L’8 marzo ritorna ogni anno e anno dopo anno ci ritroviamo a parlare della Giornata internazionale della donna in contesti storici sempre più complessi. Guerre, crisi economiche e tensioni geopolitiche stanno ridefinendo gli equilibri globali e, come spesso accade nella storia, le donne sono tra le prime a pagarne le conseguenze.
Guardando ai dati, la parità di genere resta un obiettivo ancora lontano. Secondo il Global Gender Gap Report 2024 del World Economic Forum, il divario globale tra uomini e donne è oggi colmato solo per il 68,5%. Con il ritmo attuale di progresso, la piena uguaglianza non verrà raggiunta prima di circa 134 anni. Il rapporto analizza quattro dimensioni fondamentali – istruzione, salute, economia e rappresentanza politica – e mostra come i miglioramenti siano molto disomogenei. Se in alcuni ambiti, come l’accesso all’istruzione, il divario si è ridotto significativamente, nelle sfere economiche e politiche la distanza resta molto ampia. Sono proprio questi i settori dove si concentrano potere, reddito e capacità decisionale.
La disuguaglianza economica continua a essere uno dei nodi principali. Nonostante l’aumento dell’occupazione femminile in molte regioni del mondo, le donne restano sottorappresentate nei lavori meglio retribuiti e nelle posizioni di leadership. A questo si aggiunge il peso del lavoro domestico e di cura, che continua a ricadere in larga misura su di loro. Secondo analisi internazionali sul lavoro globale, considerando insieme lavoro retribuito e lavoro non pagato, le donne lavorano mediamente più ore complessive degli uomini ma ricevono una quota molto inferiore del reddito globale (World Inequality Report; UN Women, 2024). A questa disuguaglianza strutturale si affianca un fenomeno ancora più drammatico e diffuso: la violenza di genere. In Italia il 31,9% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale, pari a circa 6,4 milioni di persone (ISTAT, La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, 2025).
Le statistiche mostrano un dato ricorrente e drammatico: la violenza più grave avviene spesso nello spazio privato. Secondo i dati del Ministero dell’Interno, 120 sono state le donne uccise nel 2023, 116 nel 2024 e 97 nel 2025 con la grande maggioranza degli omicidi in ambito familiare o affettivo. Numeri che dimostrano come la violenza di genere non sia un’emergenza occasionale, ma un fenomeno strutturale su cui il governo dovrebbe intervenire seriamente. Purtroppo si continua ad andare in tutt’altra direzione: disegni di legge come quello sulla violenza sessuale, che sostituiscono il “consenso libero e attuale” con il “dissenso”, rivelano una scelta politica preoccupante, tutelando gli abusanti e costringendo le donne, nelle aule dei tribunali, a subire una rivittimizzazione continua, solo per essere credute. E come se non bastasse, mentre i casi di sopraffazione e violenza aumentano vertiginosamente, coinvolgendo sempre più giovani – sia come vittime che come aggressori – il governo continua a negare l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, perdendo un’occasione fondamentale per prevenire questi drammi.
Se la disuguaglianza e la violenza restano problemi strutturali in tempi di pace, la situazione peggiora ulteriormente nei contesti di conflitto. Oggi il numero di guerre e crisi armate è tornato ai livelli più alti dalla fine della Guerra fredda, e l’impatto sulle donne è particolarmente evidente. Lo sfollamento aumenta il rischio di sfruttamento, tratta di esseri umani e violenza durante la fuga o nei campi profughi e oggi la violenza sulle donne è diventata endemica in tutti i conflitti: in Afghanistan, Iraq, Siria, Sudan, Ucraina e altri Paesi la guerra si è incisa nelle donne attraverso torture sessuali, uccisioni, sparizioni e mutilazioni di bambine, abusi e sfruttamento sessuale, schiavitù sessuale e stupro[1]. Inoltre durante o a seguito dei conflitti molte delle donne che sopravvivono diventano capofamiglia e perdono tutte le libertà guadagnate, il lavoro e l’accesso ai servizi di base quali istruzione, sanità, welfare.
Nonostante siano tra le principali vittime dei conflitti, le donne restano tuttavia largamente escluse anche dai processi di pace. A più di vent’anni dalla risoluzione ONU 1325 su Donne, pace e sicurezza, la loro presenza nei negoziati diplomatici e nei tavoli decisionali resta minoritaria. Il paradosso è evidente: chi subisce maggiormente le conseguenze delle guerre raramente partecipa alle decisioni che potrebbero porvi fine.
Per questo oggi l’8 marzo non può essere una ricorrenza simbolica. Piuttosto un promemoria. Ricorda che la parità non è un traguardo già raggiunto, ma un processo incompiuto che ricorda che ogni volta che il mondo entra in crisi – quando arrivano le guerre, le emergenze e le fratture sociali – i diritti delle donne sono spesso i primi a indebolirsi.
Difenderli, allora, non riguarda solo le donne. Riguarda la qualità delle democrazie, la stabilità delle società e il futuro stesso delle nostre libertà.