Lapide ad ignominia
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
(Piero Calamandrei)
La Resistenza e i suoi valori
La Resistenza italiana non va considerata solo come un mero evento storico limitato agli ultimi due anni della guerra mondiale, va vista soprattutto come un modo etico, quindi permanente, di porsi di fronte ad eventi e situazioni sociali e politiche di rilevanza primaria. Fu il nostro secondo Risorgimento (N. Bobbio), l’occasione, forse irripetibile, in cui la coscienza civile del popolo italiano si risvegliò dal lungo letargo in cui lo aveva relegato la tirannide nazi-fascista.
«Il carattere che distingue la Resistenza da tutte le altre guerre, – ha osservato Piero Calamandrei – anche da quelle fatte da volontari, anche dall’epopea garibaldina, è stato quello di essere più che un movimento militare, un movimento civile». Una presa di coscienza, un dovere civile da adempiere con la consapevolezza della necessità di un rinnovamento politico e sociale di una nazione da ricostruire dalle fondamenta nella sua struttura sociale e politica dopo che aveva reso possibili quegli errori e quegli orrori.
In quel movimento vanno individuate le origini stesse della Repubblica Italiana: dall’Assemblea Costituente, composta per lo più da esponenti dei partiti che avevano dato vita prima al Comitato Nazionale di Liberazione (CNL) nel 1943 subito dopo l’armistizio dell’8 settembre, e poi, a guerra finita, alla Costituzione, fondandola sulla sintesi tra le rispettive tradizioni politiche e ispirandola ai princìpi della democrazia, della libertà e dell'antifascismo.
Seppure inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo di rivolta all’occupazione nazifascista, la lotta partigiana in Italia ebbe un carattere decisamente unitario e pluralista dove molteplici e talora opposti orientamenti politici (comunisti, azionisti, monarchici, socialisti, democristiani, liberali, repubblicani, anarchici), si ritrovarono nel CNL i cui partiti avrebbero più tardi costituito i primi governi del dopoguerra fino al 1948. Quel modo di porsi già assunto da chi si era ribellato al Fascismo e al suo regime ha forgiato poi i protagonisti della guerra di liberazione e rappresenta ancora oggi una preziosa eredità per le giovani generazioni. Un lascito che non può e non deve essere confinato nel dimenticatoio della storia perché sarebbe letale per la nostra democrazia.
Dall'oblio al revisionismo storico
Oggi quei valori, ben presenti nel movimento resistenziale e declinati nella Costituzione, sono direttamente minacciati non tanto e solo dall’oblio quanto da un’azione sistematica di ridimensionamento, di manipolazione, di cancellazione e di stravolgimento di quelle pagine di storia. Un’operazione politico-culturale che tenta di riscrivere i codici simbolici della Repubblica, nata dalla lotta partigiana, fomentata da una destra governativa populista, revanscista e nostalgica. Il revisionismo storico si configura quindi non solo come mera disonestà intellettuale, ma come precisa strategia politica, come dispositivo ideologico di restaurazione. Alimentare la cultura dell’oblio, veicolare attraverso i mezzi di comunicazione di massa i disvalori fascisti e xenofobi, il consumismo estetizzante e individualistico, il darwinismo sociale e il pensiero unico capitalista e neoliberista sono i tratti più emblematici di questa deriva pericolosa che tende a estirpare quegli spazi di democrazia presenti nel paese. Del resto ha ragione Luciano Canfora nel dire che il Fascismo non è mai morto e non si tratta di una questione solo italiana. In un contesto simile la memoria diventa un terreno sostanziale di lotta politica per l’egemonia culturale.
In quegli anni cruenti, feroci e drammatici, non vi fu solo la legittima opposizione a una brutale invasione straniera o a una dittatura torva e sanguinaria: vi fu, soprattutto, l’assunzione consapevole di una responsabilità storica da parte di uomini e donne che, pur nella loro diversità politica e ideale, scelsero l’azione unitaria, la Resistenza appunto, in nome di un’idea alta e intransigente di libertà. Lì si plasmò un’innovatrice coscienza democratica, il germe di una società fondata sull’eguaglianza, sulla giustizia, sul primato del diritto in alternativa a quella del regime fascista. Un crocevia etico-politico di una democrazia costituzionale che dalla sottomissione passa alla responsabilità collettiva, prima con la lotta di liberazione e successivamente con la ricostruzione di un’Italia distrutta da anni di guerra. C’era un Paese da rifondare non solo materialmente ed economicamente ma soprattutto moralmente e civilmente affinché gli italiani e le italiane da sudditi diventassero a tutti gli effetti cittadini consapevoli.
