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SUI GENERIS - Questioni di parità

Amore molesto

Anche il tempo della violenza ha avuto la sua quota rosa, una quota davvero cospicua se si guardano i dati più recenti sul femminicidio nel nostro paese. Ogni tre giorni circa una moglie, una compagna, una ex viene uccisa, spesso con inaudita ferocia, da quello che era stato il compagno della sua vita, il padre dei suoi figli. Anzi non sono mancati i casi in cui la violenza si è abbattuta sui figli stessi dell’omicida, vissuti forse in quel momento solo come emanazioni solidali della donna su cui si scatena la ferocia. E contrariamente a quello che ci si aspetterebbe, sempre più spesso gli autori di tanta violenza sono le brave persone della porta accanto, i bravi ragazzi, i grandi lavoratori. Le interviste ai vicini o ai colleghi sgomenti non fanno che confermare quasi sempre l’immagine di una persona educata e tranquilla, magari riservata, chiusa; tutt’al più si parla di frequenti litigi intercettati attraverso le pareti.

Raramente il femminicida, corrisponde al profilo – questo magari sarebbe rassicurante – del disturbato, del violento, dello psicotico; no il femminicida è inquietantemente “normale”.

Ma la rabbia improvvisa, l’aggressione violenta, così come il crimine premeditato, difficilmente sono episodi isolati, ancorché estremi.

Lo scenario più frequente e più comune è quello di dissidi e incomprensioni sfociati sempre più spesso nella violenza: spintoni, schiaffi, strattonamenti da parte del marito/fidanzato/compagno, un maschio con una debole resilienza di fronte alle frustrazioni (reali o immaginate), con una soglia emotiva molto bassa.

Sono le analisi che seguono ogni fatto di cronaca, le cause più o meno esplicite che vengono enumerate riguardano sempre la provenienza di lui, la sua educazione, la sua storia familiare, le sue frustrazioni sociali, la cultura dell’ambiente di appartenenza, la fragilità emotiva, la resistenza al cambiamento. Persino i frequenti episodi che vedono responsabili gli appartenenti alle forze dell’ordine (molte donne sono state minacciate o uccise con una pistola d’ordinanza) trovano specialisti pronti, se non a giustificare, a presentare una accurata analisi psicologica, che mette in relazione la sovraesposizione fisica ed emotiva sul lavoro alla violenza domestica.

La paura e la vergogna

Difficilmente però si indaga sul mistero di una donna che sopporta in silenzio, per mesi o per anni, proibizioni, insulti, disprezzo, botte. È il grande problema mai affrontato a fondo, che cosa cioè impedisce a molte donne la più naturale e immediata delle reazioni umane di fronte all’aggressione ingiustificata: la rabbia, l’indignazione, il disprezzo. Spesso si tratta di paura, paura che la violenza possa aumentare, paura che siano coinvolti i figli, vergogna nel caso i comportamenti dell’aggressore diventino di dominio pubblico. Le donne tacciono, nascondono i segni della violenza sul corpo con giustificazioni reiterate e poco credibili, sono caduta, ho urtato, mi sono scottata con la pentola; spesso queste bugie sono ripetute e sottoscritte al posto di polizia di un pronto soccorso, dove molte volte sono state accompagnate dallo stesso aggressore, per tardiva pietà o per paura di essere smascherato.

La paura non basta però a spiegare questa sorta di tacita complicità, le radici sono probabilmente più profonde. Una ormai lunga esperienza di sportelli antiviolenza ci ha insegnato che donne di estrazione sociale e culturale diversa, pur soffrendo il comportamento violento, si recano ai punti di ascolto più per bisogno di sfogo e ricerca di complicità che per la volontà reale di intraprendere un percorso. Eppure i vissuti di coppia descritti sono spesso improntati al disprezzo e alla svalutazione quotidiana e alla sberla facile da parte del partner. Il leitmotiv delle narrazioni delle donne è il più delle volte «non è cattivo», «è vittima del modello paterno», «ce l’ha con le donne perché la mamma li abbandonò quando era piccolo». Sono solo alcuni esempi, piuttosto frequenti, delle giustificazioni con cui molte vittime cercano di motivare il comportamento violento dei loro compagni.

