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Quella strage e noi, ieri ed ancora oggi. Per non dimenticare

Abbiamo deciso un anno fa di convocare a Brescia la nostra assemblea generale in occasione cinquantesimo anniversario della Strage di Piazza della Loggia. In premessa voglio ringraziare tutti e tutte coloro che hanno lavorato all’organizzazione di questo importante appuntamento, a partire dalla FLC Brescia, regionale Lombardia, la Camera del lavoro di Brescia e la CGIL regionale, oltre alla Casa della memoria e alla Fondazione Calzari-Trebeschi e i compagni e le compagne del centro nazionale della FLC CGIL.

Abbiamo deciso di essere qui, come già accaduto nella nostra storia, perché  i 102 feriti e quegli 8 morti – Giulietta Banzi, 35 anni, insegnante; Livia Bottardi, 32 anni, insegnante; Alberto Trebeschi, 37 anni, insegnante, Clementina Calzari, 31 anni, insegnante; Luigi “ Gino” Pinto, 25 anni, insegnante; Euplo Natali, pensionato 69 anni; Bartolomeo Talenti, 56 anni, metalmeccanico; Vittorio Zambarda, operaio edile –  quella strage quindi, è stata e continua a essere una ferita per la città per il paese e per la nostra organizzazione. 

È prima di tutto una ferita democratica che non possiamo semplicemente consegnare alla storia. Il nostro essere qui oggi ha il senso di continuare a chiedere di fare piena luce sulla vicenda che sul versante giudiziario dopo cinquant’anni non si è ancora chiusa definitivamente. Una vicenda giudiziaria e politica lunghissima, conclusa nel 2017 con la condanna per strage del dirigente di Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi, organizzatore dell'eccidio, e il militante Maurizio Tramonte, per concorso in strage. Ancora non consegnati alla giustizia gli organizzatori materiali dell’attentato (si è riaperto questo filone processuale pochi mesi fa) e soprattutto di quei pezzi dello Stato che fuorviarono, rallentarono o depistarono le indagini, come risulta chiaramente dalle carte processuali.

Piazza della Loggia è, purtroppo, una delle stragi ancora avvolte in un cono d’ombra e con cui non abbiamo fatto i conti fino in fondo come Paese. La retorica che accompagna spesso queste date simboliche è l’alleata più potente insieme al tempo e a chi ha depistato, per il processo di rimozione collettiva.

Solo la tenacia di chi è rimasto ha consentito di tenere accesa la luce della ricerca della verità, non solo per un generico dovere di memoria ma soprattutto per dovere della storia. La matrice neofascista ed eversiva è incontestabile anche nelle carte processuali, figlia di una stagione – quella della strategia della tensione – che da piazza Fontana in poi insanguina il nostro paese almeno fino al 1980 con Bologna. Piazza della Loggia però ha una particolarità. Si rivolge chiaramente ad un pezzo di società e di parte politica: studenti, lavoratori, antifascisti. Avviene in occasione di uno sciopero indetto da CGIL, CISL e UIL e in relazione alla mobilitazione indetta dal Comitato unitario permanente antifascista (CUPA), «per protestare contro gli attentati di chiara marca fascista e le continue provocazioni che tentano di capovolgere le istituzioni democratiche del Paese».

Il nostro essere qui oggi, non è un rito. Il nostro essere qui oggi è finalizzato ad una profonda riflessione per unire i punti che da quella stagione politica arrivano fino ad oggi. Perché la prima riflessione che consegno alla nostra assemblea e alla nostra discussione non riguarda l’inquadramento storico di quella fase, ma dei tempi che stiamo vivendo con le dovute profonde differenze.

Intanto possiamo dire che quell’humus politico e culturale di estrema destra non si è spento o non è oggi depotenziato in Italia e in Europa. Dall’Ungheria, alla Svezia, all’Olanda, Finlandia, alla Francia e alla Spagna. Alla Germania. All’inizio di questo anno nelle città tedesche è risuonato lo slogan ‘‘Tutti insieme contro il fascismo’’: migliaia di manifestanti si sono raccolti per protestare contro il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD). Le manifestazioni sono sorte a causa della pubblicazione di un report del gruppo di giornalisti investigativi Correctiv che ha rivelato lo svolgimento di un incontro segreto di attivisti neonazisti avvenuto nel novembre 2023, a cui hanno partecipato anche tre esponenti di AfD, per formulare un piano di deportazione di massa su basi razziste.

