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LIBERI DI LEGGERE. LA LETTURA COME PRATICA DI RESISTENZA CULTURALE E PERSONALE

In Italia nel 2025 aumentano i lettori ma si legge meno. È questo il paradosso che emerge dall’ultima indagine dell’Osservatorio AIE sulla lettura: cresce il numero dei lettori, trainato soprattutto dai più giovani, eppure il tempo dedicato ai libri continua a ridursi, frammentato in minuti rubati ai ritmi frenetici del quotidiano. La figura che si impone è quella del lettore intermittente, che alterna slanci di curiosità a lunghe pause dominate da altri contenuti e altre forme di intrattenimento. Questa fotografia non parla soltanto di abitudini culturali: racconta un rapporto diverso con il tempo, con l’attenzione, con la possibilità stessa di concentrarsi. E apre interrogativi urgenti. Che cosa significa oggi leggere in un Paese che moltiplica i lettori ma fatica a costruire continuità? Quale ruolo possono svolgere le biblioteche pubbliche, le scuole, gli editori, i presìdi culturali di prossimità in un’epoca in cui l’ecosistema digitale condiziona ritmi, pratiche, immaginari? La lettura può ancora essere un diritto garantito, un presidio democratico, un’esperienza capace di generare comunità? Ma soprattutto: può restare – o tornare a essere – un gesto di libertà? In un tempo segnato da notifiche incessanti e dall’imperativo della connessione continua, leggere significa praticare una solitudine buona: uno spazio di attenzione, di respiro, di autonomia di pensiero. È qui che la lettura smette di essere un semplice consumo culturale e diventa un atto trasformativo, personale e collettivo insieme. A partire da queste domande, esploriamo il modo in cui l’Italia legge oggi e ciò che la lettura può ancora insegnarci sul nostro modo di vivere, stare nella società e immaginare il futuro con Chiara Faggiolani, professoressa di Biblioteconomia presso il Dipartimento di Lettere e Culture Moderne dell’Università di Roma Sapienza, dove dirige il Laboratorio di Biblioteconomia sociale e ricerca applicata alle biblioteche BIBLAB e il Master in Editoria, giornalismo e management culturale.

Intermittenza, dicevamo. È come se la lettura fosse un gesto ripetuto a piccole dosi: un libro ogni quattro mesi, qualche ascolto sporadico, un e-book scaricato in vacanza. In altre parole, crescono i lettori, ma cresce soprattutto la figura del lettore “saltuario”: quello che alterna periodi di forte curiosità a lunghi intervalli di silenzio, magari occupati da serie TV, podcast, scroll infinito. È un quadro che mette in discussione l’idea romantica del lettore immerso per ore in un romanzo: l’esperienza media è frammentata, compressa, spesso ritagliata in spazi a margine del resto – i mezzi pubblici, la sera tardi, il weekend. In poche parole: abbiamo perso il piacere di leggere?

Partiamo da un dato: io credo fortemente che le indagini che vengono fatte in questo momento sulla lettura, proprio dal punto di vista metodologico, anche per il tipo di domande che pongono, siano ottimamente pensate per capire l'evoluzione di un certo comportamento stabile nel tempo rispetto al passato, ma che non siano capaci di cogliere la trasformazione e quindi di intercettare ciò che sta davvero avvenendo. Questa è una prima questione: quando misuriamo il numero dei lettori, diamo implicitamente per scontato che ciò che accade in noi nel momento della lettura sia sempre lo stesso. In altre parole, si assume che il “lettore” individuato dall’Istat vent’anni fa sia equivalente a quello che individuiamo oggi. Io credo invece che qui ci sia un problema di carattere metodologico, perché diventa fuorviante limitarsi a dire che il 39,1% leggeva nel 2000 e che il 39,3% ha letto nel 2022, come se si trattasse della stessa esperienza e della stessa pratica di lettura.

Sono numeri veri ma che non ci permettono di capire alcune dimensioni connesse alla lettura che ne stanno veramente definendo la trasformazione. Penso al tempo della lettura, che, come tu hai detto, è senz'altro, almeno dal mio punto di vista, il più grande tallone d'Achille, perché non è solo un problema legato al non avere tempo per leggere, che è la principale motivazione che danno le persone che non leggono e non è neanche tanto un tema di riduzione progressiva del tempo medio settimanale dedicato alla lettura. Ma è un tema concretamente legato alla frammentazione del tempo del leggere in micro nicchie temporali, un fenomeno che determina dei cambiamenti importanti nelle preferenze e nei gusti dei lettori, che è il motivo per cui tutto ciò che è lungo viene sostituito dal consumo breve. Il complesso viene sostituito dal semplice. Quindi frammentazione della lettura e micro nicchie temporali, cambiamento dei gusti, distrazione che si sta mangiando tutto, perdita di abitudine al confronto con la complessità. Sono tutti temi che stanno dentro la fisionomia di un lettore molto diverso da quello di vent’ anni fa: il lettore di allora era una cosa, il lettore di adesso è un'altra cosa. Uno vale uno, ma non è uguale.

