La rivista

Politiche educative

CAPACI E MERITEVOLI

«Abbiamo rimesso il merito al centro dell'azione di Governo»

Nel sistema dell’istruzione del nostro Paese, all’insediamento dell’esecutivo Meloni, ministro incaricato Giuseppe Valditara, la prima scelta a proposito del dicastero dell’istruzione nel novembre 2022[1] riguardò, sulla scia di Letizia Moratti )che coerentemente aveva cancellato in Viale Trastevere l’accostamento di “istruzione” con l’aggettivo “pubblica”), l’attribuzione di un nuovo nome: Ministero dell’Istruzione e del Merito. Il principio del merito come chiave cardinale della futura politica scolastica si prestò allora ad essere assunto a suggello di un cambio di paradigma. Un cambiamento che negli ultimi anni ha preso progressivamente forma concreta, con l’assunzione della concezione neoliberista del merito e dei principi della pedagogia neoliberista, operando di provvedimento in provvedimento, per realizzare, tramite un nuovo quadro in costante corso d’opera durante il ministero Valditara, un approccio economico e mercantilista all’educazione e il coniugarsi di talento, mercato e competizione individuale. 

«Competenza e merito sono valori aggiunti per la nostra nazione. Per anni ci è stato detto che uno vale uno e che la competenza non serviva a nulla. (…) Abbiamo chiuso quella stagione e riattivato l’unico ascensore sociale che è il merito[2]». Così si espresse la Premier nel videomessaggio inviato dopo il primo anno di governo all’Assemblea nazionale 2023 di Federmanager e così ha recentemente ribadito, a fine settembre 2025, a Fenix, alla festa di Gioventù nazionale, l'organizzazione giovanile di Fratelli d'Italia aggiungendo che lo Stato deve garantire a tutti l’uguaglianza di possibilità ma che spetta al singolo dimostrare quanto vale. I dati aggiornati del 2025 riguardo alla ricerca italiana fanno tuttavia emergere una situazione critica in cui, anziché di riconoscimento del merito e di ripartenza di un ascensore sociale, si dovrebbe parlare di mobilità sociale bloccata se non di un vero e proprio “salto nel vuoto” (effetto Cliff), come denunciato a luglio 2025 dall’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in una relazione al Senato. Secondo le stime di FLC CGIL e di ADI, nove precari su dieci (pari a oltre 35.000 persone tra università ed enti di ricerca) rischieranno entro il luglio 2026 di restare senza contratto a causa dell’esaurimento dei fondi PNRR e di una mancata programmazione successiva. Le soluzioni previste dal Governo nella Legge di Bilancio 2025 2026 riguardano fondi sufficienti a istituire circa 2000 posizioni a tempo indeterminato per assumere 1600 ricercatori sui 4500 contratti definiti prioritari nell’ambito dei 35.000 a rischio[3].

Il ricorso al tema del merito non era nuovo già in precedenti anni e governi. L’introduzione di sistemi organizzativi meritocratici e la disambiguazione del concetto di merito, spogliato delle valenze sociali e di contesto a favore dell’esclusiva pertinenza individuale, di abilità e volontà, ne furono un aspetto comune. Un aspetto pienamente funzionale a una strategia di risparmio, nell’ambito di una scelta politica più generale di disinvestimento finanziario e di risorse umane per indebolire la presenza dei servizi pubblici e del ruolo dello Stato.

Accompagnato dal clamore mediatico della lotta ai cosiddetti “fannulloni” nel Pubblico impiego e strizzando l’occhio agli intenti punitivi, il D.L. 150/2009, proprio sul rilancio della meritocrazia e sul sistema di valutazione e premialità a favore dei dipendenti capaci fondò la cosiddetta” Riforma Brunetta” che si rivelò di scarsa concreta effettività e di fatto non realizzabile. Un rilancio fallito, anche per la ancora meno dignitosa modestia dei premi, fatte salve le ricadute nel dibattito politico -sindacale.  Il Ministro per la Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, all’atto della  firma della Direttiva in materia di misurazione e valutazione della performance dei dipendenti pubblici (30 novembre 2023) e più recentemente, con un disegno di legge ha ripercorso la traccia del ministro Brunetta evocando con maggior enfasi il "merito individuale", la “centralità della persona” e principi gerarchico piramidali, principi cari anche nelle stanze del Ministero dell’istruzione e Merito per rendere equa ed efficiente il servizio pubblico[4] Un sistema di valutazione e misurazione della performance individuale nella Pubblica, affidato alla discrezionalità del dirigente a beneficio di una riorganizzazione del lavoro verticistica, è stato dunque avviato a divenire il perno centrale nella Pubblica amministrazione per le progressioni economiche e di carriera e per il pagamento del salario accessorio, da sempre presente nel salario complessivo come quota variabile soggetta a contrattazione sindacale, che viene così ridimensionata.