Ma questa è ancora un’analisi parziale. Spesso persino donne colte, autonome, talvolta con un antico vissuto di militanza femminista riescono a giustificare la violenza – in questi casi quasi sempre verbale o psicologica più che fisica – di un compagno.

La sottomissione inconsapevole

Ci sono poi altri contesti sociali e culturali che, mutatis mutandis, presentano molte affinità con le realtà fino ad ora descritte. Le periferie degradate, i quartieri poveri o violenti sono pieni di ragazze sfrontate e aggressive che confessano di avere smesso di fare sport, di uscire con le amiche, persino di andare al mare con i parenti o di frequentare la scuola perché «il mio fidanzato non vuole», perché «è geloso», «è possessivo», «lui non ammette certe cose», «lui si comporta così perché a me ci tiene veramente».

In questi contesti spesso, quando la violenza fisica e verbale, gli schiaffi e le proibizioni non bastano a garantire una completa assuefazione, soprattutto delle ragazze più giovani, interviene la soluzione finale: una gravidanza non accidentale, lo sbaglio cercato come strategia vincente dal maschio che ha bisogno di abbattere ogni resistenza, di domare definitivamente la ragazza che manifestava ancora un qualche desiderio di autonomia. Da quel momento sarà una madre, forse una donna maritata, una a cui si addicono molta responsabilità e pochi grilli per la testa. E lei a sua volta, dopo un primo sgomento, prova la gioia intensa della nuova dignità che deriva dal suo status: non più ragazzina sventata come le vecchie amiche, ma vera donna. Il più delle volte gli affanni e le gioie della maternità e una certa tenerezza da parte del compagno regalano un breve periodo di tregua e l’illusione che tutto si sia aggiustato, ma quasi sempre dopo qualche tempo ritornano gelosia e comportamenti violenti, rimbrotti e proibizioni. Da quel momento spesso i genitori stessi si mostrano preoccupati da ogni atteggiamento di ribellione e si schierano in difesa dell’integrità della giovane famiglia.

Di testa, di cuore, di pancia. Il difficile cammino della parità

I fenomeni descritti hanno una sola possibile spiegazione: la cultura della parità degli ultimi decenni ha permeato solo in superficie le menti e le coscienze, per ragioni potremmo dire quantitative e qualitative.

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» recita l’articolo tre della nostra Costituzione. Questa straordinaria affermazione è stato il dettato forse più disatteso in questi lunghi tre quarti di secolo, non solo nella cultura e nei comportamenti privati, ma sullo stesso piano istituzionale. Si sono dovuti aspettare quasi trenta anni perché un più equo diritto di famiglia riscattasse il ruolo quasi ancillare della donna nei confronti del marito e della potestà genitoriale. La sopravvivenza di visioni tribali come quella che tutelava con vergognose attenuanti il cosiddetto delitto d’onore o quella che cancellava la violenza sessuale con il matrimonio riparatore fino all’inizio degli anni ’80, o la definizione di reato contro la morale attribuito allo stupro, che solo nel 1996 diventa reato contro la persona, sono il segno evidente di una arretratezza morale e civile che ha segnato a lungo la cultura del nostro paese e la vita delle donne.

Le donne italiane hanno accesso alla Polizia di Stato solo nel 1981, ma con compiti più vicini al servizio sociale che alla tutela dell’ordine; bisognerà poi aspettare il 2000 perché si aprano alle donne le porte delle forze armate, anche se inizialmente con una limitata “quota rosa” in ciascun concorso. D’altra parte solo nel 1965 erano state assunte le prime otto magistrate italiane, non ammesse fino a quel momento anche a causa del pregiudizio che i disturbi dell’umore legati al ciclo mestruale avrebbero inficiato la serenità dei loro giudizi!

Se il cammino del riscatto delle donne a livello istituzionale è stato lungo e faticoso ancora di più lo è stato quello della evoluzione della morale e del costume. Il paese viaggiava a più velocità e portava nella mentalità e nei comportamenti i segni di una storia travagliata e divisiva. In certe aree del Sud ad esempio, le campagne, le province interne hanno conservato a lungo una arretratezza che riproduceva mentalità e comportamenti quasi medioevali.

Certo negli ultimi venti anni i processi di emancipazione si sono sicuramente velocizzati e consolidati, ma non al punto di aver cambiato completamente la mentalità e le emozioni, degli uomini ma anche delle donne.

