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Cultura

07 febbraio 2022

La carica dei 101. Storie di transizioni al lavoro di laureati stranieri

La parola chiave per capire i prossimi mesi è indubbiamente “transizione”, ovvero “passaggio”.
Nell’educazione e nella formazione intendiamo transizione ogni passaggio da un grado di scuola ad un altro, così come transizione è il passaggio dalla scuola all’università o al mondo del lavoro ed infine è transizione il passaggio dall’università al mondo del lavoro.

Per quanto lo scopo principale di un’istruzione, anche quando di secondo livello, ovvero universitario, non sia in primis il collocamento nel mondo del lavoro, è pur vero che il dato relativo alle possibilità lavorative che si concretizzano al termine degli studi universitari non è proprio del tutto secondario.

Non è infatti inusuale sentire dagli studenti al termine del percorso scolastico del secondo ciclo argomentare la scelta della prosecuzione degli studi come una chiara possibilità di migliorare il proprio curriculum per facilitarsi l’ingresso nel mondo del lavoro, possibilmente di un lavoro connesso col percorso di studi scelto e concluso.

Per questo diventa determinante tenere sotto controllo e monitorare con sistematicità non solo la qualità dell’insegnamento e apprendimento, ma anche l’efficacia della ‘spendibilità’ (termine coniato al mondo del lavoro, ma non possiamo ipocritamente ignorarlo o declassarlo) del proprio titolo di studio. Si tratta, in concreto, di dare una risposta alle aspettative delle ragazze e dei ragazzi che stanno pianificando il loro futuro personale e professionale.

La carica dei 101. Storie di transizione al lavoro di laureati stranieri è un lavoro di ricerca collettiva che analizza, in maniera molto più efficace di altri resoconti universitari, un segmento particolarmente delicato che è quello degli studenti stranieri iscritti nelle Università italiane con l’intento di fornire una valutazione del livello formativo garantito a questi studenti (“A livello generale analizzare i percorsi di transizione al lavoro permette di mettere in relazione le caratteristiche e le qualità del processo formativo con quelle del mondo del lavoro”) e verificare il loro collocamento nel mondo del lavoro, successivo alla conclusione del percorso universitario.

Per fare quest’analisi, particolarmente dettagliata (“leggere i dati sia con un approccio top-down che con uno bottom-up e superare lo sguardo tradizionale adottando sia una visione diacronica che sincronica”), si prende in considerazione l’Ateneo de “La Sapienza” di Roma nei dieci anni dal 2008 al 2018.

Il punto di partenza di questo osservatorio privilegiato sta nella constatazione che il nostro Paese costituisce ancora una meta attrattiva, non solo per il turismo, ma anche per la cultura e la formazione: nel 2016 secondo Almalaurea gli studenti stranieri erano il 5% degli studenti complessivi dei nostri atenei. Secondo i dati del progetto UNI.CO., nato nel 2013 grazie ad una collaborazione tra Sapienza Università di Roma, il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, nel periodo preso in considerazione sono effettivamente stranieri il 5% degli studenti laureati (9.339 su 176.206 complessivi), di cui oltre il 60% donne.

È significativo che la loro provenienza si distribuisca su tutto il pianeta, infatti gli studenti laureati rappresentano 151 Paesi del mondo (63% dall’Europa; 17% dall’America, per lo più centro-meridionale; 13% dall’Asia; 7% dall’Africa e 0,3% dall’Oceania).

Il dato dirimente però riguarda il loro inserimento nel mondo del lavoro: per gli studenti stranieri laureati infatti risulta in un primo momento più semplice l’inserimento nel mondo, tuttavia - e qui c’è una forte incrinatura logica, culturale, politica e sociale - nonostante un apparente 5% in più di possibilità lavorative a cui possono aspirare gli stranieri diventa sempre più difficile è possibile riscontrare una certa incoerenza fra i titoli posseduti, il percorso formativo scolastico-universitario, e la tipologia di lavoro conseguito. In particolare l’analisi sottolinea, ed è indubbiamente un passaggio culturale, che “per i laureati italiani il voto di laurea non è fortemente legato alla possibilità di accedere ad un lavoro, mentre per i laureati stranieri le probabilità di accedere ad un lavoro coerente sono più fortemente correlate al voto di laurea, anche se appare chiaro come, per tutti, il mercato del lavoro utilizzi criteri sensibilmente distanti da quelli del merito nello studio.” (p.56)

Pesa peraltro anche la tipologia dei contratti (nel corso dell’analisi il gruppo di UNI.CO ne individua almeno 61) e la loro durata, ma si può indubbiamente affermare che “la transizione al lavoro degli stranieri si presenta […] con maggiori difficoltà di quella dei laureati italiani” (p.47).

