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Politiche educative

29 aprile 2022

Pedagogia del ritorno: l'intervista a Raffaele Iosa

Fin dall’inizio della guerra, hai affrontato la questione dell’accoglienza scolastica dei minori ucraini, mettendo in rilievo le differenze rispetto alle esperienze pregresse. Hai più volte detto: “Non sono migranti, sono profughi”.  Vuoi spiegarci quali sono le specificità di questo esodo rispetto al passato?

Questa grande e veloce fuga dall’Ucraina soprattutto di mamme e bambini ha caratteri molto diversi da quelli che normalmente chiamiamo “migranti economici”. Sono usciti dal paese, ormai in cinque milioni, per salvare i piccoli e per tornare salvi il prima possibile. Molti segnali ce lo confermano. Intanto, uno di carattere intimo e personale: tutte le mamme ucraine hanno nella borsetta le chiavi di casa (se non è stata distrutta), una foto con la famiglia intera quando la vita andava bene (la memoria che vive), e il cellulare sempre acceso perché uno della famiglia è rimasto là: il compagno/marito e babbo dei suoi figli (il desiderio del ritrovarsi). Ricordiamoci sempre che alcuni bambini ucraini appena arrivati potrebbero diventare orfani in questi giorni, e il loro padre verrebbe sepolto senza un funerale. C’è dunque un’emozione collettiva sulla fuga come necessità, non come inizio di un’altra vita. Chiediamoci poi perché così pochi in Italia: appena 100.000 nonostante la comunità ucraina in Italia sia più del doppio. Circa quattro milioni e passa di ucraini stabiliti tra  Polonia e  Slovacchia sono dovuti a due questioni. La prima forse poco nota: le loro lingue sono molto vicine: il polacco e il ruteno sono più simili all’ucraino che il russo. Come sempre, la lingua è questione culturale ma anche politica. I veri “fratelli linguistici” degli ucraini non sono i russi, che al massimo sono cugini. La seconda questione è ovvia: i due paesi sono vicini al confine ucraino. Per Pasqua più di un milione sono tornati per qualche giorno al loro paese. Infine il confine è più “poroso” di quanto si pensi tra il partire e il tornare. Dipende dalla guerra ovviamente, e dove è più drammatica. La voglia di tornare è immensa.

Ma c’è qualcosa di più, che i dati ufficiali non dicono. Gran parte degli ucraini profughi da noi appartengono al ceto medio urbano, più in grado di attrezzarsi e meno timoroso dell’espatrio. Un ceto medio che ha anche interessi (e valori naturalmente), radici concrete per tornare, qualsiasi sia l’esito della guerra. E ancora: pochi sanno che le donne tra 25-34 anni sono al 60%  laureate (in Italia il 31%). E infine, qualsiasi sia la nostra opinione su questa guerra, non c’è dubbio che gran parte dei cittadini ucraini (anche i russofoni) stanno vivendo una specie di “stato nascente” effetto reattivo dell’aggressione russa. Difendersi e resistere quindi ha effetti al di là delle questioni geo-politiche, ma soprattutto sociali e di nascente identità nazionale. L’Ucraina è uno stato indipendente dal 24 agosto 1991 non per una “conquista” ma come effetto del disfacimento dell’URSS. Questo spiega anche i 31 anni difficili di autonomia nella fase di transizione ad una società di mercato e una democrazia rappresentativa. Questa guerra muta di colpo l’identità nazionale. Dunque: perché restare lontani sempre? Sarebbe quasi un tradimento.

Su questo si fonda la tua idea di “pedagogia del ritorno”. In che cosa consiste concretamente?

Una pedagogia del ritorno non è mai davvero esistita prima di questo evento. La nostra accoglienza di cittadini stranieri è fondata finora sull’idea che resteranno per sempre. Da qui la questione dell’italiano e l’importante tema dello Ius scholae.  Fortunatamente l’Italia non ha modelli troppo identitari tipo il francese (che ha persino classes d’acceuil separate quando arrivano), ciò aiuta a mantenere in qualche modo anche il senso delle radici nazionali. Ma che si voglia o meno – pur nel rispetto (a volte generico) delle loro radici - l’accoglienza li italianizza. Nel caso dei bambini e ragazzi ucraini è invece del tutto diverso. Nessuno di loro è interessato ad acquisire la nostra nazionalità. Per capirci, su 100.000 arrivi solo in meno di 600 hanno chiesto l’asilo politico.