Il non lettore di oggi fa molta confusione tra solitudine e isolamento. L’isolamento pesa, restringe, fa percepire l’assenza come una mancanza. “Stare da soli”, invece, è una competenza: la capacità di reggere il silenzio senza trasformarlo in ansia, di attraversare un pomeriggio senza riempirlo per forza, di non cercare costantemente una distrazione che ci confermi che esistiamo. In questo senso il vero lettore di oggi sceglie di prendere quella pausa, di accogliere quel silenzio, di sostenere l'attesa, di dare un ritmo diverso ai pensieri e in questo senso leggere diventa un gesto di libertà.

Assolutamente sì. Lo dimostra una forma di lettura che oggi non viene monitorata, mappata, misurata o studiata in modo sistematico: la lettura socializzata. Vorrei soffermarmi brevemente su una ricerca particolarmente significativa, che offre una prospettiva innovativa sul mondo dei gruppi di lettura e ne restituisce dimensioni quantitative e qualitative sorprendenti. Si tratta di S.T.O.R.I.E., la prima ricerca sistematica sui gruppi di lettura in Italia, promossa dall'Associazione degli editori indipendenti ADEI e dal Centro per il libro e la lettura del Ministero realizzata dal Laborario BIBLAB che dirigo che ha mappato 1.253 gruppi distribuiti sull’intero territorio nazionale, con l’obiettivo di comprenderne caratteristiche, modalità di funzionamento e impatto culturale.

Il report, disponibile gratuitamente sul sito dell’editore[1], conferma esattamente ciò che stiamo sostenendo qui: i gruppi di lettura sono in crescita e questa crescita rappresenta una forma di resistenza culturale. È la scelta di chi dice: voglio recuperare l’atto del leggere dentro una routine quotidiana. Spesso, infatti, la partecipazione a un gruppo di lettura è vissuta dagli stessi lettori come una sorta di auto-impegno, quasi un “costringersi” positivamente a leggere. Questo non lo dico io, lo dicono i lettori.

È lo stesso meccanismo che ritroviamo nei Silent Book Club o nei Silent Reading Party, dove torna centrale il tema del tempo, del silenzio e, in filigrana, anche la teoria del flow. Sono tutti elementi che attraversano il mio libro Libri insieme[2].

Alla domanda se la lettura possa essere considerata una forma di resistenza culturale, la mia risposta è: non sempre, non per tutti, non come regola generale. Tuttavia esistono fenomeni legati alla lettura – in particolare alla lettura comunitaria o socializzata – che raccontano chiaramente un bisogno profondo, ancora una volta connesso alla frammentazione del tempo in micro-nicchie.

Il lettore che legge un libro per poi discuterne con altri sta cercando, in qualche modo, di “far esplodere” il tempo: non solo di dedicarsi alla lettura in modo costante e continuativo, ridefinendo la propria routine, ma anche di andare oltre, facendo nascere dal libro un ulteriore livello di approfondimento, quello della discussione. Per questo, all’interno dell’indagine S.T.O.R.I.E., ho scelto di parlare di lettore generativo: le categorie di lettore forte, debole o medio, a mio avviso, oggi dicono sempre meno.

Naturalmente tutto dipende dallo sguardo che decidiamo di adottare, dalle lenti che scegliamo di indossare. Con una lente editoriale, il numero di lettori forti e di libri venduti è centrale. Ma se adottiamo una lente interpretativa focalizzata sulla lettura in sé, allora abbiamo bisogno di un approccio metodologico ed epistemologico completamente diverso.

Ed è proprio partendo da questo presupposto che abbiamo pensato a questo tema per la nostra agenda di quest’anno: l’abbiamo chiamata Liberi di leggere[3], una scelta scatenata da diverse motivazioni: perché la lettura rende liberi ma anche perché tutti dovremmo essere liberi di leggere e in una società in cui, secondo noi, e non solo, c'è in atto un evidente tentativo di limitare le nostre libertà di pensiero, di insegnamento, di ricerca, se non leggiamo saremo sempre meno in grado di sviluppare una coscienza, un pensiero critico, di fare una scelta. Cosa accade quando un paese smette di leggere?