Una scuola per trasformare i sudditi in cittadini
Il movimento antifascista, sia nella clandestinità che durante la guerra di liberazione e poi nell’immediato dopoguerra, era ben consapevole che «trasformare i sudditi in cittadini è un miracolo che solo la scuola può compiere», un concetto fondamentale, questo, per una società democratica. La scuola non è solo un luogo di apprendimento accademico, ma un'istituzione cruciale per la formazione di individui consapevoli, responsabili e partecipativi. La scuola, diceva Calamandrei, va considerata al pari degli altri come
un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue. Gli organi ematopoietici, quelli da cui parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri organi, che porta a tutti gli altri organi, giornalmente, battito per battito, la rinnovazione e la vita.
È da questa consapevolezza che il movimento partigiano diede vita nel 1944 nelle zone libere, in particolare nelle Repubbliche dell’Ossola e della Carnia, a momenti educativi di scuola democratica alternativa a quella del regime per poi costruire da questa matrice la rete dei Convitti-Scuola della Rinascita nell’immediato dopoguerra. Un’esperienza che si è svolta principalmente fra il 1945 e il 1952 e in alcune città fino al 1975 «presentando tutti i caratteri che […] dovrebbe avere una scuola che si ispira alla Costituzione e alla Resistenza» (G. Petter).
L’idea dei Convitti-Scuola per partigiani e reduci – poi chiamati Convitti-Scuola della Rinascita – era nata nell’ottobre del 1944 su iniziativa di alcuni partigiani della Decima Brigata Garibaldi “Rocco”, comandati dal commissario politico Luciano Raimondi “Nicola”, internati nel campo di concentramento di Schwarz-See in Svizzera. I garibaldini della “Rocco” si trovavano in alta montagna: di fronte all’attacco nemico furono costretti a trasferirsi in Svizzera dove vennero internati in una specie di lager presso lo Schwarz See dove furono trattati con estrema durezza. Durante quelle settimane invernali di prigionia passate nel freddo e nella fame i giovani partigiani costretti all’ozio forzato e sotto la guida di “Nicola”, appassionato insegnante di filosofia al liceo, cominciarono a organizzare alcuni gruppi di studio: letteratura italiana, lingue straniere e storia. Nei primi di gennaio del 1945 il gruppo ritornò in Ossola con le armi in pugno e a primavera, con la Liberazione, a Milano dove l’unità venne provvisoriamente acquartierata in una caserma.
Durante la guerra molti giovani avevano dovuto interrompere gli studi, molti altri più poveri non erano andati oltre le elementari, nella lotta partigiana avevano dimostrato doti notevoli di intelligenza e di capacità. E poi c’erano anche i ragazzi mutilati, gli orfani dei caduti, i figli dei senza tetto: una vera e propria emergenza che doveva essere affrontata per cercare di rimuovere le ingiustizie sociali e ricominciare a ricostruire il Paese sulla base di quell’idea nata a Schwarz-See e perseguita con passione da Luciano Raimondi. Si mettono così in pratica gli ideali della Resistenza, «patrimonio morale e culturale che può e deve servire di base alla nascita di una scuola nuova, popolare». Il tutto prende corpo rapidamente: i partigiani hanno ancora zaini e coperte, in caserma sono disponibili letti a castello e scatolette, viene trovata ad Affori una sede nei locali di un antico collegio. Si costituisce un comitato promotore formato da tre professori, Luciano Raimondi, Claudia Maffioli e il filosofo Antonio Banfi, con tre studenti, Angelo Peroni, Ludovico Tulli e Guido Petter. Vi si uniscono subito altri insegnanti antifascisti (socialisti, comunisti, repubblicani, azionisti e liberali) fra i quali Luigi Pellegatta, Alba Dell’Acqua, Pasqualina Callegari, Bianca Ceva con l’aiuto entusiasta dei migliori partigiani della brigata e con il patrocinio immediato dell’ANPI, che presto istituisce nella sede centrale di Roma un Ufficio Convitti Scuole. Così ebbe inizio una splendida avventura di una comunità scolastica di giovani adulti dove si studiava, si lavorava, si discuteva, si organizzava e si dirigeva in maniera democratica tutta l’attività politica, strutturale, culturale e pedagogica del Convitto-Scuola con l’intento di costruire uno strumento educativo di rinnovamento democratico della nuova scuola popolare fondata sullo spirito di libertà e di lotta antifascista che aveva ispirato la Resistenza italiana.
