La rivista

Politiche educative

La scuola ritirata: il valore costituzionale dell’educazione sessuo-affettiva oltre il consenso informato

In Italia, dopo un controverso dibattito sulla necessità sempre più cogente di introdurre stabilmente l’educazione sessuo-affettiva sin dalla scuola dell’infanzia e proseguirla per tutti gli ordini e gradi di scuola, è stata emanata la legge n. 104 Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico, entrata in vigore il 7 luglio 2026 e derivante da un ddl del Ministro Valditara. Una scelta normativa contestata da ampi settori della società civile e che ha dato vita ad una recente iniziativa referendaria dal titolo «Sì Educazione Affettiva nelle scuole» finalizzata all'abrogazione totale della legge 104/2026[1]. La legge 104 è nota ed esigua: è composta da tre articoli che di fatto escludono l’educazione sessuo-affettiva nella scuola dell'infanzia e nella scuola primaria – fatte salve le Indicazioni nazionali del 2009 n. 89 – e la introducono parzialmente nella scuola secondaria, subordinandola al consenso informato da parte dei genitori o dello studente maggiorenne previo esame dei materiali didattici. In caso di mancata adesione alle attività proposte la scuola sarà tenuta a garantire agli studenti la fruizione di attività formative alternative, in modo da evitare discriminazioni e garantire il diritto all’istruzione a tutti gli studenti.

La legge, a mio avviso, ha una portata fortemente ideologica e antistorica, poiché nega esplicitamente l’intervento educativo nella scuola dell’obbligo (per la fascia di età 0-13) e ribadisce la delega, o per meglio dire, l’antico monopolio educativo della famiglia su questi temi che, dovremmo oramai saperlo, sono parte integrante della stessa educazione alla vita democratica e, quindi, non possono essere lasciati in balia delle famiglie. Una scelta che il Ministro dichiara esplicitamente quando afferma che la legge intende ridare «voce ai genitori sulle tematiche dell'identità di genere per i figli adolescenti minorenni», restituendo «ai genitori il diritto di educare i figli»[2]. Genitori i quali, storicamente, si sono rivelati per lo più inadeguati ad accompagnare lo sviluppo sentimentale dei propri figli proprio perché vittime anch’essi del medesimo silenzio educativo e oggi, inoltre, travolti da una società complessa e in rapida trasformazione che rende sempre più difficile intercettare i bisogni dei giovani e il loro benessere relazionale[3]. In secondo luogo, con questa legge l’Italia si colloca fra i pochi paesi europei che ancora non prevedono percorsi curricolari stabili e continuativi di educazione sessuo-affettiva in tutti gli ordini e gradi di scuola: il governo italiano, così, si mostra indifferente sia alle numerose raccomandazioni provenienti da organismi internazionali[4] – dall’Organizzazione Mondiale della Sanità all’UNESCO, dal Parlamento Europeo alla Convenzione di Istanbul – sia all’emergenza socio-culturale ed educativa di questo nostro tempo storico, che registra episodi di violenza di genere drammatici e inequivocabilmente sessisti, compiuti anche da giovani minorenni[5]. Indizio tangibile, questo, di un vuoto educativo che ha contribuito a mantenere in vita, in modo più o meno inconsapevole, la cultura della violenza sessista e che obbliga noi adulti – educatori già solo per età anagrafica – a interrogarci sulle nostre responsabilità spesso disattese o, nel migliore dei casi, erroneamente interpretate. Ancora, la legge, introducendo il consenso informato, vanifica la libertà di insegnamento (art. 33 della Costituzione), il cui rango costituzionale nelle intenzioni del legislatore serviva a tutelare la scuola da ogni influenza totalitaria, ideologica o confessionale riaffermando il principio dello stato laico; e vanifica il diritto all’istruzione per tutti (artt. 2, 3, 33, 34 della Costituzione) che si colloca a fondamento della stessa democrazia, la quale non potrebbe esistere né svilupparsi con una popolazione non solo scarsamente alfabetizzata ma anche priva di una consapevolezza critica. Un diritto all’istruzione che prevedeva l’impegno attivo delle istituzioni alla rimozione delle diseguaglianze di ordine economico e sociale (art. 3 Costituzione) – fra queste quella fra i sessi è una delle più antiche e difficili da estirpare proprio perché è radicata nelle mentalità – che di fatto impediscono il pieno sviluppo della persona umana. La scuola, così, avrebbe dovuto avere, nelle intenzioni del legislatore, un ruolo cardine nel progetto di costruzione di una società antifascista e democratica – quindi fondata sulla parità – educando al dialogo democratico come habitus mentale, alla parità fra i sessi, alla uguaglianza, alla solidarietà e alla cooperazione, alla ricerca conoscitiva come dimensione dialogica, scientifica, cooperativa e antidogmatica[6]. Infine, la legge contribuisce ad abbandonare nella medesima povertà educativa quei ragazzi che non potendo confrontarsi in famiglia su temi così importanti finiscono per non avere chance di confronto neanche nella scuola, spazio elettivo di formazione che, invece, potrebbe fare la differenza.