Quando la retribuzione può divenire oggetto di concessione e di arbitrio è già comunque corrente, al passo della retorica del merito, della centralità della persona e del suo talento, il danno verso la dignità professionale e la limitazione di libertà nel lavoro. Come a suo tempo evidenziò Bruno Trentin ne La città del lavoro (1997) la professionalità non può essere ridotta a una performance individuale misurabile dall’esterno ma rappresenta la più alta forma di libertà del lavoratore nell’autonomia del proprio operare. Non c'è libertà se non c'è la possibilità di governare il proprio lavoro (o, più precisamente, la libertà politica e civile è monca senza la libertà nel lavoro) costituisce la tesi centrale e il "filo rosso" di tutto il volume:                                                                                                                          

 «La libertà e l'autorealizzazione della persona, in tutte le forme di lavoro [...] appaiono così, oggi più di ieri, il solo cemento possibile di un nuovo contratto sociale»[5].

Misurare il merito. “Competenza ed educazione sono beni individuali”

Il misurare consiste comunemente una procedura applicativa e precisa, compiuta e neutrale in sé in quanto rimanda a “unità di misura” convenzionalmente diffuse. Assumere le metodologie in modo aprioristico come oggettive e neutrali esprimerebbe tuttavia una prospettiva parziale essendo anch’esse, come lo è lo stesso concetto di merito, il frutto di una gerarchia sociale di valori, a partire dalla scelta degli oggetti da misurare e dagli strumenti di misurazione. Ad esempio, nell’ambito educativo e in alcuni settori del lavoro pubblico e privato, le forme di valutazione standardizzata rappresentano una scelta tra tante possibili, non un puro atto tecnico ma uno strumento politico. È la tesi dello storico Mauro Boarelli che, nel porre al centro i limiti e rischi del ruolo delle indagini quantitative condotte nella scuola in Italia, come quelli INVALSI o OCSE-PISA, denuncia una scelta politica a favore degli interessi del mercato e della aziendalizzazione e dell’istruzione:                                                                                                                                      Chi stabilisce quali sono le «competenze» da valutare e i modi con i quali condurre la valutazione? Perché le agenzie di valutazione hanno preso il posto dei decisori politici, gli unici che dovrebbero possedere la legittimazione democratica di operare scelte in tal senso? Come si vede, si tratta di domande che escono dagli ambiti settoriali nei quali possono essere formulate per toccare il tema più ampio del rapporto tra «tecnocrazia» e democrazia[6].

Le metodologie costituiscono pratiche tutt’altro che ininfluenti, in cui il merito è declinato in contesto individualistico e competitivo, atte ad indurre attraverso l’educazione e l’istruzione all’interiorizzazione di atteggiamenti competitivi. Ne derivano a corollario forme di marginalizzazione ed esclusione, per esempio riguardo agli allievi con bisogni speciali e con disabilità e una visione dell’apprendimento come una gara tra singoli per la conquista del podio, nel contrapporsi tra vincenti e perdenti. Sul piano educativo, fatta salva la pur importante attribuzione personale di responsabilità dello studio e dell'eventuale fallimento, ne consegue che la causa dei risultati sia totalmente assegnata al singolo studente, comprese eventuali forme di colpevolizzazione e l’esclusione di ogni forma di consapevolezza critica riguardo alla dimensione sociale ed ambientale. La dimostrazione delle pressioni esercitate dai grandi gruppi industriali sulla Commissione Europea per orientare i sistemi scolastici verso le esigenze del mercato è contenuta nel  documento dell'ERT del 1989 (Education and European Competence): Non a caso, l’European Round Table of Industrialist (ERT), forum che riunisce una cinquantina di presidenti e amministratori delegati delle più importanti imprese multinazionali europee, in un proprio documento del 1989 che influenzò profondamente le politiche dell’Unione europea aveva scritto che «Competenza ed educazione sono beni individuali[7]».

