Viviamo tempi duri. Il ventunesimo secolo è iniziato all’insegna di guerre, corsa agli armamenti, crisi economiche ricorrenti, aumento delle diseguaglianze e delle povertà, emergenze ambientali. Fare l’elenco di tutto ciò che di tragico ci sovrasta ci porterebbe lontano. E non si tratta di essere catastrofisti. Basta guardarsi intorno, sentire anche i discorsi della gente sugli autobus o nei bar…
Ma la politica, a livello globale, sembra vivere in un altro pianeta.
A gennaio di ogni anno si celebra il Giorno della Memoria. In Italia è stato istituito con una legge del 2001 per non dimenticare l’orrore della Shoah, le deportazioni di ebrei, militari, oppositori politici, zingari… nei campi di sterminio nazisti.
Era il 27 gennaio 1945 quando un’avanguardia dell’Armata rossa arrivò nel campo di Auschwitz. I filmati di allora mostrano i volti tra l’incredulo e lo stupefatto di quei soldati davanti allo spettacolo di inumanità che si ritrovarono di fronte.
Dal 2001 in poi Articolo 33 e Proteo Fare Sapere hanno celebrato e rinnovato il ricordo di quell’orrore affinché si diffondessero gli anticorpi politici, culturali, emotivi utili a combattere nuovi orrori, nuove guerre, nuovi genocidi. Lo abbiamo fatto con la convinzione che fosse un dovere morale e educativo.
Da qualche anno il Giorno della Memoria sembra solo una celebrazione rituale, un contentino per le nostre coscienze, visto che siamo impotenti, quando non indifferenti a quanto accade intorno a noi. Ancora guerre, ancora genocidi. Ancora prepotenze e aggressioni da parte di chi si ritiene più forte e sa di essere impunito.
Nel ventunesimo secolo la memoria è stata cancellata. Persino i discendenti delle vittime sono diventati carnefici. In questi tempi incerti scegliere da dove cominciare non è mai neutrale. Per questo nel numero di gennaio di Articolo 33 abbiamo provato a interrogarci sui vuoti della memoria, su ciò che resta ai margini del racconto ufficiale, volutamente o per noia, sulle storie che faticano a trovare spazio perché scomode, lontane o perché mettono in discussione equilibri consolidati. La memoria, se vuole restare viva, deve saper guardare anche alle ferite aperte del presente e alle verità incompiute, a chi ha pagato un prezzo alto per aver cercato di raccontarle.
Oggi più che mai suonano attuali le parole che Primo Levi scrisse nel 1947, poiché quel che è stato, è ancora.
Se questo è un uomo
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi