realtà, e lavorare per farlo sfociare nella produzione di un senso comune nuovo, condiviso. Ma non si può fare tutto da soli. È compito della politica ascoltare queste realtà, valorizzarle, anche a mezzo dell’erogazione di risorse adeguate. Non soltanto i fondi, ma anche le strutture, gli spazi condivisi. A Granada, in Spagna, c’è una piazza che si chiama Campo del Principe. Le osterie la circondano. In mezzo, un grande spazio pubblico dove persone di tutte le età si incontrano, giocano, organizzano iniziative ludiche senza la mediazione di sponsor e organizzatori di eventi. Bisogna ripartire da esperienze simili.