Il concetto di istruzione come "diritto universale" e "bene pubblico" viene dunque trasformato in “bene individuale”, in un "investimento individuale" in nome del “capitale umano” in cui la scuola ha il compito di produrre competenze in vista non più della centralità dell’allievo ma della centralità delle esigenze di mercato poste in conseguente priorità rispetto alla formazione umanistica e critica e della persona. A scuola come nel lavoro, collocati in un limbo sociale, economico e culturale, ciascuno si afferma ascrivendo soltanto a sé stesso il riconoscimento del merito o la condizione di seconda o ultima fila a seconda del proprio talento e in seguito della capacità o meno di essere appetibili sul mercato in una condizione di cittadinanza individualistica, senza vincoli di appartenenza comunitaria.                                                                                                                                                         

Artefici del proprio destino.  Where there's a will, there's a way

Persone come individui unencumbered, senza vincoli: secondo la radicale analisi critica di Michael J. Sandel ne Il liberalismo e i limiti della giustizia (1982), si tratta del frutto della versione del liberalismo espressa dalla teoria della giustizia di John Rawls, che a suo tempo pur si espresse sulle implicazioni problematiche dell’arbitrarietà del merito. La costruzione teorica di Rawls, che pone al centro l’idea di un soggetto razionale, indipendente e autonomo ma privo di legami comunitari e senza storia, identità e radici morali rappresenta, secondo Sandel, una minaccia al senso di comunità e appartenenza, al senso di bene comune. Una condivisione che è all’origine dell’attuale crisi politica, dal populismo alla recente polarizzazione culturale, come commenta Vittorio Pelligra nell’intervista a Sandel del novembre scorso in occasione dell’assegnazione del Premio Berggruen Prize for Philosophy & Culture[8].

Il termine “merito” in sé richiama l’azione di un soggetto e, per la sua natura di qualità soggettiva, comunemente spetta in relazione a quanto la singola persona è in grado di conseguire. Dal latino merere, guadagnare, ottenere: si merita un premio o si merita una sanzione in conseguenza del proprio impegno e capacità. Nell’ambito pubblico, può rappresentare una congruente spiegazione riguardo alla titolarità o meno di benefici economici, di ruoli gerarchici, di particolari concessioni e privilegi sino alla più generale collocazione di ciascun individuo nella scala sociale.

Riguardo alla meritocrazia, l’etimologia del termine deriva appunto dal latino “meritus” (guadagno) e dal greco “Κράτος” (potere). Da un punto di vista sociale, il congiungersi della parola merito, la qualità necessaria per salire i gradini della scala sociale rivendicando riconoscimento e giustizia riguardo a clientele e nepotismi, con la parola potere esprime una organizzazione sociale anti-aristocratica rispetto all’aristocrazia di nascita, poiché basata sulla capacità e non sull’eredità di sangue. Al tempo stesso, esprime un alternativo meccanismo anti egualitario, poiché definisce una gerarchia sociale in cui si assegna uno status elevato derivandolo da un talento e da un contesto facilitatore riguardo allo sviluppo di particolari potenzialità. È l’oligarchia dei talenti, la meritocrazia basata sulla misurazione con la formula: Quoziente Intellettivo + Impegno = Merito che modella la società del 2034 descritta nel romanzo satirico, pubblicato nel 1958, L’avvento della meritocrazia (The Rise of the Meritocracy) del sociologo e dirigente fino al 1950 del partito laburista britannico Michael Young, cui si deve l’invenzione stessa del termine. Lo muoveva, al tempo, l’intento di una dura critica al sistema dell’istruzione inglese, che già all’età di dieci anni indirizzava gli allievi verso tre tipologie di scuole differenti. Un sistema, di fatto, atto selezionare in base alla classe sociale di appartenenza la futura possibilità di accesso all’università e che venne poi riformato negli anni settanta. Significativamente, nel romanzo, dopo la vittoria dei meritevoli, la prima riforma promossa è l’Education Act 1944, con cui gradualmente il sistema scolastico diviene differenziato a seconda del Q.I. per eliminare ogni ingiustizia e diseguaglianza, in modo particolare ai superdotati, da selezionare affinché la società potesse beneficiare della migliore classe dirigente. «Per ogni uomo ravvivato dall'intelligenza ne esistono dieci tramortiti dalla mediocrità; lo scopo del buon governo è di garantire che questi ultimi non usurpino, nell'ordinamento sociale, il posto che spetta a quelli migliori di loro[9]».

Con la tecnocrazia assunta come massima garante dell’ordine sociale, gradualmente, si forma una nuova stratificazione sociale spietata, retta dall’aristocrazia dell’ingegno: «Non devono forse ammettere di avere una posizione inferiore, non, come nel passato perché gli venivano negate le possibilità, ma perché sono inferiori? Per la prima volta della storia umana l’uomo inferiore non ha a portata di mano alcun sostegno per il suo amor proprio».[10]

La presenza di un ordine meritocratico speculare alla gerarchia sociale, costruito sul concorso di doti personali, potenziate dalla propria volontà e sforzo, può fungere dunque da regolatore nella vita sociale riguardo alle posizioni di privilegio e alle posizioni di svantaggio. Accompagnata da campanello di allarme della distopia sociale del romanzo di Young, si delinea il quadro della meritocrazia, di una ideologia del merito ragionevolmente funzionale al mantenimento e alla prosecuzione dell’ordine sociale esistente.                                                                                               (…) questa sorta di religione o ideologia del merito che si è affermata negli ultimi decenni. Il terzo pilastro dell’era neoliberale. Abbiamo la globalizzazione, la finanziarizzazione, la meritocrazia come scrive Thomas Piketty a commento dell’analisi di Michael J. Sandel ne La tirannia del merito, una delle opere di riferimento nel dibattito su merito e meritocrazia[11].

