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Chi governa l'intelligenza artificiale?

Nell'aprile 2026, in occasione del suo ventennale, la FLC CGIL - la Federazione dei Lavoratori della Conoscenza, nata nel 2006 dal congresso di Trieste-Portorose - ha scelto di celebrare i propri vent'anni non con una cerimonia formale, ma con due giornate di confronto all'Università Roma Tre dal titolo L'Utopia Necessaria. Conoscenza e democrazia nell'era dell'intelligenza artificiale[1]. La scelta del tema dice già molto: l'IA non vi è trattata come un destino ineluttabile, ma come un campo di conflitto politico, terreno su cui si decide se la conoscenza resterà un bene comune e un fondamento della partecipazione democratica.

È in questo orizzonte che si colloca la presente riflessione. Tra i molti contributi al dibattito contemporaneo, la prima enciclica di Leone XIV - Magnifica Humanitas dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale - offre una chiave di lettura particolarmente significativa. Il documento si muove anzitutto sul piano morale: la dignità della persona, la critica al «paradigma tecnocratico», il rifiuto di delegare alle macchine decisioni irreversibili sulla vita umana. Ma è possibile leggerlo anche in un'altra prospettiva, che qui si intende privilegiare: quella del potere. Non è la tecnologia in sé a rappresentare il nodo decisivo, ma il modo in cui essa redistribuisce risorse, influenza, capacità di decisione e controllo sociale.

L'intelligenza artificiale pone una questione eminentemente politica: chi controlla le infrastrutture della conoscenza, chi beneficia dei guadagni di produttività e chi è chiamato a sostenerne i costi sociali.

Per questa ragione il problema non è rallentare l'innovazione, ma governarla. Le grandi trasformazioni del capitalismo non si sono mai sviluppate spontaneamente: hanno richiesto istituzioni, regole, investimenti pubblici e capacità collettive di orientamento. La vera domanda non è dunque se lo Stato debba intervenire, ma come e per quali finalità.

Per oltre quarant'anni ha prevalso l'idea che il mercato fosse in grado di individuare autonomamente le traiettorie ottimali dello sviluppo economico. Le innovazioni che hanno plasmato il capitalismo contemporaneo però sono nate all'interno di ecosistemi sostenuti da investimenti pubblici, ricerca finanziata dagli Stati e strategie di lungo periodo.

Questa prospettiva richiama una tradizione consolidata dell'economia politica. Karl Polanyi mostrò come il mercato non sia un ordine spontaneo autosufficiente, ma una costruzione istituzionale resa possibile dall'azione pubblica e dall'organizzazione sociale. John Maynard Keynes evidenziò come la stabilità economica e la piena occupazione richiedano un ruolo attivo dello Stato nella regolazione dei cicli. Più recentemente, Mariana Mazzucato ha mostrato come molte innovazioni del capitalismo contemporaneo - da Internet al GPS, fino alle tecnologie alla base degli assistenti digitali - siano nate da investimenti pubblici di lungo periodo, poi valorizzati dal settore privato. Lo stesso vale per l'intelligenza artificiale: l'apprendimento automatico, le architetture che ne costituiscono la spina dorsale e gran parte della ricerca fondamentale affondano le radici in finanziamenti pubblici, mentre i rendimenti si concentrano oggi in poche imprese private.

Riemergono così interrogativi che sembravano appartenere al Novecento: cosa produrre, come produrre e soprattutto per chi produrre. Sono domande che rinviano al rapporto tra economia e democrazia. Quando vengono lasciate esclusivamente alle dinamiche finanziarie o alla ricerca della redditività immediata, il rischio è che la direzione dello sviluppo sia definita da interessi sempre più concentrati e sempre meno responsabili verso la collettività.

La questione assume un peso ancora maggiore nell'economia dell'intelligenza artificiale, dove la concentrazione delle capacità computazionali, dei dati e delle competenze scientifiche in poche grandi imprese rischia di produrre nuove forme di dipendenza tecnologica e di accentuare disuguaglianze già esistenti.

Una crisi geopolitica, democratica e tecnologica

Questa riflessione si inserisce in un contesto segnato da una crisi multipla. Le tensioni geopolitiche, il ritorno della guerra in Europa, la frammentazione dell'ordine internazionale, la crescita dei nazionalismi e la crisi della rappresentanza democratica modificano profondamente il quadro entro cui operano le società contemporanee. Tutti questi processi condividono però lo stesso nucleo: la contesa per il controllo della conoscenza e degli strumenti che la producono.

La guerra stessa assume forme nuove. Cyberattacchi, disinformazione, competizione tecnologica e pressione economica si intrecciano in un conflitto permanente che sfuma il confine tra pace e guerra - al punto che la stessa enciclica dedica pagine severe all'uso dell'intelligenza artificiale nei sistemi d'arma autonomi. In questo scenario la conoscenza diventa una risorsa strategica almeno quanto l’energia o le materie prime.

Parallelamente si è approfondita una crisi di fiducia nelle istituzioni democratiche. La distanza tra chi decide e chi subisce le decisioni alimenta fenomeni populisti, che trovano consenso nelle disuguaglianze prodotte dalla globalizzazione e nella percezione di una crescente impotenza della politica.