La breve esperienza dei Convitti Scuola della Rinascita
Il legame con la lotta di liberazione antifascista era chiaro ed inequivocabile. Scriverà Raimondi:
Il problema della scuola per tutti e della formazione di tutti i giovani verso il pieno sviluppo delle loro capacita individuali per il loro inserimento attivo e creatore nella nuova società usciva dai programmi e dal cuore della Resistenza.
L’attività della comunità venne regolamentata da uno Statuto e da un Codice elaborati dal Convitto di Milano e successivamente implementati e arricchiti dai contributi dei vari convitti che vennero aperti nelle altre realtà italiane con lo scopo di «porre tutti i lavoratori e i figli dei lavoratori su un piano di effettiva libertà nel campo dello sviluppo morale e culturale» ( art. 2 dello Statuto) anticipando per certi versi quello che sancisce l’art. 3 della Costituzione «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale […] che impediscono il pieno sviluppo della persona umana».
Con l’affidamento della direzione e l’organizzazione del Convitto viene data piena attuazione alla collaborazione attiva e alla corresponsabilità degli allievi educandoli all’autogoverno e alla democrazia avvalendosi del collegio dei docenti e della loro esperienza umana e culturale. Una forma positiva di democrazia diretta vista come mezzo per risolvere i problemi di quel periodo postbellico complicato e difficile dove lo stesso studio viene visto e considerato come lavoro effettivo, liberando l’allievo da ogni preoccupazione di carattere economico per sé e per le eventuali persone a carico.
Con il sostegno dell’ANPI l’esperienza milanese si diffonde in alcune città del nord e a Roma. Vengono istituti altri nove convitti a Cremona, Torino, Novara, Venezia, Genova, Sanremo, Bologna, Reggio Emilia, Roma oltre alla particolare esperienza del Villaggio della Rasa a Varese. Le strutture organizzano corsi professionali diversi, sulla base delle differenti esigenze economiche di ogni singolo territorio. A Milano, per esempio, vengono organizzati corsi di chimica e di meccanica; a Cremona ci si specializza nel campo dell’industria lattiero-casearia e nella liuteria; a Reggio Emilia la meccanica agraria e l’edilizia; a Genova si studia all’istituto nautico e a Sanremo si preparano i tecnici del turismo e delle attività alberghiere. Corsi speciali, come quello per odontotecnici e orologiai, vengono creati per la prima volta in Italia, destinati in particolare ai giovani mutilati e invalidi. Ogni Convitto si impegna poi nella produzione di beni o servizi (formaggi a Cremona; mobili a Varese; grafica a Milano e a Roma) da vendere all’esterno, con l’istituzione di piccole aziende cooperative i cui introiti contribuiscono all’autofinanziamento del Convitto stesso.