 A ciascuno va la responsabilità del proprio destino, nella patina di una surrettizia autonomia regolata dall’esercizio della volontà individuale, passibile di espandersi nel vuoto di coordinate economiche e sociali.  Where there's a will, there's a way sono le parole della consolatoria saggezza del motto popolare, a sprone dell’impegno personale.                                                             La celebrazione della forza di volontà come potente motore che conduce al giusto merito, tuttavia, soprattutto per la nuova generazione in larga maggioranza consegnata alle dinamiche di un lungo protrarsi della condizione precaria e di lavoro povero, resta per lo più nella vita reale rappresentata dalla sola concretezza di essere uno dei tanti richiami di repertorio riguardo al fascino dell’illusione a beneficio del popolo, che tanto incarna la comunicazione politica populista.  Volere è potere: nella fiducia di poter assurgere al merito del successo con ingegno e volontà congiunti, l’uomo artefice del proprio destino, risuona l’eco del clima ottocentesco dello sviluppo accelerato della rivoluzione industriale, della borghesia in ascesa, dell’ottimismo positivista riguardo a scienza, tecnologia e ragione che, unite e opportunamente applicate con azioni perseveranti, avrebbero condotto l’umanità e ogni uomo a un inarrestabile progresso e a governare destino e mondo della natura.

Sulla meritocrazia come fondamento di una società giusta

La denuncia della distopia della società meritocratica come generatrice di autoritarismo e di diseguaglianze inappellabili, di consenso e introiezione dei valori della subordinazione tra i meno “dotati” o di profondo rancore sociale tra i meno “dotati” non ha fermato l’idea di considerare la meritocrazia come principio di modernità e di equità per un rinnovamento sociale, tanto che lo stesso Michael Young nel 2001 intese dissociarsi da ogni interpretazione celebrativa sul The Guardian, rammaricandosi che la parola “meritocrazia” fosse entrata nel lessico politico del Regno con un tale fraintendimento[12]. Malgrado l’allarme riguardo ai pericoli della meritocrazia nella deriva descritta da Young, l’ideologia meritocratica ha raccolto negli ultimi decenni consistenti e illustri consensi trasversali. A partire da una constatazione dei fallimenti registrati nei servizi pubblici e nell’istruzione come generatori di iniquità, specie per le classi meno abbienti si è guardato alla meritocrazia come strumento riparatore e fattore chiave di successo garantito dall’eccellenza della leadership. L’idea di creare una classe dirigente eccellente, capace di garantire un servizio pubblico di qualità ed equo, ha avuto uno dei suoi principali interpreti nell’allora primo ministro laburista Tony Blair, che nel 2001 in Gran Bretagna istituì la Delivery Unit: una struttura di planning and control, composta da circa 50 giovani di alto profilo, incaricati di guidare i ministeri e di “consegnare” risultati concreti in termini di miglioramento. Riportò al tempo Roger Abravanel a sostegno dell’efficienza tecnocratica al servizio dell’amministrazione pubblica, le parole di Sir Michael Barber, messo a capo da Tony Blair della Delivery unit: «50 giovani bravissimi hanno cambiato la vita a 50 milioni di loro connazionali»[13].                                                                                                                         Ad accomunare i consensi è la nozione di merito come valore culturale e sociale, esito di un risultato personale dovuto all’unione della propria intelligenza in quanto intrinseca capacità di intelletto con sforzo conseguente ai comportamenti della persona. La meritocrazia è intesa come deliberato avanzamento dei migliori, indipendentemente dalla condizione sociale e dal genere, come la ricetta per abbattere nepotismo e clientelismo in nome della giustizia e dell’efficienza.                                                                                                                