I numeri del vuoto educativo

È invece indispensabile, a mio avviso, inserire l’obbligatorietà dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole di ogni ordine e grado in modo stabile e continuativo, investire nella formazione degli insegnanti su vasta scala, coinvolgere gli esperti del settore e la rete dei servizi operanti sul territorio. E ciò dovrebbe essere fatto per tante ragioni. In primo luogo, perché l’educazione sessuo-affettiva è parte integrante e fondativa della stessa educazione alla democrazia, come abbiamo già detto, e va quindi assunta integralmente dal sistema formativo pubblico. In secondo luogo, perché la violenza contro le donne che affolla la cronaca quotidiana è un fenomeno strutturale della nostra società – non contingente ed emergenziale – che richiede tempi lunghi e processi educativi intenzionali e su vasta scala per sradicarsi dalle mentalità, dalle prassi, dalle relazioni interpersonali, dalla vita privata e pubblica[7]. Non è un caso, infatti, che questa violenza contro le donne coinvolga oggi anche i giovanissimi cresciuti, formalmente, in una società democratica. L’ultimo report di Save the Children (2026), dal titolo Stavo solo scherzando. Nuove evidenze sulla violenza nelle relazioni tra adolescenti, mette in evidenza che 1 adolescente su 4 è stato vittima di atteggiamenti violenti all’interno di una relazione con schiaffi, pugni, spinte, lancio di oggetti; 1 su 3 è stato geolocalizzato dal partner; più di 4 adolescenti su 10 sono stati importunati con commenti e avances sessuali in rete[8]. L’investimento educativo, quindi, diventa di centrale importanza e deve coinvolgere il sistema formativo nella sua interezza, mettendo in rapporto dialogico e collaborativo famiglie, scuola, sistema sanitario, servizi territoriali, centri antiviolenza.

L’Unesco, per uniformare l’educazione sessuale nel sistema formativo dei vari paesi europei, propone la formula di «Comprehensive Sexuality Education» (CSE), che diffonda una cultura dei diritti, dell’uguaglianza di genere, e combatta i fenomeni della violenza e della discriminazione sessista (omolesbobitransfobica) e patriarcale[9]. Ricevere un’educazione sessuo-affettiva dovrebbe significare, così, già dalla prima infanzia, acquisire gli strumenti culturali che permettano – a uomini e donne – di collocarsi consapevolmente nella rete di relazioni, contesti, sistemi ed esperienze nelle quali si è immersi; di collocarsi nella storia ricostruendo la propria genealogia di genere e i modelli di femminilità e mascolinità imposti socialmente; di decostruire gli stereotipi e i pregiudizi, più o meno espliciti, veicolati dal linguaggio; di disvelare i silenzi e i rimossi della cultura che operano in modo pervasivo e nascosto condizionando le esistenze di individui e gruppi. Avviare tutto questo sin dalla scuola dell’infanzia, affidandolo alla competenza di educatori formati adeguatamente, è prezioso e inderogabile. Dalla ricerca psico-pedagogica sappiamo, infatti, che i primi anni di vita costituiscono una fase fondamentale per lo sviluppo della consapevolezza emotiva, della conoscenza del proprio corpo e del rispetto dei confini personali[10].

