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Tempi moderni

IL GIORNO DELLA MEMORIA OLTRE L’OBLIO

Forse per capire la tendenza al tramonto della memoria dovremmo comprendere fino in fondo il senso dell’oblio nelle vicende umane.

Ha pensato a lungo su questo Gunter Anders, filosofo tedesco del ‘900, autore de Il sole di Hiroshima. In quel memorabile testo del 1958 egli si chiedeva, a pochi anni di distanza dall’Apocalisse, che cosa fosse accaduto nelle menti e nelle coscienze, per essere riusciti a dimenticare tutto. E drammaticamente vedeva proprio in questo una nuova distruzione, non meno terribile di quella avvenuta nell’agosto del 1945.

Il rischio della rimozione

Il mistero dell’oblio. Mistero, perché facciamo fatica a comprendere il meccanismo che dentro di noi spinge per far prevalere il desiderio di cancellare quanto di peggio abbiamo vissuto. I pesi troppo ingombranti non ci aiutano a vivere, ci tormentano, ci esauriscono. E allora avanza la rimozione: cancellare l’evento tragico per andare oltre, certo, ma con il rischio di ricadere in analoghe tragedie.

L’opposto della rielaborazione, della resilienza: riflettere sulla durezza dell’evento per capire come superare il trauma e costruire nuove condizioni affinché il fenomeno non si ripeta.

La rimozione individuale prepara e alimenta la rimozione collettiva (che sua volta cresce producendo nuove rimozioni individuali). Questo processo è agevolato dal sistema produttivo dominante che ha bisogno di continuare a produrre per continuare ad accumulare. Non si può fermare, non può permettersi “soste riflessive”. Il suo mito è l’eterno presente, la leggerezza e la velocità del non-pensiero, il culto di se stessi.

La resilienza è innanzitutto un processo sociale, Per superare, anche a livello individuale, una grave difficoltà, serve uno slancio solidale, un impegno collettivo (è quello che talvolta accade quando facciamo i conti con tragedie tipo alluvioni, terremoti, ecc.). Se la politica coglie questa potenzialità e la valorizza, allora la possibilità di un cambiamento si fa reale, Diversamente il processo regredisce e si spegne nel mutismo o nella disperazione individuale.

Noi non solo abbiamo cancellato l’Apocalisse (di nucleare oggi si parla con disinvoltura incredibile anche a sinistra), abbiamo cancellato anche l’orrore e la repulsione per la guerra. Quattro anni di guerra su terra europea, sulla quale non si è mai aperta nel Paese una riflessione attenta, hanno consolidato la realtà della guerra come cronaca ordinaria. E allora la politica del riarmo appare una normale conseguenza.

Il concetto di difesa

Bisogna potersi difendere, tuonano i tifosi del riarmo. Ma la difesa è altra cosa.

È in primo luogo progetto politico di un Paese che guarda all’Europa come possibile realtà mondiale in grado di introdurre nella dialettica planetaria i valori che ha conquistato nel corso della sua travagliata storia: la libertà dei popoli e delle persone, il primato del diritto, della giustizia sociale, della democrazia. Solo in questo contesto di ruolo politico strategico ha senso una politica della difesa che consenta di essere protagonisti sullo scenario mondiale. E noi invece dovremmo affidare la politica della difesa europea a un Governo e a una presidente del Consiglio che hanno picconato per anni il Manifesto di Ventotene per una Europa unita e federale; che hanno ridotto l’Unione europea a un bancomat da cui ricavare convenienze neppure utilizzate con competenza (vedi la “miracolosa” circostanza che ha consentito a questo governo di non apparire ufficialmente in recessione solo grazie al prestito plurimiliardario del PNRR). Si autoproclamavano “sovranisti” contro il progetto dell’Europa federale e ora calano il loro oblio su queste frattaglie ideologiche per pura convenienza e per legarsi al carro del riarmo nazionale (in affari con l’industria bellica statunitense), per indebolire ulteriormente la già fragile autonomia europea che Trump ricorda loro ogni giorno e che Putin utilizza a piacimento.