Sovranismo, nazionalismo e razzismo sono le matrici che alimentano la crescita nel cuore dell’Europa di soggetti politici che non hanno più remore ad affermare e usare parole d’ordine che pensavamo non potessero più appartenere alla storia del nostro continente. Le elezioni europee di giugno rischiano di certificare anche dal punto di vista istituzionale questo spostamento. Perché la vera novità è il consenso che queste forze riescono a raccogliere.

Il quadro che ci consegna il primo quarto di secolo degli anni 2000 è caratterizzato da tre profonde crisi economiche, di cui l’ultima accompagnata dalla pandemia Covid. È un quadro dove progressivamente questa parte di mondo si è impoverita, ha perso spazio negli equilibri geopolitici, stretta tra est e ovest e dagli effetti di una globalizzazione senza regole. Profonde diseguaglianze sono cresciute, frutto di politiche economiche anche europee o soprattutto europee di matrice liberista o ordo-liberista. Incapacità di affermare politiche migratorie comuni e il valore dell’integrazione a fronte di crisi, a partire da quella climatica e dalle guerre, che nel mondo che spingono milioni di migranti verso l’Europa. Incapacità di affermare quel modello sociale di diritti e di valori a partire dal lavoro che sono stati la base della nascita dell’Unione. E da ultimo le guerre: Ucraina e Palestina.

In questo contesto il discorso retorico di estrema destra rassicura le paure di una parte dei cittadini – spesso degli strati sociali più in difficoltà – degli stati sociali europei che sinteticamente possiamo tradurre nel Dio Patria e Famiglia. Per quanto riguarda il nostro paese, questi elementi di contesto economico e sociale sono stati se possibile alimentati da una condizione di crisi della rappresentanza politica che poi è diventata crisi della democrazia, con la metà circa dell’elettorato che qualunque sia la disputa, non si presenta alle elezioni. La disintermediazione ha prodotto i suoi effetti in primis nei partiti, oltre al modello leaderistico che si è affermato.

È nel nostro paese ancora più forte la crisi dello stato sociale, in particolare, in quelli che sono i connettori che costituiscono la tenuta di un paese di fronte ai bisogni primari dei cittadini, la salute, il lavoro, l’istruzione. A ciò si aggiunge l’indebolimento di quei presidi democratici come la libera informazione: l’Italia quest’anno è al 46posto della classifica stilata da Reporter sans Frontiere.

Credo però vi sia un ulteriore elemento da sottolineare. La lettura storica e politica di quegli anni e delle vicende, non solo giudiziarie, ci consente unire i puntini di una trama che si dipana fino ad oggi. I depistaggi, i rallentamenti indicano che pezzi dello Stato, delle istituzioni sono stati coinvolti. Questo è una specificità del nostro paese e non riguarda solo le stragi eversive e terroristiche, purtroppo riguarda anche altri fenomeni come la mafia e le stragi mafiose. Questo cono d’ombra è inaccettabile e produce sfiducia generale nelle istituzioni, sfiducia che va contrastata con ogni mezzo perché sono proprio quelle istituzioni democratiche che dobbiamo difendere e tutelare, a partire da quelle giudiziarie.

Infine sul versante politico dobbiamo sottolineare le sottovalutazioni e le ambiguità che hanno impedito di “vedere” che quell’humus politico e culturale è ancora vivo.

Sarebbe superficiale considerare il post fascismo o neo fascismo una moda degli ultimi tempi. Ci sono cause economiche e sociali profonde che ho provato a tratteggiare ma anche responsabilità politiche. Mi riferisco in particolare a quella galassia di associazioni organizzazioni che si richiamano esplicitamente al fascismo. Alcune di queste presentano propri esponenti regolarmente alle elezioni. Acca Larentia è solo un epifenomeno. C’è qualcosa di più profondo. Per questo occorre fare i conti fino in fondo con la storia.

