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Politiche educative

01 settembre 2022

Scuola. Salari e precari: un altro anno si apre all’insegna della improvvisazione e della demagogia

Da tempo al centro dei confronti e soprattutto cuore della propaganda elettorale, la scuola oggi necessita di una serie di cure che non possono e non devono più essere rinviate. Certamente la prima vertenza è quella salariale: il personale scolastico italiano, soprattutto quello docente, ha stipendi bassi rispetto alla media europea, ma soprattutto stipendi che non crescono nel tempo, rendendo sempre meno attrattiva questa professione. Su questo si stanno già esercitando le promesse di adeguamento stipendiale, anche da parte di chi è ancora oggi al governo (provvisorio e in carica solo per il disbrigo degli affari indifferibili), ma servono nuove risorse che si continua a faticare a trovare. Tuttavia, è opportuno lasciare da parte questo discorso, che può apparentemente sembrare corporativo, e proporre un ragionamento più ampio, di interesse generale, col tentativo di fare chiarezza rispetto alle tante cifre e alle tante affermazioni che si stanno susseguendo in questi convulsi giorni di campagna elettorale e che spesso sono manipolati ad arte per nascondere alcune magagne sulle quali è urgente intervenire.

La scuola ha bisogno di stabilità e continuità, a partire dal personale scolastico, ed in particolar modo del personale docente.

Non conosciamo ancora gli esiti delle immissioni in ruolo di quest’anno, ma sappiamo già che non si andrà molto lontano dagli anni precedenti, ovvero soltanto il 50% dei posti disponibili saranno coperti. L’anno scorso sono stati assunti circa 60mila docenti, anche se bisogna specificare che 11mila con contratto a tempo determinato. Sembrerebbe un buon risultato, ma il MEF aveva autorizzato un contingente assunzionale di 113mila posti. Dunque le procedure ancora di doppio canale, per concorso e per graduatorie ad esaurimento, hanno garantito poco più del 50% delle assunzioni, lasciando scoperti ben 55mila posti (questo il ministro non lo dice), rientrati di diritto nel computo dei posti da coprire quest’anno. Il nervo scoperto è costituito dai posti della secondaria di primo e secondo grado e in particolare sui posti di sostegno: su queste classi di concorso si paga una incapacità di programmazione, ormai cronica, che anziché essere affrontata in modo serio è superata con il bando di nuovi strabilianti concorsi che non solo faticano a decollare, ma sono sempre più improvvisati (dalle risposte aperte, alle risposte chiuse, dalla doppia prova, [scritto e orale] o tripla [scritto, orale e pratico], al solo orale …). Per il 2022-23 i posti autorizzati alla stabilizzazione sono poco più di 94mila (di cui 55 dell’anno precedente): il rischio è che siano stabilizzati solo 50mila posti, gli altri andranno a supplenza. Così come saranno autorizzate le supplenze per l’adeguamento alle situazioni di fatto (14mila posti), ma anche circa 100mila posti di sostegno in deroga, che il MEF continua a mantenere nel limbo della precarietà.

La verità è che anche quest’anno dovranno essere coperti con supplenti quasi 150mila posti su un organico di 800mila posti: un dato impressionante che ci dice che la precarietà docenti corrisponde a circa il 20% (a spanne il 18,75%). Traslato nei piccoli numeri, significa che un docente su cinque è precario, che in una scuola con un collegio docenti di 200 persone, ben 40 sono precarie. Chiaramente è la media del pollo, perché potremo avere collegi docenti con solo 5-10 precari, altri con 50-60 precari … Considerando che le assenze per comandi, distacchi etc. recentemente evocate dal ministro Patrizio Bianchi corrispondono, nella migliore delle ipotesi, a 1.000, massimo 2.000, posti (lo 0,25% dei posti disponibili), mettendo dentro i distacchi sindacali (400 in totale per tutto il comparto Istruzione e Ricerca), il personale all’estero (674 posti), i comandati (300 circa compresi quelli per l’attuazione del PNRR), si tratta di assenze strutturali legate all’inefficacia del sistema di reclutamento ed all’assenza di ogni tipo di programmazione a medio e lungo periodo.