La denuncia della dimensione ideologica della meritocrazia, degli effettivi fini di mantenimento della disuguaglianza e dei perniciosi effetti sugli esclusi conta numerosi adepti e numerosi studi intorno alla decostruzione della retorica meritocratica. A partire dalla difficoltà a definire il vero merito come qualità della persona nella proporzione tra “naturale talento” e volontario impegno. Ritenere poi che il merito sia accessibile oggi a tutti significherebbe ritenere di essere in una società in cui tutti i competitori hanno uguali possibilità di formazione e di accesso ai beni primari. La perseveranza, la determinazione, la scelta di “tenere duro” che descrivono i caratteri di quell’impegno che costituisce la seconda colonna, accanto al talento, del formulare il merito sono anch’essi, come il talento, fattori di cui noi non abbiamo merito né pieno controllo. Nel denunciare la retorica costruita intorno al principio del merito come illusione del mondo giusto[14], Vittorio Pelligra richiama, pur facendo salvo il valore dello sforzo individuale, gli studi dei neuroscienziati in cui le abilità concernenti l’impegno sono definite come “funzioni esecutive” che si formano in età precoce e poi perdono plasticità e in cui quindi l’influenza ambientale, in questo caso della famiglia, è determinante. Il consenso riguardo alla convinzione che il merito dipenda dalla volontà personale con la presunta scientificità di una formula ha motivazione diversa e profonda, legata a bisogni di razionalità, di ordine nel proprio ambiente sociale e di senso riguardo al mondo e destino. È il correlato della credenza diffusa secondo cui le persone generalmente ottengono ciò che si meritano. Di fronte all’evidenza contraria, per mantenere viva la funzione salvifica dell’ipotesi di un mondo giusto, la psicologia sociale ha registrato meccanismi psicologici di negazione, colpevolizzando la vittima, attribuendole la responsabilità, sino a captarne l’approvazione: «l’ipotesi del mondo giusto fa qualcosa di più, di peggio, spinge le stesse vittime a sentirsi in colpa e a pensare che in fondo, quella disgrazia e quell’altra avventura se la sono meritata. Alcune ricerche negli USA hanno messo in luce che le fasce di popolazione più contrarie alle politiche redistributive son quelle che da tali politiche potrebbero trarre maggiore sollievo. Pensano di non meritarsi l’aiuto dello stato»[15]. Questo è il meccanismo psicologico, la sottile violenza psicologica operata dall’ideologia meritocratica che giunge a generare nei “perdenti” l’introiezione della propria subordinazione e inferiorità e che ne alimenta ulteriormente la retorica, svelandone l’aspetto predatorio. Nel giudizio rispetto al merito di una persona entrano in gioco non solo qualità intrinseche e morali ma anche, come individua Nadia Urbinati, requisiti sociali determinati dal lavoro, dall’utilità sociale, dal riconoscimento pubblico: (…) i teorici moderni della giustizia hanno sempre diffidato di questo criterio (il merito) se usato per distribuire risorse. Non perché non pensano che ad essere assunto in un ospedale debba essere un bravo medico, ma perché mettono in guardia dallo scambiare l’effetto con la causa: è l’uguaglianza del trattamento e di opportunità che deve governare la giustizia non il merito il quale semmai è una conseguenza di un ordine sociale giusto[16]. Anche Robert. H Franck, economista della Cornell University, nel 2016, pur riconoscendo l’importanza di talento e sforzo riguardo a Fortuna e successo. Perché la buona sorte governa l’economia e come fare per meritarsela cita fattori accidentali non riconducibili ad essi per il conseguimento del successo, tra questi anche le probabilità della presenza di “pregiudizi di sopravvivenza” nella valutazione del successo, con la tendenza a ignorare, a pari merito, i fallimenti invisibili tra persone che sono sullo stesso piano[17].                 

Ebbene, ci sono due problemi con la meritocrazia, ma prima di identificarli va detto innanzitutto che in generale il merito è una buona cosa. Se necessito di un intervento chirurgico, voglio che sia un medico qualificato ad eseguirlo[18].

Secondo il filosofo statunitense Michael J. Sandel, il modo in cui si interpreta il successo e il cambiamento dell’atteggiamento verso il successo di questi ultimi decenni sono stati accompagnati dall’enfasi sull’equità della meritocrazia in parallelo con il celere acuirsi delle diseguaglianze di reddito e ricchezza. Ne La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti, alle stampe nel 2020[19] scritta nel contesto del post pandemia e degli esiti della globalizzazione guidata dai mercati, chi ha successo tende a considerare i risultati ottenuti come frutto del proprio personale valore e a pensare che il merito costituisca un riconoscimento da parte di un sistema che premia premiare il talento e lo sforzo. L’assunto che il successo derivi dalle pari opportunità date dall’ istruzione e da come si agisce per competere e vincere in un’economia globale permette di trascurare il concorso di altri fattori quali la fortuna, la posizione sociale, un contesto favorevole ed ha come correlato che chi fallisce ed è escluso merita a sua volta il proprio destino. La distinzione tra vincitori e vinti ha assume il volto, secondo Sandel, di una politica dell’umiliazione e di distanziamento sociale. Così vengono meno il senso di appartenenza a una comunità basata sul reciproco riconoscimento sociale con la perdita per gli esclusi della dignità del proprio lavoro e della propria presenza sociale. «E il pericolo è proprio questo: la meritocrazia svilupperebbe atteggiamenti verso il successo tra i vincitori e pure tra i perdenti che creerebbero divisioni sociali: diffondere la tracotanza tra i vincitori e l’umiliazione tra coloro che sono rimasti indietro e che si sentono dire – e probabilmente si persuadono – che le loro difficoltà siano una loro colpa. Il che getta luce su come le nostre società si siano polarizzate negli ultimi decenni[20]».