I giovani allievi dei Convitti-Scuola non solo ottengono risultati brillanti negli studi ma vengono inseriti efficacemente in quel complesso e particolare mondo del lavoro tipico di un paese in ricostruzione. Il che è ampiamente favorito dall’istituzione presso il convitto di Milano di un Centro d’orientamento agli studi e alle professioni, diretto dal professor Cesare Musatti – il grande psicoanalista italiano – con l’ausilio del professor Gaetano Kanizsa. In coerenza con i principi resistenziali ogni singolo convitto era organizzato democraticamente in quanto veniva considerata centrale l’integrazione tra società e istituzioni, estendendosi anche a un campo più ampio che riuniva tutti i Convitti in un solo movimento, con problemi analoghi da risolvere e dando origine a congressi di tutti i Convitti, convocati periodicamente. Lucio Lombardo Radice definì le assemblee inter convittuali “l’Italia in piccolo”. I Convitti-Scuola rappresentavano «l’abbozzo di un ‘piano nazionale’ di scuola nuova e di preparazione al lavoro che cominciava a realizzarsi» e che avrebbe dovuto portare all’apertura di 90 Convitti, uno in ogni provincia italiana.
Ha osservato Bruno Maida:
Di particolare importanza è poi l’esperienza romana nata dall’impegno del giovane pedagogista Mario Alighiero Manacorda, che ha aderito da poco al Partito comunista e che è affascinato dalle teorie dell’attivismo.
Un’ attività proseguita poi dal filosofo e matematico Lucio Lombardo Radice e sintetizzata dallo stesso Manacorda come «un minimo poema pedagogico simile a quello ancora a noi sconosciuto di Makarenko con i biesprisotniki» (ovvero i bambini randagi/orfani nella Russia sovietica 1917/1935).
Nel 1947 il presidente americano Harry S. Truman diede inizio alla Guerra Fredda che mise drammaticamente in crisi lo spirito unitario che aveva caratterizzato la politica italiana del primo dopoguerra. Con le elezioni politiche del 18 aprile 1948, le prime della nascente Repubblica italiana, venne poi a determinarsi uno scenario sostanzialmente diverso da quello precedente: la Democrazia Cristiana si aggiudicò la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta dei seggi. Il Fronte Democratico Popolare (PCI e PSI) fu sconfitto grazie anche alla scissione socialdemocratica di Giuseppe Saragat del 1947 e il partito di Alcide De Gasperi ruppe l’unità e divenne il punto di riferimento per l’elettorato anticomunista e filo americano nonché il principale partito fino al 1994. Da quel momento le scuole partigiane furono oggetto di una costante e continua azione di sabotaggio da parte dei governi democristiani, che le consideravano “covi dei rossi”. Vennero revocate le Convenzioni per il loro finanziamento, furono richiamati nelle scuole pubbliche gli insegnanti distaccati, vennero inviate ispezioni governative dai Ministeri dell’Interno, della Pubblica istruzione e del Lavoro con l’intento di scoprire rivoltelle e mitra: ma dovettero invece «constatare la positività, il lavoro altamente qualificato e l’impegno straordinario nell’ideale della dignità del lavoro e della prassi di libertà» (Luciano Raimondi). Inizia il lungo e difficile declino dei Convitti, che uno dopo l’altro furono costretti a chiudere. Continuò a resistere solo quello di Milano che nel 1955, dopo una lunga lotta sostenuta da larghi strati della popolazione, da campagne di stampa e dall’intervento di altissime personalità, fu costretto a lasciare la sede di Via Zecca Vecchia. Sarebbe stata la fine se non ci fosse stato l’intervento del Comune di Milano, che concesse una ex fabbrica di vagoni ferroviari, con due capannoni semidiroccati, sporchi e cadenti: con un duro lavoro, la sede venne riattivata e nel 1956 la Scuola poté riprendere la sua attività. Due anni dopo, nel 1958, la scuola media ottenne il riconoscimento legale e nello stesso anno i corsi professionali furono assunti dall’ECAP-CGIL per poi passare alla Regione Lombardia, mentre il Convitto rimase in funzione fino al 1970. Nel giro di una decina d’anni l’esperienza dei Convitti-Scuola della Rinascita si concluse istituzionalmente ma lo spirito originario di coloro che l’avevano vissuta fu poi trasferito nei luoghi in cui cominciarono a svolgere la loro attività professionale con lo stesso spirito di iniziativa, con l’entusiasmo, la voglia di cambiare, con il rapporto democratico, il senso profondo di giustizia che avevano sviluppato in quegli anni di attività comune.
