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Politiche educative

13 dicembre 2021

Mettiamo che...

Mettiamo che nella scuola media di Via Verdi la Preside riceva una circolare che indica la necessità di iniziare l’orientamento lavorativo fin dal primo anno, per far conoscere a bambini e bambine i possibili impieghi che potranno trovare quando avranno finito la scuola. La Preside allora chiama immediatamente la professoressa Bianchi assegnandole il compito: che si formi quindi in merito, vale a dire si informi sui lavori presenti nel comune, ma anche, per allargare gli orizzonti, nella provincia, e dia indicazione agli allievi delle possibilità che vengono loro offerte.

Ovviamente bisogna dare risalto alle occupazioni che sono le più probabili, per cui ai maschietti la professoressa avrà cura di indicare i mestieri e professioni più confacenti, e alle femminucce le possibilità che si apriranno loro per diventare segretarie e altre cose così, senza scordare di sottolineare che è sempre consigliabile per una femmina fare “un buon matrimonio”.

Mettiamo che nella scuola media di Via Rossi arrivi la stessa circolare e la Preside debba per forza chiamare la professoressa Marroni, pur sapendo che è una rompiscatole, affidandole lo stesso incarico. La professoressa chiede alla Preside perché dovrebbe indicare ai suoi allievi, appena undicenni, le opportunità di lavoro del territorio quando è risaputo che molti degli attuali lavori scompariranno e ne nasceranno di nuovi, e quelli che invece restano cambiano a un ritmo vertiginoso sotto la spinta dell’innovazione tecnologica. E sia chiaro che lei non darà nessuna indicazione sui lavori più probabili per ogni sesso perché è da queste prime suddivisioni che si trasmettono gli stereotipi da una generazione all’altra.

Quando i suoi allievi usciranno da scuola dovranno essere attrezzati per valutare le opportunità, sapendo scegliere il meglio per loro stessi senza nessun tipo di subalternità.

La Preside di Via Rossi deciderà sicuramente di affidare l’incarico di Job-tutor a qualcun altro, lo troverà certamente perché di semplici esecutori stile prof. Bianchi non ne mancano mai in nessuna scuola, ma sa che la professoressa Marroni “remerà contro” perché la Preside può certo assegnare compiti, ma non può imporre come svolgerli.

Queste due scuole medie, al pari delle professoresse, sono ovviamente inventate, ma di allievi che escono da questi due modi di intendere la scuola ce ne sono tanti.

Quelli di Via Verdi si adatteranno al lavoro che trovano e se non lo trovano si sentiranno colpevoli. Saranno cittadini subordinati.

Quelli che escono dalla media di Via Rossi affronteranno le stesse difficoltà, e forse anche di più, ma sapranno che il loro compito non è adattarsi a quello che c’è ma costruire quello che vogliono ci sia. Per sé e per tutti. Saranno cittadini sovrani, perché la libertà di insegnamento ha garantito loro libertà di pensiero.

Può bastare questo? Io dico di no. Dico che non possiamo accontentarci di una libertà di insegnamento vista come garanzia individuale, ma dobbiamo farne il perno di un cambiamento radicale del fare scuola ovunque. La libertà di pensiero, il senso critico verso la realtà in qualunque forma si presenti devono essere il bagaglio di tutti gli allievi, anche di quelli che hanno fatto le scuole nelle tante vie Verdi.

La libertà dell’insegnamento assume la funzione di garanzia costituzionale della stessa libertà degli studenti. Gli insegnanti sono i garanti della piena realizzazione di essa. In un’accezione di questo tipo la dimensione individuale non entra in contrasto con quella “collegiale”, ne diviene invece l’elemento di base indispensabile, ma che proprio nella collegialità può esprimersi in modo compiuto.

Si tratta di operare sul come sviluppare la dimensione collegiale della professionalità degli insegnanti valorizzando quella individuale, forse costruendo e attivando momenti organizzativi nuovi tra il collegio docenti e il lavoro individuale nelle classi. Certo, abbiamo i consigli di classe da un lato e ai Dipartimenti disciplinari dall’altro, ma è necessario riconoscere gli errori commessi che hanno visto questi livelli di condivisione divenire troppo spesso forme di ulteriore burocratizzazione, con riunioni pletoriche dominate dal velleitarismo verbale e cartaceo.

Se non si realizza questa valorizzazione congiunta del livello individuale e collettivo lo stesso concetto di libertà di insegnamento, privato di luoghi di confronto e costruzione collettiva, perde di significato: la libertà diventa isolamento.

Mettiamo che in ogni scuola, delle vie Verdi e Rossi, ci siano tante professoresse Marroni le quali, grazie alla sintonia costruita tra loro, diano vita a scuole caratterizzate da un progetto coerente che le accomuna.

Questa sarebbe la scuola della libertà di insegnamento che libera il pensiero.

L'autore

Giuseppe Bagni