L’IA agisce come un potente acceleratore di queste dinamiche. Non è semplicemente uno strumento tecnologico, ma una tecnologia che organizza informazioni, orienta comportamenti, produce conoscenza e distribuisce potere. In questo senso rappresenta la nuova frontiera del «capitalismo della sorveglianza» descritto da Shoshana Zuboff: un sistema economico fondato sull'estrazione sistematica di dati e sulla capacità di prevedere e influenzare i comportamenti individuali.

La crisi epistemica della democrazia

Ciò che attraversiamo non è soltanto una crisi economica o politica, ma una crisi epistemica: una crisi dei processi attraverso cui le società producono, validano e condividono la conoscenza.

La democrazia non può funzionare senza cittadini in grado di distinguere le informazioni attendibili da quelle manipolate. Questa capacità non nasce spontaneamente: è il prodotto di istituzioni costruite nel tempo -la scuola, la comunità scientifica.

Come ha sostenuto Jürgen Habermas, la legittimità democratica dipende dall'esistenza di uno spazio pubblico nel quale sia possibile formare opinioni attraverso argomentazioni razionali e fatti condivisi. Quando quello spazio si frammenta in tante sfere isolate, ciascuna con i propri fatti, viene meno non solo l'accordo sulle soluzioni, ma il terreno comune su cui discuterle - e con esso la base stessa della democrazia.

La conoscenza come bene comune

Scuola, università, ricerca e alta formazione artistica sono infrastrutture fondamentali della democrazia contemporanea.

Questa visione affonda le radici nella riflessione di Bruno Trentin, per il quale la conoscenza rappresenta il principale fattore di emancipazione individuale e collettiva. La sua socializzazione è condizione necessaria per evitare una società divisa tra inclusi ed esclusi dai processi di apprendimento permanente.

La concezione presenta profondi punti di contatto con la dottrina sociale della Chiesa. A partire dalla Rerum Novarum, il lavoro non è interpretato solo come fattore produttivo, ma come dimensione della dignità umana. Nelle encicliche successive emerge con continuità l'idea che lo sviluppo economico debba essere subordinato alla giustizia sociale e al bene comune.

In questa prospettiva la conoscenza non è una merce, ma una risorsa condivisa: condizione della libertà, della partecipazione democratica e dello sviluppo economico stesso.

Oltre la neutralità degli algoritmi

La produzione contemporanea di conoscenza è attraversata da una tensione crescente tra ciò che è misurabile e ciò che è rilevante. Indicatori e modelli quantitativi sono strumenti indispensabili, ma non neutrali: incorporano sempre una gerarchia di valori, perché scegliere cosa contare significa già decidere cosa conta.

Anche gli algoritmi operano così. Selezionano, ordinano, classificano e rendono visibili alcuni fenomeni a scapito di altri; un sistema che massimizza il coinvolgimento, per esempio, premia le reazioni immediate e penalizza ciò che richiede tempo e riflessione. In questo modo contribuiscono a costruire la realtà sociale che pretendono soltanto di descrivere.

La questione non è dunque tecnica, ma politica: quali fini assegniamo allo sviluppo, quali bisogni consideriamo prioritari, quali diritti intendiamo garantire.

Ricondurre il potere entro la democrazia

Tradizioni, pur diverse, condividono un'intuizione: né il mercato né la tecnologia sono ordini autosufficienti. Entrambi vanno ricondotti entro un quadro di responsabilità democratica.

Riconoscerlo non significa però attribuire allo Stato una funzione salvifica. Lo Stato è anche, oggi, uno dei grandi attori della sorveglianza e della corsa tecnologica militare: ricondurre il potere entro la democrazia significa porre sotto controllo pubblico tanto le piattaforme private quanto l'uso che le istituzioni stesse fanno di questi strumenti. La posta in gioco non è più Stato o più mercato, ma quali regole, quali contropoteri e quale trasparenza.

In concreto, ciò chiama in causa scelte precise: investimenti pubblici nella ricerca e nelle competenze diffuse; forme di accesso condiviso alle infrastrutture di calcolo e ai dati; obblighi di trasparenza sui criteri con cui gli algoritmi selezionano e ordinano l'informazione; una fiscalità che restituisca alla collettività parte dei guadagni di produttività. Sono terreni su cui la decisione politica può ancora esercitarsi.

La questione decisiva del XXI secolo non è se l'intelligenza artificiale trasformerà la società: lo farà inevitabilmente. La questione è chi governerà questa trasformazione, e secondo quali principi.

Se le grandi transizioni del nostro tempo saranno lasciate esclusivamente alle dinamiche del mercato e alla competizione tra piattaforme globali, saranno altri a programmare la società al nostro posto. Se invece saranno accompagnate da istituzioni pubbliche forti, conoscenza diffusa e partecipazione democratica, potranno diventare uno strumento di emancipazione collettiva.

In ultima analisi, la sfida è restituire alle società democratiche la capacità di decidere il proprio futuro.


[1] Oggetto del numero monografico di maggio 2026 di Articolo 33 https://www.articolotrentatre.it/rivista/maggio-2026

L'autore

Gianna Fracassi

Segretaria Generale FLC CGIL.