Attualità

29 ottobre 2026

Istruzione e ricerca le cenerentole del settore pubblico

Conoscenza sottocosto è il titolo di un dossier che la FLC CGIL ha presentato in una conferenza stampa il 29 ottobre. Si tratta di una descrizione accurata della perdita del potere d'acquisto delle retribuzioni nella scuola, nell'università, nella ricerca e nell'Afam. Ma non solo. Dal dossier emerge un quadro impietoso del complessivo definanziamento di fatto di questi settori. 

Ma come è possibile, visto che il Governo continua a vantarsi non solo di avere chiuso i contratti collettivi, ma anche di avere stanziato risorse fresche?

La risposta arriva dai dati statistici, oltre che dalla realtà del vissuto quotidiano delle persone.

Negli ultimi 4 anni l'inflazione cumulata ha raggiunto la cifra del 25,67%, con un corrispondente aggravio dei costi di beni e servizi per chi vive di stipendio (e pensione). Negli stessi anni lo stipendio medio nella scuola è aumentato dell'11,83%.

Vediamo in concreto. Spiega la FLC nel suo dossier che per coprire l'inflazione la retribuzione media, sempre nella scuola, dovrebbe attestarsi, a regime, nel 2027 su 37.492 euro l'anno. In realtà la retribuzione effettiva, compresi gli ultimi aumenti contrattuali è, a regime, nel 2027 di 33.363 euro. Con una perdita complessiva di 4.129 euro.

Ma la perdita cumulata dal 2022 al 2027 è molto più alta.

«Considerando il deficit di potere d'acquisto maturato anno per anno nel sessennio 2022-2027 (calcolato sulla differenza tra la retribuzione adeguata all'inflazione Istat e gli aumenti contrattuali decorrenti nel periodo), la perdita totale complessivamente subita da ciascun lavoratore e ciascuna lavoratrice ammonta a 21.507 euro».

Se la scuola piange, università, ricerca e Afam non ridono di certo.

Nell'università le retribuzioni dei funzionari anche con elevate professionalità, degli amministrativi, dei vari operatori e dei collaboratori e esperti linguistici hanno subito una perdita media di 3.476 euro. Per mantenere il potere d'acquisto a fronte dell'inflazione gli stipendi annui medi dovrebbero attestarsi su 33.145 euro contro quelli reali (compresi degli aumenti contrattuali) pari a 29.669, sempre in media. 

Nell'Afam, alta formazione artistica e musicale, un docente con oltre 34 anni di servizio, con una retribuzione effettiva di 49.867 euro perde, a fronte dell'inflazione – che cumulata negli anni è come abbiamo visto del 25,67% –, ben 5.860 euro. Non va meglio alle altre professioni che perdono dal livello più basso a quello più alto rispettivamente 2.527 e 4.476 euro nell'anno.

Nella ricerca gli aumenti contrattuali cumulati per ricercatori e tecnologi sono pari all'11,94%; per il personale tecnico e amministrativo pari al 13,31% con una perdita di potere d'acquisto pari, rispettivamente al 13,73% e al 12,36. 

Altre perdite

Il quadro fin qui sommariamente descritto riguarda gli stipendi tabellari. Ma nelle buste paga ci sono una serie di voci accessorie, anch'esse penalizzate in tutti e quattro i settori.

Nella scuola rimane aperto il problema degli scatti di anzianità posticipati e dell'estensione del diritto all'anzianità ai precari. C'è da raddoppiare il FMOF, il fondo per il miglioramento dell'offerta formativa, su cui si scaricano i costi per le prestazioni più varie, per non parlare del taglio degli importi sulla carta docente.

Un altro aspetto che pesa sia sull'organizzazione scolastica sia sulla vita delle lavoratrici e dei lavoratori è il precariato, di cui si occupa il dossier, che nella scuola ha raggiunto le 302mila unità.

Salario accessorio bloccato anche nell'università, mentre il Fondo di finanziamento ordinario (FFO), «da cui dipendono assunzioni, fondi accessori e tenuta dei bilanci degli atenei, è cresciuto meno dei prezzi e meno di quanto previsto dalla legge di bilancio 2022, decisa dal governo precedente».

Anche nell'Afam il FFO perde in termini reali, dal 2022 al 2027, il 4,6%.

Salario accessorio bloccato nella ricerca. «Gli enti non possono riconoscere economicamente responsabilità, carichi di lavoro e competenze specialistiche, oggi svolti senza adeguata valorizzazione». Il Fondo ordinario per gli enti di ricerca (FOE) cresce nominalmente, ma perde il 4,1% in termini reali.

Confronti impietosi

Il personale dell'insieme del comparto istruzione e ricerca riceve gli stipendi più bassi di tutto il pubblico impiego, in media il 18,81% in meno su base annua, ma, in comparazione alla sanità, il segno meno raggiunge il 27,27%.

Anche sul piano internazionale i confronti ci penalizzano. Gli insegnanti italiani, in tutti i gradi dell'istruzione, guadagnano meno dei colleghi europei. Il confronto con paesi più vicini a noi, come Francia e Spagna segnala che un docente di scuola media con 15 anni di anzianità guadagna in Italia 32.892 euro l'anno contro i 39.273 del collega francese e i 45.572 dello spagnolo.

E in rapporto al PIL?

La percentuale di spesa pubblica per l'istruzione è (dati 2024) in Italia pari all'8%, contro il 9,7% dell'Unione europea. Rispetto al PIL è del 4% in Italia e del 4,7% nell'Unione.

«Nel 2024 l'Italia ha speso per ricerca e sviluppo, tra pubblico e privato, l'1,38% del PIL (dato provvisorio) contro il 2,24% della media dell'Unione europea. Sei paesi dell'UE hanno raggiunto o superato l'obiettivo del 3%: Svezia (3,6%), Belgio (3,4%), Austria (3,3%), Finlandia (3,2%), Germania (3,1%), Danimarca (3,0%)».

In conclusione

Il lavoro di elaborazione e di analisi contenuto nel dossier della FLC CGIL è basato su dati ufficiali dell'Istat, della Ragioneria generale, del Mef, dell'Ocse, di Eurostat...

Le cifre esposte in questo dossier – si legge nella conclusione – dimostrano che non bastano le risorse ordinarie, e infatti sintetizza così il fabbisogno: «per la scuola, il riallineamento retributivo (6,8 miliardi di euro), il recupero del 2013 (500 milioni di euro), il ripristino dello scatto 0-3 (250 milioni) e il raddoppio del FMOF (847 milioni di euro); per Afam, università ed enti di ricerca il recupero del valore reale perduto da FFO e FOE e la copertura delle maggiori spese per i rinnovi contrattuali oggi a carico degli atenei (circa 320 milioni di euro solo nel 2024)». Serve quindi un piano straordinario per un comparto che, opinione comune, rappresenta il «cuore pulsante» di un paese.

Nel dossier è anche sviscerato un ragionamento sul diritto allo studio, soprattutto nell'istruzione terziaria. Tra i problemi segnalati: il costo delle tasse universitarie, gli affitti troppi alti per i fuori sede, il finanziamento per le borse di studio tanto insufficiente che non viene erogato a tutti coloro che sono dichiarati idonei a riceverlo.

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