Il lato occulto della meritocrazia                                                                                                                  

A corollario della retorica del merito e del venir meno del riconoscimento sociale e dell’appartenenza comunitaria, suffragando le denunce del lato occulto della meritocrazia, stanno fiorendo indagini sociologiche sulla sofferenza, sulla disperazione sociale e sull’epidemia dei “morti per disperazione”, morti legate all’abuso di farmaci, overdose di droghe, epatopatie causate all’alcol e ai suicidi:  «Le hanno chiamate “morti per disperazione” perché erano, in vari modi, autoinflitte» ( … ) quando si diffuse l’Oxycontin come farmaco che placava il dolore, la marea montante di morte rivelò un’oscura conseguenza della selezione meritocratica: un mondo del lavoro che dà poca dignità a chi è stato rifiutato[21]». 

Così denuncia Sandel nel capitolo Dare riconoscimento al lavoro (significativamente, una delle soluzioni che egli propone). La definizione del fenomeno delle morti per disperazione e la correlazione con la meritocrazia, in particolare riguardanti la classe lavoratrice bianca e non istruita statunitense, deriva dalle indagini di due economisti di Princeton, Anne Case e Angus Deaton. In base alle loro ricerche, condotte stato per stato negli USA, non risulta alcuna correlazione convincente tra le morti per suicidio, alcol e overdose e i livelli di crescente povertà. Il divario crescente tra chi ha e chi non ha una laurea non riguarda soltanto la morte ma anche la qualità della vita, chi non ha una laurea vede aumentare i propri livelli di sofferenza, di malattia e di grave disturbo mentale e calare la propria capacità di lavorare e di socializzare (…) Un diploma di laurea triennale è diventato l’indicatore chiave dello status sociale, come se venisse richiesto ai non laureati di indossare un distintivo scarlatto con cucite le lettere BA ( Bachelor of Arts Ndt) sbarrate da una linea rossa laterale[22].

Capaci e meritevoli all’epoca delle macchine intelligenti

“Merito” è parola da onorare, come scrive la nostra Costituzione negli art.3 e 34[23]. Per onorare la pari dignità sociale, l’uguaglianza e l’acceso ai diritti conseguenti alla capacità e al merito, la Costituzione affida alla Repubblica, ai cittadini, il compito di rimuovere gli ostacoli socioeconomici. Barriere da rimuovere per non essere emarginati e avere gli strumenti per individuare e potenziare capacità atte a realizzare riconoscimento sociale, per dare avvio al riscatto sociale dell’uguaglianza e costruire, con consapevolezza e padronanza, sin dal secondo dopoguerra, una società democratica.