In generale, non mi pare normale né sano né qualitativo avere una precarietà al 20%.

C’è poi un problema tangibile che è quello degli spazi e degli alunni per classe. Le misure messe in atto di recente (Legge di Bilancio 2022) hanno previsto soltanto la definizione di 8.000 posti, meglio sarebbe dire “spezzoni orario”, per lo sdoppiamento delle classi dove si presentavano elementi di sovraffollamento e fragilità negli apprendimenti, operazione ridicola ed impossibile, soprattutto se si parla della secondaria di primo e secondo grado che conta circa 200.000 classi: in realtà non è stato un investimento, ma una rimodulazione di organico, dato che si tratta di posti ricavati da presunti esuberi. Così come lo sono i 2.400 posti di nuova istituzione per l’educazione motoria alla primaria, al momento assegnati a precari e stabilizzati solo sulla carta, perché non esiste ancora la classe di concorso per poterli attribuire in modo stabile, ma sottratti ancora una volta dal surplus di organico derivante dal decremento anagrafico.

Questo del taglio o della rimodulazione dell’organico docente è un tema ricorrente che impatta sulla qualità dell’insegnamento e che non trova riscontro, anzi è in contrasto, nell’idea, condivisa da molti, di aumento del tempo scuola, che può avvenire soltanto investendo su spazi, ma anche organici docenti ed ATA: in una scuola inclusiva come quella italiana, dove non esistono classi differenziate, è importante ridurre il numero di alunni per classe, soprattutto nelle classi iniziali, che sono determinanti per contrastare l’abbandono scolastico, ma anche garantire più tempo a scuola a tutti, non come intrattenimento o dopo Scuola, ma come ampliamento effettivo dell’attività didattica curricolare.

Il fatto che, a fronte di un allarmante calo demografico di circa 100mila alunni all’anno, si mantenga lo stesso organico fino all’a.s. 2025/26 vuol dire che si interviene rimodulando e spostando posti per salvare gli esuberi e si è persa invece l’opportunità di ripensare l’idea di scuola.

Questo perché i tagli sono previsti dal 2026 in poi, per finanziare la formazione incentivata approvata con la L.79/2022: le risorse per garantire l’incentivo a 8.000 insegnanti di ruolo, prima, ed a 32.000 insegnanti a regime, sono infatti reperite “mediante razionalizzazione dell’organico di diritto in misura pari a: 1.600 posti a decorrere dall’anno scolastico 2026/2027, nonché 2.000 posti a decorrere da ciascuno degli AA.SS. 2027/2028, 2028/2029, 2029/2030 e 2030/2031”, dunque con un taglio organico che, per i posti comuni ed escludendo l’organico di sostegno (altro elemento divisivo) passerà gradualmente da 669.075 posti nell’anno scolastico 2026/2027, a 667.325 posti nell’anno scolastico 2027/2028, a 665.575 posti nell’anno scolastico 2028/2029, a 663.825 posti nell’anno scolastico 2029/2030, a 662.075 posti nell’anno scolastico 2030/2031 e a 660.325 posti dall’anno scolastico 2031/2032.

Non solo quindi non c’è un investimento sul potenziamento degli organici e sul tempo scuola, ma neanche sulla formazione del personale docente, che è tutta autofinanziata con risorse interne già destinate ai docenti: è infatti utile ricordare che sempre la Legge 79 stabilisce che le risorse si recuperano in prima battuta dal Pnrr e dai fondi per garantire POC (Programmi operativi complementari), poi dal 2027 in via strutturale si toccheranno risorse destinate alla contrattazione collettiva nazionale (fondi della L.440) e quindi anche nella disponibilità della contrattazione d’Istituto, ovvero i fondi della card docenti definiti dalla L. 107 (art.1 co.123).

Se ne potrà parlare in campagna elettorale?