Cos'è (e cosa non è) la prospettiva di genere

Infine, il Ministro Valditara dichiara che la legge mira a tutelare «i bambini dalla confusione della propaganda gender»[11]. Mi dispiace constatare che anche il Ministro sia portatore di un fraintendimento che in questi anni ha alimentato paure irrazionali, scatenando il dibattito pubblico su una inesistente «ideologia gender» con forze cattoliche e conservatrici (ProVita, Manif pour tous Italia) che hanno denunciato la volontà di dar vita a percorsi di manipolazione psicologica, volti a condizionare l’orientamento sessuale dei bambini attraverso forme di iniziazione all’omosessualità, alla pornografia e alla promiscuità sessuale. È importante ribadire che non esiste una propaganda gender, termine che sottende un’azione fraudolenta, persuasiva, occulta e violenta sull’altro manipolandone la volontà e autodeterminazione. Sarebbe del tutto contraria ai principi di una relazione autenticamente educativa, che è invece fondata sull’accompagnamento dei soggetti nella costruzione delle risorse necessarie per la loro realizzazione[12]. Il genere non è una ideologia, bensì indica quel costrutto socio-culturale, storicamente determinato dai micro e macro-contesti nei quali viviamo, che ha connotato le differenze fra i generi attribuendo in modo prescrittivo e fortemente contrapposto ruoli sociali, funzioni, compiti, comportamenti consentiti o interdetti[13]. Assumere una prospettiva di genere - categoria interpretativa presente in una pluralità di campi del sapere - in un contesto educativo non significa imporre comportamenti o scelte, bensì accompagnare l’altro dentro un processo di conoscenza di sé e degli altri, che disveli i processi socio-culturali nei quali siamo immersi. Cosicché, imparare a decodificare i processi comunicativi, i rapporti di potere ed egemonia, le diseguaglianze, i silenzi, i pregiudizi e gli stereotipi presenti nella nostra cultura e nel nostro campo di vita, con il fine di combatterne proprio le distorsioni che portano all’annientamento dell’altro e delle diversità, significa offrire una chance di autodeterminazione più libera e consapevole del sé individuale, che vada oltre quelle gabbie di genere che la società ha costruito[14]. L’intento è quello di promuovere le opportunità di realizzazione e auto-determinazione degli individui, non di inibirle; l’intento è quello di promuovere una società autenticamente e sostanzialmente democratica fondata sulla parità, sul rispetto, sulla convivenza pacifica e collaborativa, sulla solidarietà e sull’inclusione/valorizzazione delle differenze. Valori laici e costituzionalmente sanciti.


[3] Cfr. A. Oliverio Ferraris, Famiglia, Bollati Boringhieri, Torino 2020. Sulla crisi della paternità cfr. un classico L. Zoja, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri, Torino 2000.

[4] Cfr. F. Borruso, C. Covato, Differenze di genere, politiche europee e realtà del sistema scolastico italiano, in M. G. Delgado, M.F. Lorenzo, C. Machado-Trujillo (Eds.), Transferencia, transnacionalizaciòn y transformaciòn de las polìtica educativas (1945-2018), Farenhouse, Universidad de la Laguna, Salamanca, 2020, pp.257-264.

[5] Cfr. G. Burgio, Adolescenza e violenza. Il bullismo omofobico come formazione della maschilità, Mimesis Edizioni, Milano, 2017.

[6] Cfr. P. Calamandrei, Scritti e discorsi politici, a cura di N. Bobbio, voll. 3, Firenze, La Nuova Italia 1966.

[7] Vedi un recente numero di Micromega, Liberiamoci del patriarcato, n. 2, 2024.

[10] Cfr. S. Demozzi (a cura di), Oltre gli stereotipi. Promuovere l’educazione al genere nell’infanzia, Zeroseiup edizioni, Trento 2023.

[12] Cfr. A.G. Lopez, Pedagogia delle differenze. Intersezioni, tra genere ed etnia, ETS, Pisa 2019.

[13] Cfr. C. Covato, Idoli di bontà. Il genere come norma nella storia dell’educazione, Unicopli, Milano 2014.

[14] I. Biemmi, S. Leonelli, Gabbie di genere. Retaggi sessisti e scelte formative, Rosenberg & Sellier, Torino 2016.