Non leggere questa profondità, derubricarla ad una fase passeggera o fare i distinguo che spesso sentiamo ai dibattiti televisivi dove gli argomenti si confondono o dove si mettono sullo stesso piano soggetti diversi come il fascismo e il comunismo italiano, è oltre che sbagliato, pericoloso. Eppure non sono passati neanche tre anni da quando alcuni noti esponenti della galassia nera hanno assaltato e devastato la sede della CGIL. Quella vicenda ci insegna ancora oggi la sottovalutazione, l’ambiguità che ha garantito la sopravvivenza di questi gruppi organizzati. Che non sono stati sciolti neanche dopo l’assalto al più grande sindacato del nostro paese. Il nostro. Per questo continuiamo a chiedere lo scioglimento di queste organizzazioni.

La nostra Carta costituzionale le mette chiaramente fuori gioco. Le norme attuative esistono e sono chiare e definiscono in maniera netta le condotte vietate secondo precise modalità fra loro alternative, ed in particolare:

  • esaltando, minacciando o usando violenza quale metodo di lotta politica,
  • propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione,
  • denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza,
  • svolgendo propaganda razzista,
  • compiendo attività di esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del partito fascista,
  • compiendo manifestazioni esteriori di carattere fascista.

Proporre una lettura del post fascismo credo che sia la responsabilità di un'organizzazione come la nostra. Populismi, razzismo, omofobia, attacco ai diritti delle donne, sono ormai gli ingredienti della bassa cucina dell’estrema destra. Descrivono il ritorno indietro del dibattito pubblico e delle scelte politiche. Il tema che si pone oggi non è infatti il ritorno tout court al fascismo storico bensì l'affermazione di quello che Umberto Eco chiamava fascismo eterno, che si nutre della paura della differenza, dell’intolleranza al dissenso. E del richiamo al popolo, non quale complesso di cittadini, singole soggettività in capo ai quali stanno diritti individuali, ma come una entità monolitica che esprime una volontà comune. Un indistinto che si pronuncia ogni cinque anni e consegna la sua volontà al Governo eletto che comanda. Ma questo è quanto di più distante dal modello costituzionale di democrazia e partecipazione diffusa.

Per questo è ancora più preoccupante l’idea che il “leader” che venga eletto direttamente, senza intermediazioni parlamentare e controbilanciamento di soggetti terzi. Non è un caso che la madre di tutte le riforme per un Governo che viene in parte da quell’humus sia il premierato. Non è un caso che già oggi il ruolo del Parlamento e dei partiti politici espressioni dei diritti di quel popolo siano umiliati da un esercizio legislativo a suon di decreti. O la va o la spacca. Come se si trattasse di una scommessa e non della modifica della forma di Governo e del ruolo del presidente della Repubblica. Stiamo parlando delle scelte più delicate avvenute in assemblea costituente, con lunghe discussioni proprio sul ruolo del Presidente della Repubblica.

Il fascismo – sempre Eco – in abiti civili si sta affermando qua e là pezzo dopo pezzo, per questo non possiamo essere timidi o ambigui. Non sono accettabili certe affermazioni. Non si tratta di legittime opinioni. Gli omosessuali non sono normali, i neri non sono italiani, i disabili meglio se stanno da sé. E da ultimo il richiamo alle milizie di Salò. Non sono accettabili perché sono fuori dal nostro ordine costituzionale.

Questo quadro ci impone come cittadini e come organizzazione l’obbligo di difendere le istituzioni democratiche, a partire dalla forma di stato e di governo e dalla difesa della Carta Costituzionale come abbiamo fatto sabato 25 maggio a Napoli. Non come vuota invocazione, ma nella concretezza della sua attuazione e come patto politico fondativo, condiviso di un paese emerso dal ventennio fascista e liberato grazie alla resistenza. È accettabile il dibattito che si apre ogni 25 aprile? Ci sono esponenti di governo che non l’hanno mai festeggiato, la seconda carica dello Stato afferma che nella Costituzione non c’è alcun riferimento all’antifascismo.

Dobbiamo usare tutti gli strumenti per migliorare le condizioni delle persone a partire dal lavoro, come stiamo facendo con i referendum e le proposte di legge di iniziativa popolare e affermare sempre ovunque modello di democrazia diffusa, non dimenticando di rendere viva la memoria perché “libertà e liberazione sono compiti che non finiscono mai”. 