Ma in più ci è arrivata addosso una evidenza del tutto inattesa: praticamente tutti i bambini e ragazzi dalla classe 1 alla classe 11 sono arrivati qui con le coordinate digitali per attivare ogni giorno una specialissima Dad con i loro ingegnanti ucraini, e il loro Ministero ha attivato un settore del sito web dal titolo emblematico “education in wartime” in cui sono contenute moltissime lezioni asincrone per aiutare chi non riesce a collegarsi. Tutti i loro insegnanti, in qualsiasi paese d’Europa siano o dall’Ucraina stessa stanno lavorando intensamente. Non mi era mai accaduto vedere un evento così straordinario: la scuola è aperta nonostante la guerra. Ricordo personalmente le guerre jugoslave, il Kosovo, erano forse altri tempi anche nelle tecnologie. Ma questo evento pedagogico encomiabile ci insegna ancora di più il loro obiettivo di non perdere nessuno e dare a tutti l’opportunità di continuare a studiare. Dunque: si noti che solo metà dei ragazzi ucraini in Italia si sono iscritti ad una scuola italiana.  Ebbene per una buona parte, soprattutto i 13-17enni, si collegano regolarmente con i loro insegnanti, insomma fanno scuola come noi ai tempi del Covid nel lockdown del 2020. Ricevono compiti per casa e voti! Cosa gli serve oggi la scuola italiana?

Dunque: come si fa a pensare di “accoglierli” e considerare questa Dad solo come un “accessorio” che deve stare un passo indietro al curricolo italiano? E quando poi? A due mesi della fine dell’anno scolastico? Così chiederebbe una nota del MI del 24 aprile, che a me pare sul punto sbagliata. 

I vari Ministeri del consiglio d’Europa stanno condividendo con l’Ucraina una piattaforma di materiali didattici interessanti. Dunque, la preoccupazione riguarda l’anno scolastico prossimo.

È evidente che molti resteranno, anche dei ragazzi più grandi. Per questo io immagino e sto studiando un modello di” pedagogia del ritorno” che preveda una specie di “didattica binaria”, in cui una parte del curricolo può essere svolta dagli insegnanti italiani, un’altra parte online dai colleghi ucraini. Potremmo anche utilizzare studenti universitari ucraini e alcune mamme laureate, ma l’idea di mantenere un contatto visivo e umano con i propri insegnanti a me pare la migliore.

Si tenga conto poi che il sistema scolastico ucraino si sviluppa in 11 anni prima di accedere all’università, noi invece in 13. Dobbiamo quindi “adattare” il loro inserimento nelle classi e il loro curricolo in modo meticcio con il nostro, altrimenti tornerebbero in Ucraina con meno anni validi per il loro prosieguo degli studi.

Ma una buona pedagogia del ritorno non è solo questioni di curricoli. Ha anche delicatissime questioni psicopedagogiche. Sappiamo bene che al loro ritorno in patria sarà più facile ricostruire le case dalle macerie che le loro coscienze e la loro anima. La guerra produce sempre lutti e rancori durissimi da superare. Su questo aspetto il nostro ruolo non può essere “predicatorio” di una qualche astratta “educazione alla pace”, ma centrato sull’ascolto, l’empatia, il saper condividere la loro sofferenza ma anche il saper gestire bene la loro resilienza. A me pare un’esperienza molto interessante dal punto di vista professionale per gli insegnanti italiani.

La scuola italiana è attrezzata per affrontare questa nuova emergenza, che richiede, ancora una volta dopo la pandemia, di ripensare metodi, contenuti e persino il proprio ruolo per dare risposte “di significato” ai bisogni di chi fugge dalla guerra? Quali i punti di forza, quali gli errori da evitare?

Su temi complessi come questi non esiste una scuola italiana, ma le molte scuole in Italia. Ci saranno molte scuole che capiranno, sapranno essere flessibili e sapranno seguire questi bambini e ragazzi con mitezza, creatività, magari perfino creando contatti con i colleghi ucraini. L’esperienza è del tutto nuova per tutti, ma non è impossibile e soprattutto potrebbe far crescere competenze più raffinate nella relazione educativa. Come è accaduto con il Covid nella primavera del 2020, almeno. Ma ci saranno anche altre scuole, spero di meno, che considereranno questi ragazzi un “fastidio” in più, magari senza dirlo direttamente. E quindi proverebbero semplicemente a trattarli da BES, come ahimè suggerisce sempre la nota MI del 24 aprile scorso. Cioè su cosa dispensarli e su come compensarli. Come fossero discalculici.