Si tratta, in fondo, di tutti i rischi legati all’appiattimento del pensiero e alla rinuncia a ciò che ci rende pienamente umani. È come se, smettendo di leggere, rinunciassimo a una parte del nostro processo di umanizzazione. E le persone lo sanno.

Ogni volta che affronto questo tema mi piace ricordare un’idea semplice, quasi banale, ma proprio per questo troppo spesso dimenticata: siamo animali narrativi. La nostra intelligenza narrativa ci definisce tanto quanto la postura eretta o il pollice opponibile, come avrebbe detto lo psicologo cognitivista Jerome Bruner. Che cosa accade, allora, se smettiamo di leggere? Succede innanzitutto qualcosa di fondamentale sul piano biologico: le connessioni neuronali che si attivano durante la lettura sono le stesse che utilizziamo nella vita quotidiana, quelle che ci permettono di essere più empatici. La lettura produce quindi un effetto fisico, concreto. Ma accade anche altro: diventiamo meno capaci di comprendere il mondo che ci circonda, sia dal punto di vista dell’analfabetismo funzionale sia da quello dell’analfabetismo emotivo. E le due dimensioni procedono insieme. Le stesse connessioni che utilizziamo per comprendere un testo ci servono infatti per capire chi siamo, dove siamo, e per riconoscere e interpretare le nostre emozioni e quelle degli altri.

Quando queste capacità si indeboliscono, perdiamo una possibilità fondamentale: quella della partecipazione. Che è insieme un diritto e un dovere. Ed è per questo che torno, ancora una volta, alla ricerca sui gruppi di lettura – scusandomi per la citazione reiterata, ma credo davvero che offra elementi di grande novità rispetto alle indagini tradizionali. Che cosa ci mostra? Che molto spesso, oltre al contrasto alla solitudine e al bisogno di condivisione, la partecipazione ai gruppi di lettura assume anche una valenza politica: diventa uno spazio in cui esercitare una forma di partecipazione laddove mancano, o non esistono più, le condizioni per parlare liberamente di certi temi.

Prima dicevi, “la gente lo sa”. Allora, secondo te, perché si priva di tutto questo? Lo fa consapevolmente oppure c’è qualcos’altro?

Secondo me sono cambiate molte cose contemporaneamente. Come spesso accade, è quasi impossibile individuare una singola causa per fenomeni complessi come quelli che stiamo vivendo oggi. Questo vale per la lettura, ma vale in realtà per moltissimi altri ambiti. Negli anni Sessanta, quando gli Oscar Mondadori arrivano per la prima volta in edicola, nel 1965, la televisione esisteva già, ma non era ancora un mezzo davvero universale. In termini molto concreti, il numero di competitor del libro era decisamente diverso, sia per quantità sia per tipologia di offerta.

Se ci spostiamo al 2025, quindi sessant’anni dopo, lo scenario è completamente cambiato: il numero di competitor è cresciuto in modo esponenziale. Soprattutto il mondo del digitale – che è una definizione ampia e ambigua, perché al suo interno convivono esperienze molto diverse – ci ha abituati a forme di fruizione radicalmente differenti. Mentre cambiavano i competitor, siamo cambiati anche noi, quasi come esito di una trasformazione antropologica. È cambiato il nostro rapporto con il tempo libero, il modo in cui lo percepiamo e lo utilizziamo, e non dobbiamo dimenticare che la lettura si colloca esattamente lì, dentro quello spazio.

Sono cambiate quindi moltissime cose: il contesto, le abitudini, le modalità di fruizione. Non è cambiato, però, il potere delle storie. E non è cambiato nemmeno un dato paradossale ma fondamentale: per leggere un libro oggi serve esattamente lo stesso tempo che serviva sessant’anni fa o cento anni fa. Ed è qui che emerge il paradosso.