Questo è il valore di questo momento della nostra discussione e della nostra riflessione. Contrastare l’eterno presente del dibattito pubblico e leggere e rileggere la storia come strumento per comprendere il futuro.

La strage di Piazza della Loggia infine parla a noi, perché nelle vite di alcune delle vittime c'è un pezzo della nostra storia.  L’impegno, la militanza politica sindacale e la nascita del sindacato scuola – nei Quaderni della Piazza, nel bel libro di Benedetta Tobagi – le figure di questi giovani insegnanti e militanti escono potentissime nella loro voglia di cambiare il mondo. Una militanza assoluta direi. Era un periodo di conquiste importanti dai diritti civili (il 12 e 13 maggio 1974 si era svolto in Italia il primo referendum abrogativo sul divorzio) ma soprattutto sociali (lo Statuto dei lavoratori del 1970). Quella generazione aveva la consapevolezza di riuscire a cambiare le cose in meglio. Oggi ci troviamo nel contesto esattamente opposto. Rassegnazione, che dobbiamo contrastare.

«Ci sentivamo come quelli che potessero conquistare il mondo. Avevamo il nostro lavoro, il compagno che ci andava bene; e vedevamo una continua conquista. Questo atteggiamento positivo, questo ottimismo della ragione, era giustificato anche dalla nostra esperienza personale. Facevamo tutto, comprese le sedute per i diritti sindacali il Provveditore, n.d.r.), senza mai intaccare l’orario scolastico. In una fase di passaggio tra una specie di zona neutra, in cui l’arbitrio aveva generato situazioni sclerotizzate, e una fase in cui c’era un minimo di normativa che copriva tanti aspetti della scuola, si erano creati problemi anche individuali. Per questo facevamo consulenza. Dopo essere stati in Provveditorato, ci fermavamo nella sede del Sindacato fino alle 8, alle 9 di sera. Tutti i giorni. Cominciava, allora, ad affluire gente presso la nostra organizzazione. Il Sindacato autonomo non faceva consulenza, ma parlava direttamente con il funzionario» (I Quaderni della Piazza).

Il sindacato quindi per rivendicare diritti e non per chiedere favori.

In questo quadro, pur con qualche sospetto della Confederazione nasce il Sindacato scuola. Esisteva il Sindacato autonomo, che era potentissimo e copriva il 90%, e anche più, degli iscritti. Un sindacato clientelare. Al Primo Congresso provinciale della CGIL nel 1971 c'erano tutti: Alberto, Clementina, Livia, Giulietta. Gino ancora non era arrivato a Brescia.

Ma l’impegno sindacale nella CGILl (il sindacato dei comunisti) era legato non solo alla tutela del lavoro nella scuola ma ad una concezione della scuola nella società, del ruolo dell’istruzione come leva per l’emancipazione sociale e politica. Insegnare ad avere parola per essere cittadini sovrani quindi liberi, direbbe Don Milani. Per lei (Livia) la conoscenza aveva valore solo se aveva un fine d’applicazione.

Volevano una scuola meno selettiva dove per selezione, ovviamente, si intendeva selezione sociale. E una scuola gratuita (sarebbero andati con gli altri compagni del sindacato in Provveditorato per perorare la causa della gratuità dei libri di testo dopo la manifestazione). Un sindacato di classe per la riforma della scuola, era il titolo del congresso nazionale della CGIL scuola che si era chiuso solo due giorni prima. Giulietta era stata delegata.

E rappresentavano anche ad un modello di pedagogia militante che graffia la scuola tradizionale in diretta correlazione con esperienze pedagogiche rivoluzionarie: Don Milani (di cui ieri si è concluso le celebrazioni del centenario della nascita, ma anche Danilo dolci o altre esperienze meno note come le scuole nelle baracche romane di Ostia di Don Sardella). Una scuola meno selettiva, aveva messo in luce la coesistenza di due categorie di insegnanti: quelli che rimpiangevano la scuola precedente alla riforma della Scuola Media del ‘63 (abituati a scuole e classi piccole e a studenti medio-borghesi) e quelli favorevoli alla scuola di massa, con studenti provenienti anche dalla provincia e di varia estrazione sociale.

