Attualità

08 giugno 2026

A Cuba si fa scuola in emergenza, ma con dignità

Le guerre oggi colpiscono prima di tutto le strutture logistiche e culturali di un popolo, quindi a subirne maggiori danni sono le scuole e, in prima istanza, il diritto allo studio, alla formazione, alla pace ed alla democrazia delle bambine e dei bambini. Ne abbiamo esempi lampanti nei territori curdi, in Nigeria, in Palestina, a Gaza. Si è coniato un termine, scolasticidio, che per alcuni è esagerato, per altri è drammaticamente ovvio e impietosamente disumano.

Su questa direttrice, ci sono poi guerre nascoste, logoranti, figlie della mai cessata guerra fredda, che strangolano nei loro beni essenziali i paesi: come l’embargo ormai sessantennale che attanaglia Cuba, privando il popolo cubano di energia, di cibo, di medicine, di tutto quello che non riesce a produrre o a trovare sul suolo della sua incantevole isola.

La FLC CGIL sta avviando un progetto di solidarietà e collaborazione col sindacato cubano della conoscenza (SNTECD - Sindicato nacional de trabajadores de la educación, la Ciencia y el Deporte) che, a cavallo del primo maggio, si è concretizzato in una missione di solidarietà a L’Avana.

Abbiamo potuto vedere e toccare con mano l’emergenza che detta il ritmo della vita del popolo cubano, le forti privazioni che stanno subendo, i ricatti morali e materiali che sono costretti a fronteggiare giorno dopo giorno. E lo abbiamo visto visitando una piccola scuola di quartiere, una delle tante istituzioni che ospitano le nuove generazioni di cubani.

L’istituto visitato ospita circa duecento bambini nella continua emergenza e precarietà. L’ultimo uragano ha reso inagibile il secondo piano dell’edificio, per cui tutti i bambini sono spostati nelle aule al pian terreno: del resto non ci sono i soldi per ripristinare il tetto e garantire la sicurezza di alunni ed insegnanti. Per questo la sala mensa è stata sdoppiata e per una parte della giornata ospita una classe, per un’altra parte della giornata invece, scaglionati in diversi turni, i duecento bambini che si alternano fra banchi occupati da materiale scolastico e banchi che invece sono apparecchiati per mangiare. Da gennaio, da quando cioè il bloqueo si è inasprito, la mensa -gratuita! come il servizio scolastico, del resto- propone soltanto riso e qualche verdura: per alcuni bambini è l’unico pasto della giornata, da mesi.

Sul piano c’è un solo bagno, promiscuo, che spesso è senz’acqua. Non c’è una palestra, ma solo un cortile assolato e sgangherato, fatto di cemento e buche.

All’interno nessuna LIM, nessuna connessione internet, nessuno schermo o strumentazione tecnologica: c’è solo un televisore, che a turno gira di aula in aula, quando serve.

Per organizzare un piccolo spettacolino di benvenuto, siamo stati nell’atrio: non c’erano casse o impianti diffusori, solo uno smartphone collegato con una piccola cassa portatile collegata con un filo al telefono. Eppure ballavano, recitavano e cantavano col sorriso sulle loro facce innocenti.

I libri, in comodato d’uso, sono logori e scoloriti: del resto tutte le stamperie sono chiuse, non c’è carta, non c’è inchiostro. Gli stessi bambini non utilizzano colori, pastelli o acquerelli, perché i pochi soldi le famiglie li utilizzano per comprare delle divise improvvisate. Gli ambienti sono puliti, ma essenziali: qualche immagine di Fidel o di Che Guevara sulle pareti, qualche bandiera di Cuba, nulla più.

Non c’è aria condizionata e spesso, proprio perché un piano è inagibile, ci sono venticinque, trenta bambini in un’aula caldissima: eppure le lezioni avvengono ordinatamente, anche in quei momenti in cui manca l’elettricità, e non capita di rado.

Il cancello della scuola è però sempre aperto: i bambini arrivano a piedi, da soli, perché in questa miseria non c’è pericolo di criminalità. Del resto tutta la comunità si fa carico dei bambini.

È vero, manca tutto: dal materiale didattico alla cancelleria. Quello che non manca è una forte dignità collettiva, una resistenza diffusa e un desiderio di continuare a poter vivere autodeterminandosi e non alla mercé del padrone di turno.

“Il nostro paese non lancia bombe contro altri popoli, né manda migliaia di aerei a bombardare città; il nostro paese non possiede armi nucleari, né armi chimiche, né armi biologiche. Le decine di migliaia di scienziati e di medici su cui conta il nostro paese sono state educate nell’idea di salvare vite. Penso –perché sono ottimista – che questo mondo si può salvare nonostante gli errori commessi, nonostante i poteri immensi e unilaterali che sono stati creati, perché credo nella preminenza delle idee sulla forza. ” Lo diceva Fidel Castro, in uno dei suoi ultimi discorsi a Buenos Aires, nel 2003.

Cuba non insegna ai suoi figli odio o rivincita, non educa alla necessità di sopraffare un nemico: Cuba educa alla vita, alla solidarietà, alla sopravvivenza a partire dalle piccole sfide quotidiane, come trasformare un edificio malmesso in una scuola per bambini (a Cuba l’analfabetismo oggi è dello 0,8%). Cuba offre beni essenziali, come sanità ed educazione, gratuitamente a tutti, anche a chi non è cubano.

Abbiamo tanto da imparare da questa resistenza silenziosa, ma abbiamo anche tanto da dare, in solidarietà materiale ed umana, a questo popolo che continua la sua enorme guerra contro il gigante capitalista ed imperialista.