Quando dico che “le persone lo sanno”, intendo dire che progressivamente queste trasformazioni non solo vengono vissute con maggiore consapevolezza, ma che cresce anche il numero di persone che ne è stanco. Questo, naturalmente, lo osservo da un punto di vista molto particolare, che riconosco come privilegiato. Occupandomi di questi temi, in parte li cerco e in parte mi arrivano addosso. Per questo, quando parlo di consapevolezza, non mi riferisco alla media generale. Voglio essere molto chiara su questo punto. Parlo di un osservatorio specifico, legato ai temi delle comunità, della conoscenza, dei gruppi di lettura e della dimensione generativa della lettura. In questo ambito ciò che vedo è un aumento della consapevolezza e una crescente volontà di uscire da certi schemi, che talvolta assume i tratti di una lettura quasi militante.

Ed è qui che emerge anche un rischio, paradossalmente opposto. Proprio qualche settimana fa, durante il Passaparola del Forum del Libro[4] – l’associazione di promozione della lettura di cui sono presidente da due anni – è stato sollevato questo tema: questa forma di resistenza, e in parte anche di esibizione della lettura, sia individuale sia collettiva, può finire per alimentare una nuova polarizzazione. Il rischio è quello di dividere il mondo tra “i buoni”, quelli che leggono, e “i cattivi”, quelli che guardano Netflix – per fare un esempio volutamente semplicistico, anche perché io stessa sono una grande appassionata di serie. Ma il punto è proprio questo: evitare che la lettura diventi un ulteriore terreno di contrapposizione identitaria.

Parlando di lettura collettiva che poi genera impatti sociali importanti, che ruolo hanno oggi le biblioteche nella costruzione della comunità di lettori? E che cosa secondo te dovrebbero fare che non fanno per raggiungere chi non le frequenta?

Dovrebbero fare molto di più, sotto molti aspetti. Innanzitutto dovrebbero essere maggiormente consapevoli del ruolo strategico che le biblioteche possono e devono avere. Quando parliamo di biblioteche, infatti, utilizziamo una parola che racchiude realtà profondamente diverse tra loro, ed è proprio per questo che il tema centrale, a mio avviso, è quello della vitalità.

Pensiamo, per esempio, alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia, che rappresenta una delle esperienze più innovative e rivoluzionarie in Italia in termini di approccio. E poi, magari a mezz’ora di distanza, troviamo biblioteche aperte dieci ore alla settimana, senza personale specializzato. Questo per dire che non è una questione di tipologia – pubblica, di conservazione, accademica – ma di energia, visione e capacità di essere vive.

Nel nostro Paese esistono 8.131 biblioteche e, molto probabilmente, sono 8.131 biblioteche diverse l’una dall’altra. Per questo, quando ci si chiede che cosa dovrebbe fare “la biblioteca”, bisogna essere consapevoli che esistono mille eccezioni: ci sono biblioteche che fanno già moltissimo e altre che, purtroppo, faticano a raggiungere persino i requisiti minimi per essere considerate tali. Se però proviamo a immaginare una biblioteca “media” – pur sapendo che non esiste davvero – allora il primo passo dovrebbe essere proprio quello di riconoscere la straordinaria possibilità di assumere un ruolo molto più dinamico nel panorama della lettura rispetto a quanto avviene oggi.

Molti gruppi di lettura e molte comunità della conoscenza nascono infatti al di fuori dei contesti istituzionali. Tantissimi. E allora che cosa possono fare di più le biblioteche? Prima di tutto, riconoscere pienamente il ruolo che possono giocare. E poi, dal mio punto di vista, valorizzare ancora di più la loro funzione di casa della lettura, in tutte le sue forme: dalla lettura intima, lenta, profonda e individuale, alla lettura socializzata dei gruppi di lettura; dalla lettura ad alta voce ai Silent Book Club; dalle biblioteche viventi al Book Crossing.

La biblioteca dovrebbe essere, insomma, il luogo delle storie e della lettura in tutte le sue possibili declinazioni.

E in questo ruolo le biblioteche posso essere insostituibili, secondo te, in una società digitale onnipresente?

Sì, le biblioteche possono essere assolutamente insostituibili, a patto che siano rispettate alcune condizioni fondamentali. La prima riguarda gli spazi: devono essere inclusivi, belli, accoglienti, gradevoli, sicuri, luoghi dove le persone possano stare senza competizione, semplicemente per essere e per leggere. Un esempio simbolico è la biblioteca Gabriel García Márquez di Barcellona, premiata come miglior biblioteca del mondo qualche anno fa: lì c’è un’amaca dove le persone possono sdraiarsi, leggere e persino addormentarsi. Lo spazio, insomma, è il primo ingrediente.