E la paccottiglia ideologica sul 68’ che propone la destra di quelle esperienze, quanto è distante dalle figure di questi insegnanti.  Volevano la sufficienza per tutti e tutte ma come frutto dello sforzo e della capacità didattica e pedagogica. Il voto, quindi, come stimolo per migliorare la qualità dell’apprendimento e consolidare il metodo di studio individuale. Come diremmo oggi, valutazione formativa. Non come selezione. Erano insegnanti seri ma che volevano ridurre le distanze con i loro allievi. Non scambiavano di certo l’autorevolezza con l’autoritarismo che era proprio della vecchia scuola. Volevano ridurre la frattura generazionale. Esattamente quello che non sta accadendo oggi dove questa frattura si allarga a suon di manganelli, nei confronti di studenti pacifici che hanno il loro unico fine di protestare e manifestare il no alla guerra. Questi ragazzi e queste ragazze ha fatto una scelta, esattamente come chi scese in piazza a Brescia, sono di parte e la loro parte è l’articolo 11 della Costituzione italiana. Ed è anche la nostra parte.

Cari compagni e care compagne, capite perché oggi essere qui è molto importante. Ci sembra di essere tornati indietro nel tempo perché oggi esattamente come cinquant’anni fa, si vorrebbe imporre un modello di scuola che non è altro che un modello di società, autoritaria, selettiva, esclusiva. Questo è il portato ideologico del ritorno al voto, della riforma della secondaria che ripropone una divisione, che è una divisione sociale, delle classi differenziali. O ancora chi spaccia potenziamenti linguistici per gli alunni non italofoni con un'idea di integrazione ridotta a mero apprendimento dell'italiano la cui applicazione approda facilmente alla separatezza. Ma occorre aggiungere un elemento concettuale: lo sfondo è quello assimilazionista bruto. Chi arriva porta solo deficit e problemi. Il diverso porta solo problemi. La visione positiva della relazione tra diversi come risorsa, occasione di arricchimento per tutti, quella che sostiene la cultura dell'integrazione è semplicemente scomparsa, fatta fuori. Con essa se ne va anche una concezione dell'apprendimento come processo interattivo, elaborazione collettiva e condivisa. Si vuole tornare ad una visione trasmissiva, autoritaria, perfino addestrativa, tutta subordinata all'ideologia di chi ci governa. Il populismo e il sovranismo verranno declinati in termini di contenuti: identità locale/nazionale, radici cristiane. Bisogna rafforzare l’identità nazionale, ha detto la Presidente della neonata commissione incaricata di rivedere le Indicazioni nazionali e le Linee guida (i programmi, per i non addetti).

Per questo, cari Giulietta, Livia, Alberto, Clementina e Gino siamo qui. Perdonate la familiarità, non vi abbiamo conosciuto, ma vi sentiamo vicini nella vostra esperienza politica, sindacale e professionale. Senza retorica ma solo guardando ai fatti, possiamo dire è che grazie a insegnanti come voi, a militanti come voi che le cose sono cambiate e che tanti sono riusciti a cambiare il loro destino. L’impegno che ci prendiamo è ieri come oggi quello di lottare, di affermare un modello sociale – una scuola e una università – aperta tutti e a tutte, inclusiva e solidale. È un impegno di vita per molti di noi perché siamo proprio d’accordo che «Esistiamo, quando prendiamo coscienza di noi e del mondo in cui lavoriamo».

Quella strage, parla a noi e parla di noi.

Parla a noi perché ci ammonisce sulla necessità di non abbassare la guardia nella difesa dei valori e dei principi democratici e nella pratica dell’antifascismo militante. Parla di noi, perché testimonia l’impegno antifascista della CGIL ma anche l’impegno contro ogni forma di eversione e di violenza terroristica. Impegno che la nostra organizzazione ha pagato duramente con la morte di suoi dirigenti come Guido Rossa e suoi collaboratori come Massimo D’Antona che abbiamo ricordato pochi giorni fa. Infine parla di noi perché racconta la nascita del sindacato scuola nella CGIL e racconta l’impegno politico e sindacale, la militanza di quei cinque insegnanti uccisi dalla violenza neofascista.

Ricordare il 28 maggio 1974 significa rafforzare e confermare quella memoria collettiva sulla quale si basa l’identità culturale e politica della nostra organizzazione.

L'autore

Gianna Fracassi