L’imprinting dell’educazione

Se un uomo maltratta la sua compagna, la umilia, la percuote, arriva talvolta a ucciderla è una persona rozza e violenta, qualche volta disturbata sul piano psichico. Ma nessuna analisi sociopsicologica potrà mai suscitare di fronte a comportamenti efferati comprensione o giustificazione. Così come è assolutamente comprensibile che non susciti ammirazione o approvazione il comportamento delle donne che subiscono in silenzio, che non sono capaci di difendere se stesse e i propri figli dalla furia malata dei loro compagni, assumendo quella che Anna Freud definì “identificazione con l’aggressore”, un processo in cui la vittima introietta i caratteri dell’aggressore e finisce con il condividerne i valori e i comportamenti.

Se tutto questo avviene intorno a noi con una frequenza e un’intensità crescenti è necessario individuare cause e dinamiche.

L’ipotesi più verosimile è quella che il cambiamento culturale sia stato veicolato e introiettato in modo superficiale, alle dichiarazioni e ai principi invocati non sono seguiti in molti casi una profonda condivisione e assimilazione. Anche al livello dei comportamenti quotidiani si assiste a una sorta di scissione: i principi affermati dagli uomini con forza spesso sono accompagnati da frasi e toni equivoci del tipo «le donne hanno ottenuto la desiderata parità, ma ora esagerano, ormai i maschi sono in un angolo». Molti partecipano alla gestione del ménage familiare manifestando ancora una certa vergogna ed evitando perciò le esposizioni pubbliche; se la compagna poi ha un ruolo pubblico di maggior prestigio e una migliore retribuzione il disagio è maggiore.

Molte donne dal canto loro vivono i loro successi con un vago senso di colpa se questi sottraggono tempo e prestazioni alla famiglia. Di solito rimediano con un surplus di lavoro, sommando all’attività pubblica una perfetta gestione del privato: cura della casa, cucina, cura personale e attenta dei figli.

Parliamo evidentemente di realtà già più evolute in cui l’antica mentalità sessista riaffiora con un po’ di affanni e di disagi.

Diverso è il discorso quando la cultura familiare e il contesto sociale sono più arretrati e più fortemente legati a quei valori per i quali il ribaltamento dei ruoli è segno di debolezza e di corruzione. In quei casi la frustrazione si può trasformare in aggressività e in violenza, con le conseguenze drammatiche che stiamo conoscendo.

È evidente che i valori fondanti, così come i più importanti modelli di comportamento si apprendono innanzitutto nelle agenzie formative principali, la famiglia e la scuola.

La cultura e le modalità educative della famiglia sono spesso specchio del contesto di appartenenza e comunque meno soggette al controllo sociale rispetto alla scuola. Soprattutto in un paese in cui ci si impegna tanto poco per l’educazione alla genitorialità, anzi dovremmo dire sempre meno rispetto a una stagione felice in cui si erano sperimentati nelle scuole percorsi formativi per i genitori.

Resta la scuola, nella quale certo non circolano più i libri di lettura che mostravano la mamma ai fornelli, il papà stanco in poltrona con il giornale e i piccoli – maschio e femmina – sul tappeto, impegnati rispettivamente con bamboletta e soldatini! Eppure di fronte a un’illustrazione ambigua che mostrava due personaggi di sesso non riconoscibile, rispettivamente in cucina e in poltrona, bambini fra cinque e sette anni non hanno dubbi a definire “mamma” la prima figura e “papà” la seconda.

Non è corretto naturalmente generalizzare e o fare analisi sommarie, ma resta il fatto che per larga parte delle persone questa resta una materia incerta, soggetta a una visione teorica che non sempre è sostenuta da un sentire profondo. E resta il fatto che la nostra scuola, su di una gran quantità di temi su cui si producono affermazioni di principio e indicazioni pedagogiche generiche, non prevede percorsi formativi ad hoc e la gestione di questioni delicate e importanti nel processo formativo di bambini e ragazzi, come l’educazione alla parità di genere, resta affidata alla sensibilità e alla preparazione individuale degli insegnanti.

Forse le drammatiche emergenze di fronte a cui ci troviamo meriterebbero qualche riflessione e qualche iniziativa in più.

L'autore

Paola Parlato

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