Con la chiarezza che occorre riguardo a un assunto di premessa: merito e meritocrazia non sono la stessa cosa. Dare vita a una nuova società meritocratica non era nelle aspirazioni dei nostri Padri e Madri costituenti. La dizione del Ministero fascista dell’Educazione nazionale fu cancellata in Viale Trastevere nel 1944 quando divenne Ministero dell’Istruzione per assicurare non il fine ideologico nazionalista e razzista della formazione fascista ma l’attuazione del diritto universale all’istruzione. Il transitare dalla rilevazione del “merito” alla formulazione di un principio meritocratico e al suo impiego sociale costituisce una scelta ideologica e politica, come lo è nell’ambito delle politiche dell’istruzione il sostituire il riconoscimento e la valorizzazione di ogni talento in un contesto educativo inclusivo e cooperante in vista di una crescita collettiva con la personalizzazione dei percorsi a seconda della condizione dell’allievo in un contesto educativo individualistico e diversificato per conquistare posizioni apicali o la seconda fila degli esclusi. Con le attuali politiche dell’istruzione orientate dalla pedagogia neoliberista della personalizzazione e del talento è in gioco il valore dell’istruzione pubblica come strumento di emancipazione dovuto a ogni allieva e allievo. È il passaggio che consente a tutti di divenire capaci e meritevoli e, soprattutto, consente di dare corso all’uguaglianza come potere di decisione politica e alla effettiva cittadinanza. Avere accesso e padronanza riguardo ai fondamenti della conoscenza prodotta dall'AI generativa significa avere il controllo sociale di dispositivi che agiscono proprio sui fondamenti del sapere con la possibilità di plasmare, configurare le basi conoscitive, le categorie di analisi di una popolazione sempre più vasta. L’adesione valoriale non può che esprimersi con l’intrapresa di un modello di sviluppo economico congruente dove non occorrono ascensori sociali e mobilità sociale per godere tutti della possibilità di una vita piena e degna. Ai nostri giorni siamo nuovamente di fronte a un salto tecnologico, un nuovo sviluppo, anch’esso celere, prodotto dell’uomo ma che ne potenzia le facoltà e i poteri sino a superarli come avvenne quando, nel tardo sviluppo industriale, con l’automazione nel lavoro meccanico, si sostituì con le macchine l’uomo. Oggi, oltre l’automazione, ancora una volta riguardo alla capacità umana di dominare con ragione e volontà il mondo si indaga sulla possibilità dello sviluppo di un’autonoma coscienza di sé del sistema IA, prefigurando scenari un tempo solo fantascientifici tra preoccupazioni apocalittiche ed entusiasti assertori. La formazione e il produrre conoscenza non sono più una esclusività umana, si condividono interazioni con macchine apparentemente dialoganti Che cosa definisce il merito, a chi attribuirlo, come conseguirlo, come divenire capaci e meritevoli e con  quale modello di istruzione I sistemi di intelligenza artificiale, lateralmente al dibattito sulle macchine pensanti o meno, sono accessibili quanto più se ne governa la logica e quanto più si ha padronanza del linguaggio in modo tale da essere in grado di formulare un prompt adeguato e corrispondente alla propria domanda o di orientarsi nei meccanismi di funzionamento di un algoritmo per individuare passaggi e ricadute negli esiti. Nulla di nuovo riguardo al fatto che la conoscenza derivi dalla meraviglia, ma se fino a ieri l’impegnativo compito dell’educazione e dell’istruzione riguardava il sollecitare lo sguardo e dare strumenti riguardo a ciò che presiede la formulazione della domanda e al metodo per indagare, oggi si aggiunge un’intensificazione di questo compito  e si  impone un quesito aperto e non rimandabile, data la velocità dei processi, riguardo a quanto sia di dovere intensificare in termini di logica, di linguaggio, di contenuti ad ampio raggio con la declinazione in più della padronanza di conoscenza tecniche e tecnologiche riguardo ai sistemi IA. Con il constatazione del quadro del disinvestimento attuale sull’istruzione pubblica, sull’università e ricerca pubblica nel nostro Paese, di un certo disinteresse trasversale sulla questione, compresa l’usuale dimensione, di fatto di solitudine, in cui operano i  ricercatori, i docenti ad ogni livello, i dirigenti, il personale e le autonomie scolastiche e compreso non ultimo l’obiettivo del MIM di ridurre persino di un anno di scuola l’istruzione secondaria di secondo grado, a partire da quella tecnica e professionale. Il rischio di generare un’ulteriore diseguaglianza e di una difficilmente colmabile distanza tra chi consegue competenze adeguate a divenire capace e meritevole è già in corso. Il ruolo dell’istruzione non basta, si tratta del futuro prefigurarsi del mercato del lavoro e del modello di sviluppo economico che lo presiede. Questione digitale e AI stanno conducendo a nuove emergenze sociali riguardo ai cambiamenti nel mercato del lavoro e all’occupazione, con nuovi profili professionali e il venire meno di altri profili. Sono in campo scelte politiche ed economiche che operano nella direzione del consolidarsi di una èlite di lavoratori, selezionati e meritevoli, competenti e liberi, a conferma dei già presenti privilegi in ordine alle differenze di classe, e di una massa di lavoratori e lavoratrici pronti all’uso o destinati alla marginalizzazione se sostituiti dalle macchine o in soprannumero. Nel 2001 Michael Young osservava su The Guardian «In una società che inneggia così tanto al merito (…) è duro venir giudicati di non averne. Nessuna classe sociale è mai stata lasciata così moralmente a nudo come questa[24]».

Rivendicare il diritto a divenire capaci e meritevoli è la premessa per una vita degna per tutti. Siamo di fronte all’alternativa tra una possibilità collettiva di conoscenza e di convivenza vantaggiosa con nuovi sistemi estranei alla dimensione biologica umana oppure un destino di regressione sociale e sofferenza per la futura moltitudine degli esclusi con, in prospettiva, la stessa élite dei vincenti inclusa. Quanto di più lontano dalla attuale celebrazione retorica e illusoria del merito, della meritocrazia, degli ascensori sociali bloccati al piano dell’emigrazione dei giovani talenti, dell’eccellenza italica e della grandezza nazionale che meritano, questo sì, un collettivo disvelamento e un risveglio del dibattito pubblico.