Per una pedagogia della Resistenza
Un patrimonio che discende direttamente da momenti più luminosi della Resistenza, un’eredità civile e morale che non può essere in alcun caso lasciata cadere nel disinteresse a cui vorrebbe condannarla il revisionismo sciovinista e le sue narrazioni pseudostoriche. Alterare la storia e il suo metodo è una pratica che non nasce all’improvviso ma da un processo carsico che si nutre di ambiguità semantiche, di pseudo equilibri, di un’idea equivoca di riconciliazione nazionale dove il pacificare diventa pareggiare travisando così il fatto storico. Dal revisionismo al “rovescismo”, una deriva che non è solo accademica, ma politica e persino esistenziale, ossia l’arte perversa di capovolgere la storia, rendendo il fascismo "complesso" e la Resistenza "divisiva". Il disegno è abbastanza chiaro: si vuole svuotare la Costituzione dei suoi presupposti antifascisti. «La Resistenza – ha osservato Alessandro Del Monte Teo – è alla Costituzione ciò che il lievito è al pane: principio attivo, energia trasformativa». Ogni suo articolo è frutto di quella lotta, la sintesi di un’esperienza che ha le sue radici nella carne viva del popolo.
Nella loro breve esistenza i Convitti-Scuola della Rinascita ci hanno lasciato un’eredità di rilievo per il cittadino democratico perché hanno avuto il merito di saper connettere in maniera efficace il rapporto scuola/società, scuola/democrazia/antifascismo e la centralità della persona che cresce nell’apprendimento sociale. Una connessione biunivoca di due principi pedagogici di grande importanza per la scuola della Repubblica che poggiano principalmente su due cardini: la partecipazione democratica all’organizzazione scolastica e il rapporto scuola-lavoro come luogo di crescita culturale ove si apprende lavorando.
Riscoprire quell’esperienza poco conosciuta e poco studiata ma densa di implicazioni nata nel quadro della Liberazione e del primo dopoguerra con le sue pratiche educative, ancora attualissime e innovative, orientate alla democrazia, all’autonomia formativa e alla formazione tecnico-professionale legata alla cittadinanza non è solo un atto storico dovuto alla memoria ma rappresenta un incipit per rilanciare l’idea di una pedagogia della Resistenza per un manifesto della Resistenza, dell’antifascismo e della Costituzione capace di fare uscire la nostra scuola e lo stesso movimento democratico dalla afasia politica a cui è stata relegata. Il che vuol dire «rimettere mano a un progetto di società, ricostruendo il senso di una comune appartenenza, di una sovranità democratica, della inscindibilità tra diritti sociali e civili» e, al tempo stesso, contrastare l’offensiva revisionista in atto. Il fascismo può tornare sotto altre vesti con linguaggi pseudodemocratici con la sua intolleranza e il suo populismo autoritario.
La memoria è campo di battaglia e il revisionismo è l'offensiva più insidiosa.
Preservare la Resistenza e i suoi valori vuol dire difendere la libertà nel presente, lottare per una società più equa e più giusta, per la pace, per i diritti sociali e civili, per il domani delle giovani generazioni e per la parità di genere. Perché la Resistenza continua ogni volta che si combatte l’ingiustizia.
Il Fascismo è la morte delle idee e può tornare sotto mentite spoglie, con linguaggi apparentemente democratici, ma con la stessa pulsione autoritaria, mistificatrice, intollerante, strumentale e repressiva. La Resistenza ci insegna che la democrazia non è una meta raggiunta, ma un cammino ininterrotto, da percorrere quotidianamente. Non significa solo ricordare il passato e celebrarne il punto d’arrivo, ma costruire il futuro partendo proprio dalla sua permanente eredità che sta alla base della nostra Carta costituzionale.
Nel tempo dell’ambiguità, serve chiarezza. Nel tempo del cinismo, serve passione. E nel tempo dell’oblio, serve memoria. Ora e sempre Resistenza!
L'esperienza dei Convitti della Rinascita è ricostruita nel volume collettaneo curato da Antonio Bettoni e Dario Missaglia, Per una pedagogia della Resistenza. L'esperienza dei Convitti della Rinascita, Edizioni Conoscenza, 2025 sfogliabile qui.