L’altro lato della medaglia è legato non solo alle politiche generali sul lavoro e sull’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, ma anche sulla capacità di attrattiva delle nostre università: lavorare non può essere concepito semplicemente come una possibilità di “fare esperienze”, ma deve avere un riscontro coerente fra ciò che si studia e ciò che si va a fare dopo l’università. Tradotto deve essere coerente con le aspettative degli studenti, che non meritano di essere illusi.

In sostanza alla fine siamo un Paese che non valorizza le competenze formate nei percorsi di istruzione, dal momento che ancora oggi i lavori che richiedono meno qualifiche sono spesso appannaggio dei laureati stranieri con maggiori competenze, ai quali sono anche riconosciute minori tutele, salari più bassi, scarsa, se non nulla, mobilità sociale.

Il valore aggiunto di questo librò è legato alla realizzazione pratica della filosofia di fondo che vuole che “i dati parlano, raccontano storie”, così all’apparato teorico-metodologico che snocciola numeri, tabelle e statistiche (ampiamente spiegate e motivate nelle note di metodo) si accompagna un altrettanto esaustivo e interessante apparato biografico: dopo la prima parte (pp. 29-64) di impianto teorico, scritta a più mani con approfondimenti e chiarimenti specifici per ogni passaggio, segue dunque la seconda corposissima parte (pp.65-209) che racconta in modo altrettanto scientifico le storie di 101 casi di studenti arrivati in Italia per iniziare, portare avanti e a volte concludere i loro studi e le loro esperienze nel mondo del lavoro. Sono 101 sintesi di interviste basate su passaggi cardine (diremmo “indicatori”) di vario genere, dal titolo d’istruzione conseguito nel paese d’origine al titolo conseguito in Italia e quindi alla tipologia di impieghi avuti sempre in Italia, che permettono di vedere, in modo plastico e concreto, come si sono realizzate le traiettorie di vita e le aspettative degli studenti stranieri laureati.

In alcuni casi, si forniscono delle interessantissime ed utilissime infografiche che permettono a tutti, anche ai non addetti ai lavori, di poter comprendere la portata culturale e sociale di questo problema (non solo l’attrattività dei corsi universitari italiani, ma anche e soprattutto la coerenza studio-lavoro) e farsene un’idea.

Il libro cerca infatti di superare l’anonimato del dato per fornire allo studioso, ma anche semplicemente al lettore curioso, un quadro anche empatico più completo, partendo dall’assunto che “i dati sono un insieme di singole storie, di cui non siamo in grado di ricostruire completamente il contesto”.

 

Dal momento che i problemi trattati e le tesi portate e sostenute sugli studenti stranieri investono non la sola università e non soltanto gli stranieri laureati, ma parlano all’intero mondo universitario ed al mercato del lavoro che con il mondo universitario deve dialogare, è auspicabile che l’indagine si allarghi oltre i confini ben studiati dal progetto UNI.CO. e dal contesto pur importante fornito dall’università “La Sapienza”: una tale messe di dati e analisi, diffusa su tutti gli atenei e su tutti gli studenti, in modo così capillare e documentato, attraverso lo studio di casi singoli, di storie singole, di persone e non solo di numeri, deve poi essere consegnata alla politica per fornire spunti concreti per poter agire, se davvero l’istruzione deve essere al centro e deve servire a valorizzare le persone e non il capitale umano.

La carica dei 101. Storie di transizione al lavoro di laureati stranieri
A cura di Pietro Lucisano, Andrea Marco De Luca, Irene Stanzione, Silvia Zanazzi
Con prefazione di Giorgio Alleva e postfazione di Carla Collicelli
Armando Editore, 2021