[1] Entrata in vigore del provvedimento: 12/11/2022 Decreto-Legge convertito con modificazioni dalla L. 16 dicembre 2022, n. 204 (in G.U. 04/01/2023, n. 3

[3] Il sistema universitario italiano non risulterebbe in grado di assorbire l’eccedenza di 20.000 ricercatori assunti con i progetti europei rispetto ai circa 20.000 contratti precari storicamente sostenuti. A proposito di investimenti al riguardo, le università hanno subito in realtà un sottofinanziamento (-5% dal 2021). Le soluzioni previste dal Governo nella Legge di Bilancio 2025 2026 riguardano fondi sufficienti per assumere 1600 ricercatori sui 4500 contratti definiti prioritari nell’ambito dei 35.000 a rischio.                                                                                          Fonti: ADI (Associazione Dottorandi e dottori di ricerca italiani) IX indagine sulla condizione del post doc presentata al Senato nel 2025    https://www.dottorato.it/adi-presenta-al-senato-lindagine-2025-sulla-condizione-del-post-doc-unintera-generazione-a-rischio-espulsione-dalluniversita-siamo-di-fronte-alla-piu-urgente-cris/

FLC CGIL FFO 2025 conferma il sottofinanziamento degli atenei e i tagli di Meloni e Bernini19 luglio 2025 https://m.flcgil.it/attualita/aumenti-nominali-tagli-reali-verita-legge-bilancio-2026-scheda.flc

[4] «Introduciamo il valore del merito con un disegno di legge che disciplina in modo chiaro il processo di assegnazione obiettivi e valutazione della performance dei dirigenti e poi prevede proprio sulla base del merito delle progressioni di carriera verso la dirigenza (…) Questo provvedimento rappresenta un passo importante che riconosce la centralità delle persone». Estratto da un’intervista del Tg2 al ministro Zangrillo, servizio 2025 03 13 https://www.youtube.com/watch?v=weaKexJ6hYI&t=25s   

[5] Trentin B. (1997) La città del lavoro. Sinistra e crisi del fordismo, 1997 Feltrinelli, Milano pag. 228.

[6] Boarelli M. (2019) Contro l’ideologia del merito, Laterza, Roma-Bari.pag.106

[7] Boarelli, op.cit. pag.43

[8] Pelligra V. Comunità disgregate. Intervista a Michael Sandel. “Pandora Rivista” 18 novembre 2025 - In occasione del Premio Berggruen Prize for Philosophy &Culture assegnato a Sandel il 14’ottobre 2025 per il suo lavoro su etica, giustizia e democrazia.

[9] Young M. (2014) L’avvento della meritocrazia Edizioni di comunità Roma-Ivrea, pag.108  

[10] Young M. op.cit. pag 112Nel capitolo dedicato allo status della lower class   

[11] Picketty T. - Sandel M.J. (2025) Uguaglianza. Cosa significa e perché è importante. Feltrinelli, Milano pag.53

[12] Young M. Down with Meritocracy “The Guardian” 28 giugno 2001.

[13] Abravanel R. Meritocrazia. l’agenda per il 2009 http://www.meritocrazia.it     

[14] Pelligra V, È l’illusione di un mondo giusto la trappola della meritocrazia, “Avvenire” 14 maggio 2023.

[15] Ibidem.

[16] Nadia Urbinati Il merito e l’uguaglianza “La Repubblica” 5 dicembre 2008.

[17] Franck R.H.  (2018) Fortuna e successo. Perché la buona sorte governa l’economia e come fare per meritarsela Luiss University Press, Roma 2016.  

[18] Picketty – Sandel op.cit. pag.53.

[19] Sandel M.J (2021) La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti, Feltinelli, MilaTitolo originale 2020 The tiranny common good? What’s become of the common good?

[20] Picketty – Sandel op.cit. pag.57.

[21] Sandel M.J. op,cit.  pag.201- 203.

[22] Case A.- Deaton A (2022) Morti per disperazione e il futuro del capitalismo, Il Mulino, Bologna pag.3.

[23] Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Costituzione della Repubblica italiana, art.3 I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi (Costituzione della Repubblica italiana, art. 34, II comma).

[24] Young M. op.cit. nota 12                                                                                                 

L'autore

Luisa Limone

Forum nazionale FLC CGIL Professionalità docente