Penso dunque servano almeno indirizzi politici chiari e sinceri da parte del Ministero italiano, ma anche una discussione e promozione svolta dalle diverse forme di rappresentanza della scuola, dalle associazioni professionali, l’università, i sindacati. Serve cioè creare una comunità professionale che almeno condivida le necessità per favorire il miglior ritorno possibile.

Sappiamo che, per ora, ad essere interessate sono soprattutto le scuole dell’infanzia, primarie e, in parte, del primo grado. Ma è presumibile che gli arrivi aumentino anche tra gli alunni più grandi. E le modalità di accoglienza non possono essere le stesse. Quali indicazioni ti sentiresti di dare?

C’è il problema, che ho già anticipato, del diverso percorso del loro curricolo dell’obbligo. Ad esempio la loro “primaria” dura quattro anni, la secondaria cinque, la superiore due o tre. I ragazzi ucraini si iscrivono all’università tra i 17 o i 18 anni. Noi ai diciannove. È un problema serio non solo in quale classe collocarli in Italia, ma anche come adattare il loro curricolo al nostro e viceversa. Un’esperienza di mutualità educativa molto interessante, che potrebbe aiutare anche noi ad avere maggior consapevolezza sui “salti” da un ciclo all’altro, che loro hanno meno di noi. Il loro sistema scolastico è “progressivo”, tutto nella stessa scuola da 6 a 17 anni. Ha flessibilità e indirizzi dedicati. Serve quindi conoscere meglio il loro sistema. E forse potremmo così imparare qualcosa.

Nei processi migratori in genere mantenere i legami con le proprie origini è importante per salvaguardare la dimensione identitaria. A maggior ragione lo è quando la prospettiva non è restare ma far ritorno in patria quanto prima possibile. Che cosa si può fare per favorire un ruolo attivo della comunità ucraina nella vita dei bambini e dei ragazzi e valorizzare il senso di appartenenza?

La comunità ucraina è una base sociale d’aiuto importante. Svolgere un’esperienza scolastica italiana “binaria” potrebbe permettere loro di continuare la loro scolarità ucraina aggiungendo alcuni aspetti di conoscenza e vita italiana che potrebbero essere loro molto utili. Utili a loro e a noi, la sprovincializzazione è utile sempre per tutti i nostri ragazzi. Così si creano amicizie culturali e umane utili a tutti. Comunque avere una “base” d’aiuto della comunità ucraina è importante, potrebbe essere utile avere contatti e collaborazioni con tutti gli ucraini in Italia. Ma, lo ripeto ancora, oggi il mondo digitale permette di realizzare anche comunità virtuali che se ben gestite potrebbero essere quanto mai utili.

Che cosa può imparare la scuola italiana da questa esperienza?

Mi verrebbe una risposta simile alla precedente: molte scuole un bel po’ di cose inedite, altre quasi nulla. Mi voglio però qui soffermare su alcuni aspetti di mutualità educativa che potremmo imparare dal loro mondo scolastico, se ce lo facciamo raccontare e sappiamo condividerlo almeno culturalmente.

Ne racconto qui solo alcuni da me visti, brevemente, che sembrano essere molto utili anche da noi.

Ad esempio, nella loro scuola la didattica avviene sempre per laboratori, in modo totale dalla classe 5 in su. Lezione-laboratorio di 45 minuti, pausa di 15 nella quale si passa a un altro laboratorio, l’insegnante sta fermo nel suo laboratorio, si muovono  gli studenti. La laboratorialità favorisce l’attivismo didattico.

Il primo e ultimo giorno di scuola sono grandi feste collettive, gioiose e fiorite,  i genitori hanno diritto ad un giorno di ferie, vengono chiamati “giorno del sapere”. La scuola offre una molteplicità di eventi e attività aggiuntive anche d’estate, dagli scacchi, all’ecologia, alle colonie estive. Molto praticato lo sport.

E, infine, la disciplina “educazione al lavoro”. Un ragazzo ucraino troverà strano che l’aula venga pulita dalla bidella, che a mensa i ragazzi non servano ai tavoli a turno, non preparino le aiuole a primavera del giardino della scuola o della città. Ogni scuola ha un teatro, un museo, una falegnameria, una sartoria, aule informatiche, atelier di arte varia, ecc... Molto utilizzati. Sinceramente ho visto più Dewey di “scuola e società” lì che nella gran parte delle scuole italiane. Forse da noi potrebbero imparare qualcosa sull’inclusione degli studenti con disabilità, settore in cui ci stanno provando da poco. Sempre che la nostra inclusione funzioni, e non sempre è vero.

L'autore

Manuela Colaps