Il secondo elemento ma non per importanza – se dovessi esprimere una classica per essere chiari sarebbe il primo  è la presenza di professionisti formati, e se possibile di un’équipe multidisciplinare. Perché se la biblioteca vuole davvero essere la casa della lettura e delle storie, servono competenze diverse: esperti di nuovi media, pedagogia, sociologia della lettura. Certo, sto disegnando un mondo ideale, ma anche laddove non sia possibile avere una squadra completa, è fondamentale che ci sia almeno un professionista con una formazione interdisciplinare più ampia di quella attualmente prevista.

Il terzo ingrediente essenziale è rappresentato dalle relazioni. La biblioteca deve percepirsi non solo come un luogo ma come un nodo centrale di un sistema: prima di tutto del sistema del libro, collaborando attivamente con editori, autori e librai, non come una “cenerentola” che arriva dopo, ma come un attore fondamentale anche in termini di progettazione. Allo stesso tempo, deve inserirsi in una dimensione sistemica sul territorio, lavorando gomito a gomito con scuole, asili nido, servizi sociali, ospedali, case circondariali e quant’altro sia rilevante nel contesto locale. Naturalmente, la forma di queste collaborazioni cambia a seconda del contesto: un comune di 3.000 abitanti richiede un approccio diverso rispetto a città come Roma o Firenze.

Quindi, sì: le biblioteche oggi possono giocare la loro grande partita diventando spazi di decelerazione, luoghi in cui il tempo è dedicato al processo di sviluppo umano e le storie sono davvero protagoniste. Ma tutto questo richiede che siano rispettate alcune condizioni fondamentali.

Per tirare un po’ le somme: noi partiamo dal presupposto che leggere è un diritto culturale vero e proprio, secondo te quali sono le condizioni affinché questo diritto sia realmente garantito a tutti?

Secondo me, la lettura non è solo un diritto culturale. Da tempo, leggere non è più soltanto una questione culturale né una questione esclusivamente individuale. Vorrei provare a spiegare il mio pensiero partendo da un esempio concreto: immaginate una futura coppia di genitori, Mario e Lucia. L’idea sarebbe di accompagnarli fin da subito nella costruzione del concetto di diritto alla lettura. Non sto parlando di qualcosa di astratto: esistono già progetti come Nati per leggere[5] e molti altri che lavorano in questa direzione.

Il problema, però, è che l’accesso a queste opportunità dipende molto dal territorio. In altre parole, c’è un tema di “siccità culturale” legato al contesto territoriale. Proviamo però a immaginare uno scenario ideale: Mario e Lucia entrano in ospedale per la nascita del loro bambino e ricevono subito informazioni sull’importanza della lettura ad alta voce. Viene loro consegnata la tessera della biblioteca e sono stimolati a leggere con il loro bambino fin dai primi giorni. Nasce così Francesca, che cresce in un ambiente dove la lettura è valorizzata.

Quando Francesca entra a scuola – anche all’asilo nido, se possibile – deve continuare a trovare stimoli: una piccola biblioteca in classe o una biblioteca scolastica possono diventare punti di riferimento quotidiani. Se Francesca ha avuto l’opportunità di leggere ad alta voce, ha incontrato insegnanti sensibili ed è “inciampata” nei libri continuamente, è molto probabile che arrivi agli 11-14 anni come lettrice forte. Oggi, invece, succede spesso che a questo punto l’attenzione sulla lettura si interrompa. Molto si fa nella fascia 0-11 anni, ma dopo gli 11 anni l’accompagnamento si riduce drasticamente. Se penso ai ragazzi e alle ragazze che frequento tutti i giorni in Università ecco lì per esempio c'è una vera emergenza in termini di allontanamento dalla lettura di cui si parla pochissimo.

Secondo me, per garantire davvero a tutti il diritto alla lettura, è necessaria una connessione più stretta con il mondo della cura e della salute fin dalla nascita; una connessione più forte con la scuola: ogni scuola dovrebbe avere una biblioteca scolastica, un referente o un bibliotecario scolastico (il Forum del Libro sta già lavorando molto in questa direzione, ed è un passaggio fondamentale) e infine, non per importanza, oltre alla scuola, la lettura deve essere supportata nel tempo libero: qui entra in gioco la biblioteca pubblica e il ruolo sociale dell’accompagnamento alla lettura.

Oggi ci sono tantissimi progetti meravigliosi, ma spesso mancano collegamenti tra loro. Serve pensare alla lettura come a una vera staffetta: un percorso continuo che accompagni bambini e ragazzi in ogni fase della loro crescita.

L'autore

Elisa Spadaro