Il trionfo dell’antipedagogia

L’oblio domina senza confini. Anche sull’esperienza traumatica del Covid: non c’è mai stata. Basta non rievocarla ed ecco che essa scompare nell’oblio. Ricordo bene che nel 2023, finita la fase acuta dell’epidemia, un documento dell’Associazione Proteo Fare Sapere titolava: “Allarme rosso per infanzia e adolescenza” (inserire il link). In quel testo, ricco di tanti contributi, rivolgevamo un appello a tutte le istituzioni, in primo luogo scuola e sanità, affinché mettessero in conto i problemi rilevanti che piccoli e adolescenti avrebbero incontrato nel riprendere una relazione sociale aperta, dopo il dramma della chiusura. Un dramma profondo, denso di ferite che non si richiudono in un attimo: la compressione della vitalità tra le mura di casa, la privazione della socialità e dell’affettività così determinanti a quella età, la chiusura in se stessi e/o l’overdose di ore al computer. Avremmo avuto bisogno di un ministro dotato di una buona sensibilità pedagogica che avesse colto subito la necessità di affermare la centralità della relazionalità e della cura e ci siamo ritrovati invece un Ministro che ha l’unica ossessione di cancellare ogni segno che possa richiamare il sessantotto. Il neo ministro Valditara ha inaugurato il suo mandato con l’appello al rigore e al rispetto dei traguardi cognitivi, alla valutazione decimale, al voto in condotta, al 5 in condotta come bocciatura, alle sanzioni contro ogni atto di violenza nei confronti del personale scolastico e sanzioni contro i genitori inadempienti all’obbligo scolastico. Reprimende contro il buonismo dominante della pedagogia sessantottina e l’indulgenza imperdonabile dei genitori percepiti sempre come ostili al personale della scuola. Tutto ciò in sintonia con un governo che ha introdotto nuove fattispecie di reati introdotte a più riprese, facendo della leva punitiva lo strumento di propaganda della sicurezza come tratto distintivo del nuovo ordine sociale (vedi decreto Caivano). Ed ecco reti televisive e quotidiani al servizio del potere inondare le serate con episodi di criminalità giovanile, di ostilità verso gli immigrati, di periferie in cui non è più possibile vivere. Perché i “veri problemi” del Paese sono questi: non il caro vita che stronca i salari e le condizioni di vita quotidiana, né la crisi produttiva del Paese. La scuola autoritaria al servizio di una gestione autoritaria del malessere sociale (fino a colpire anche la libertà di manifestare liberamente) e del tutto coerente con queste scelte politiche.

Apriamo gli occhi e la mente

Non una parola su questo modello sociale fondato sul consumo ad oltranza: il consumatore deve produrre consumo, non riflettere. Deve guardare il presente.

Il passato è un ingombro e il futuro un’incognita ansiogena. Dietro ciò che Valditara chiama deleterio buonismo della pedagogia della sinistra c’è caduta dell’etica della responsabilità, coerente con il liberismo di cui il ministro è difensore,

Ancora una volta il trionfo dell’oblio. Anche per questo l’insegnamento della storia finisce, non a caso, nel tritacarne ideologico della destra: forti della nostra supposta identità occidentale, siamo gli unici depositari del sapere. Non è il caso di porsi domande. La storia non è maestra di vita perché pochi la insegnano bene e perché ancor meno la studiano.

E così, per riprendere l’immagine di Anders, navighiamo verso nuove distruzioni mentre la sinistra balbetta.

A chi non si rassegna, come suggeriva il filosofo tedesco, non resta solo l’ostinazione delle persone libere a testimoniare attivamente le proprie convinzioni.

Forse bisogna tentare di seminare un po’ di angoscia sulle scelte che questo governo tenta di imporre anche sul piano culturale ed educativo. Un’angoscia attiva, maieutica, come avrebbe detto Danilo Dolci, che parta dal di dentro per aiutarci ad aprire bene gli occhi e la mente sulla realtà che ci circonda.

L’oblio non è una condanna inevitabile.

L'autore

Dario Missaglia

Comitato tecnico-scientifico nazionale Proteo Fare Sapere

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