Cultura

28 settembre 2026

L’«accordanza» di Lucia Stella: un viaggio tra trauma, danza e psicoanalisi per rifondare la relazione madre-bambino

«Eli è un bambino nato prematuro (a 34 settimane di amenorrea) e a seguito di uno stupro coniugale. Dopo la violenza subita, la signora D. (di 22 anni di origine africana) si è rifugiata in Francia per fuggire da quest’uomo, molto più grande di lei e che suo padre aveva costretto a sposare. Nel reparto maternità, non è riuscita a considerare Eli suo figlio» (p. 27).

Con la sua indagine, che scaturisce della tesi di dottorato di ricerca in psicoanalisi e psicopatologia conseguito presso l’università Paris Cité - dove adesso è dottoressa in Psicologia e ricercatrice - tesi pubblicata prima in francese e poi in italiano, sull’accordanza madre-bambino, Lucia Stella si inoltra in un complesso territorio dove il rifiuto della maternità si lega alla violenza di genere, alla marginalità sociale e, dunque, a molte, complesse fragilità.

Oltre alle competenze psicologiche e psicoterapeutiche, Lucia Stella è danzatrice, coreografa, insegnate e formatrice. Ed è proprio questa molteplicità di competenze che l’hanno condotta, nel tempo, sulla base di un profondo interesse per l’intima connessione tra corpo, ritmo e psiche, come sottolineato nell’Introduzione di Bernard Golse, a mettere a punto il dispositivo dell’accordanza.

«In che modo, dal punto di vista clinico, la danza può condurci ad una meta-psicologia del legame intersoggettivo […]? È la percezione simultanea dei diversi sensi che permetterebbe al bambino di percepire l’oggetto come esterno e quindi di percepirsi come colui che percepisce, e dunque come “io”» (p.22).

La sperimentazione di questa multisensorialità, di questa coreografia dei sensi, permetterebbe alla madre di riscoprire il piacere delle sue sensazioni e, allo stesso tempo, di risvegliare il piacere dei sensi in sua figlia o figlio e di stabilire con lei/lui un legame sufficientemente buono (in riferimento alla teoria winnicottiana).

“Accordanza”, dunque, è un dispositivo terapeutico mediato dalla danza rivolto a madri e bambini in situazioni di vulnerabilità. Questo volume, molto ampio che va dall’analisi dei prerequisiti teorici, alla descrizione delle sperimentazioni, svoltesi presso l’Unità diurna Genitori-figli di Parigi, allo studio clinico, ne illustra la dimensione innovativa, approfondendone il quadro teorico, le implicazioni terapeutiche e il suo valore nella ricerca clinica. Esso si è rivelato positivo nella diagnosi precoce della depressione della madre o del ritiro precoce del bambino. Problemi di grande rilevanza sociale, troppo spesso trascurati perché appartengono a due cosiddette ‘minorità’, quella di genere e quella dell’infanzia.

«Aiutatemi ad amare mio figlio», chiede la mamma al suo arrivo al centro diurno.

Si tratta, dunque, di una ricerca incarnata, proiettata nel costruire un’armonia relazionale ritmata come una danza e con la danza, restituendo al corpo la capacità di provare emozioni, alla mamma e alla figlia o al figlio una nuova percezione di sé. Come sottolineato da Dominique Mazéas nella sua post-fazione, pensare ad una cura psichica che non si basi esclusivamente sui meandri del dicibile, impone un profondo cambiamento di prospettiva. Non si tratta di sovrapporre una logica verbale all’espressività corporea, ma piuttosto tornare all’origine della messa in forma dell’esperienza soggettiva attraverso il corpo e, più precisamente, attraverso il movimento del corpo in relazione a ciò che lo circonda» (p.225).

Dopo tanta retorica celebrativa, nella produzione letteraria più recente troviamo spesso la figura di una madre “cattiva”. Alcuni esempi: Andrea Bajani, L’anniversario, Torino Feltrinelli 2025; Antonio Franchini, Il fuoco che ti porti dentro, Venezia, Marsilio2024, divenuto ora anche un film per la regia di Edoardo De Angelis; Helga Schneider, Lasciami andare, madre, tr. It, Milano, Adelphi 2004.

Che ci sia anche, alla base di queste dissacranti narrazioni, nella cornice di dispositivi ancora patriarcali, una scarsa consapevolezza, a livello sociale, della cultura della natalità, del ruolo materno- spesso consegnato a una grande solitudine- e della complessità del mettere al mondo? 

È molto significativo, a mio avviso, a questo proposito, che Lucia Stella abbia dedicato il suo libro “Alla neonata che sono stata…”.

Lucia Stella, L’accordanza madre-bambino. Un dispositivo teorico e di ricerca in perinatalità, Ragusa, Operaincerta editore, 2026.

L'autore

Carmela Covato